Dunque sarebbe stata programmata una mostra dedicata a Dalì negli spazi del Castello Ursino. Una mostra allestita in uno dei luoghi di maggior prestigio della città che si dovrebbe protrarre da giugno 2018 sino al gennaio 2019…

Non mi interessa qui occuparmi del modo in cui sia avvenuta la delibera, SudPress lo ha già fatto nei giorni passati.

Quello su cui vorrei ragionare qui è il modo in cui Palazzo degli Elefanti e il suo Assessorato ai saperi e alla bellezza condivisa mette in atto la sua la programmazione culturale per la nona città italiana, Catania.

Lo faccio esaminando due mostre ancora in atto e le intenzioni espresse per una terza quella appunto intitolata per Io, Dalì

Al Castello Ursino fino a tutto il 20 maggio è aperta I Tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico curatela di Vittorio Sgarbi, promossa da Fenice Company Ideas e Fondazione Cavallini Sgarbi

Sulla questa mostra ho incrociato la penna con Vittorio Sgarbi

in un articolo scritto per Artribune a cui Sgarbi ha risposto – bontà sua – con toni composti sempre su Artribune.

Ma io ho rincarato la dose in un seguente articolo di SudPress e Sgarbi (chi l’avrebbe mai detto un uomo così paziente?) ha replicato questa volta con una lunga telefonata invitandomi – a un garbato vis-a-vis per il giorno seguente. Sgarbi la sa lunga in faccende d’arte: certamente più lunga di me – che pure non scherzo – e quindi il nostro sarebbe stato un duello alla sciabola divertentissimo, ma probabilmente senza fine.

Perché in questo caso non sono le scelte del curatore (in qualsiasi mostra sempre opinabili) ma la politica dell’Assessorato che la mostra ha commissionato (nel caso specifico ricevuto) a dover essere messe in discussione. Questa mostra non è stata costruita per Catania, arriva infatti da Napoli: là si chiamava Tesori nascosti. Da Giotto a Morandi, qui Tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico. Nel video di presentazione posto in una saletta seminascosta all’ingresso del Castello Ursino si potevano ammirare vedute del Vesuvio e del mare di Napoli, non dell’Etna e di quello di Catania!

Male, malissimo? Dipende: traslocare una mostra da un luogo all’altro è spesso –quasi sempre – un problema legato ai costi di allestimento, che una mostra di “seconda mano” certamente dovrebbe abbattere. Un bravo curatore – e Sgarbi non è l’ultimo arrivato – riesce poi a proporre un taglio che la avvicina al genius loci di chi la ospita.

Faccio un esempio. Sempre Sgarbi lo scorso gennaio ha portato a Napoli una collettiva intitolata Il Museo della Follia. Da Goya a Maradona, ma la stesa mostra aveva toccato l’anno precedente altre città italiane compresa, manco a dirlo, Catania e con il titolo Il Museo della follia. Da Goya a Bacon. Una furbata? Bhè insomma s Sgarbi è un funambolo di prima qualità…

Ora lasciamo Sgarbi e prendiamo a considerare la mostra Toulouse-Loutrec. La ville lumière attualmente in corso al Palazzo della Cultura. Qui la curatela è di Stefano Zuffi e la produzione della milanese Arthemisia.

Ne ho già scritto, certo senza applaudire, lo scorso 22 aprile in SudPress. Così come avevo fatto per quella precedente allestita a Palazzo Platamone e dedicata all’indiano metropolitano Pablo Echaurren.

Nessuno ha replicato e di conseguenza giro di nuovo la domanda a chi di dovere: perché portare una mostra bruttina (Toulouse- Loutrec perché quella di Palazzo Platamone più che bruttina era insensata per la scelta dell’argomento) fatta di tante foto e pochissime opere sempre minori dell’autore francese mentre contemporaneamente a Milano ce ne era un’altra molto, ma molto più importate in corso?

E poi – perché Toulouse-Lautrec?

Mi si scusi per il poco garbo con cui pongo la domanda: chi se ne frega di Toulouse-Lautrec? Non c’è altro di più vicino all’enorme patrimonio culturale di questa straordinaria isola che è la Sicilia? O ancora: non c’è altro di più grave ed urgente in questo travagliatissimo momento sociale, politico e culturale da proporre all’attenzione della città? E da ultimo: è il caso – come avviene in questa mostra – di porre in rilievo la triste frequentazione di bordelli e povere prostitute da parte dell’artista ?

A queste domande personalmente non ho saputo trovare risposta.

Ed eccoci alla programmazione futura di Io Dalì al Castello Ursino.

La domanda anche in questo caso sorge naturale: perché Dalì?

Che cosa ha da dire di così importante l’opera del pittore catalano a noi contemporanei?

Ci ho pensato un po’, ma onestamente non ho trovato risposte.

Dalì sta ispirando nuove correnti di produzione artistica a livello locale o internazionale? NO.

L’opera di Dalì sta vivendo un fortunato momento di mercato testimoniato da nuovi record di prezzo raggiunti in aste di Christie’s o Sotheby’s? NO.

Dalì è un artista irrinunciabile per il bagaglio culturale di studenti e cittadini catanesi? NO.

E allora viene da pensare al solito percorso in discesa delle mostre catanesi nell’ultimo periodo.

Io Dalì è una mostra fatta con pochissime opere ma invece molte fotografie (dove non mancano i nudi della sua musa Gaia), canzonette dell’altra musa transessuale Amanda Lear, filmatini, memorabilia e riviste (!).

Una mostra che ha debuttato a Napoli e per quel luogo è stata pensata. Per chi ne avesse voglia qui è il link dove è possibile ascoltare le dichiarazioni del sindaco napoletano De Magistris e del suo assessore Daniele a questo proposito.

Gentile Orazio Licandro Assessore ai saperi e alla bellezza condivisa mi rivolgo a Lei con tutto il rispetto istituzionale dovuto alla sua carica: ma è possibile che a Catania possano arrivare solo mostre di seconda mano con una sequenza il cui filo logico non è dato conoscere?

Non ne faccio un problema di costi e ricavi, non mi compete. Ma certamente la tenuta sociale di una comunità passa anche (non solo, lo so) attraverso la proposta culturale che è in grado di esprimere.

Le chiedo: davvero a Catania non esistono intelligenze (gli economisti come il mio amico Maurizio Caserta le definirebbe “capitale umano”) in grado di potersi confrontare a livelli pari o superiori con quanto continuiamo ad importare? Esistono, certo che esistono: glielo dice uno che pure è ospite di questa città da poco tempo….

Certo per attivare queste intelligenze catanesi o siciliane che siano occorre fare un po’ di fatica, insomma pensare, lavorare, programmare: cose tutte che nascono dalla passione per quel che si fa e per il rispetto che si deve ai propri concittadini.

Assessore ai saperi e bellezza condivisa Orazio Licandro accetti questo umile suggerimento: lasci perdere i Toulouse-Lautrec, i Dalì e gli Indiani metropolitani… lasci perdere queste e qualsiasi altra mostra importata dall’esterno come se il Sud della Penisola fosse un luogo dove è possibile scaricare di tutto.

Converrà con me che uno scatto d’orgoglio è giusto e necessario.


 

Aldo Premoli, milanese di nascita, vive tra Catania, Cenobbio, New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1980 e il 1982 collabora con le riviste “Belfagor” di Luigi Russo e “Alfabeta” di Nanni Balestrini.  Giornalista professionista, tra il 1989 e il 2000 dirige il periodico specializzato nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post Italia”, “Artribune”, collabora con “East-West” Ha pubblicato libri di saggistica e ha fondato, con Maurizio Caserta ed Emma Averna, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome. Dirige il tendermagazine SudStyle.