Ad appena trent’anni si sta facendo largo nel difficile mondo della fotografia a livello internazionale alternando l’attività professionale per l’immagine di famosi brand a quella più propriamente artistica con cui esplora le sue visioni: Flaminia Fanale sarà presente con una sua personale in anteprima mondiale alla Galleria di Daniela Arionte di via San Michele, opening alle 19 di venerdì e poi in mostra sino al 27 novembre.

Flaminia Fanale è nata a Palermo in piena estate del 1988 dove ha vissuto e studiato fino alla maturità classica. Dopo essersi laureata, (Bachelor of Business Administration Haaga-Helia University of Applied Sciences ïHelsinki, Finland), ha   successivamente  lasciato l’Europa per trasferirsi a Los Angeles dove influenzata da un effervescente comunità artistica, ha sviluppato la passione della fotografia nell’ambito della quale si é professionalmente affermata.

Dopo l’esperienza  lavorativa a Hollywood presso la California Film Commission e stage vari, tra cui un periodo formativo  presso la famosa rivista Flaunt, Flaminia ha partecipato a vari corsi presso l’ UCLA Photography Extension Certificate, dove è stata in contatto con professionisti del settore che l’hanno aiutata ad affinare ulteriormente le sue capacità tecniche ed artistiche. Tra il 2010 e il 2013  ha lavorato con celebri  fotografi di moda, come ritoccatrice e assistente alla produzione. Queste esperienze le sono servite a ricevere incarichi presso il prestigioso studio Siren, dove ha lavorato per un semestre come ”Studio Manager”;
Dal 2014 Flaminia ha lavorato come libera professionista a Los Angeles collaborando con grandi agenzie di moda e per lo sviluppo di nuovi talenti. Inoltre riceve regolari incarichi da riviste nordeuropee per cover e vari materiali fotografici.

Un’avida viaggiatrice Flaminia, ha nel suo curriculum una lunga serie di servizi internazionali che includono lavori in Italia, Tailandia, Olanda, Finlandia, e recentemente ha anche partecipato alla settimana della moda di Tokyo (Mercedes Benz Fashion Week Tokio).

Nel 2015 ha aperto il suo primo studio fotografico nell’area di Downtown di  Los Angeles ed ha avuto a Palermo la sua prima mostra personale presso l’Associazione Culturale Bobez Arte.

Ha partecipato alla mostra “Lo sguardo e la luce” 2015 a Palermo Fondazione Sant’Elia in occasione della IV edizione della Settimana delle Culture.

Dal 2014 si è trasferita a New York aprendo il suo atelier a Manatthan, collaborando con stilisti e case di moda prèt a porter. Ha svolto recenti servizi in giro per il mondo e in Islanda in particolare per note griff e brand americani.

Ed ha solo trent’anni…

Il critico Giulia Grillo ha scritto: “Cosa succederebbe se tutto questo fosse reale?”, ricorda che così recita una delle installazioni luminose ritratte da Flaminia Fanale (Palermo, 1988)  nel deserto di Black Rock nel Nevada, USA dove ogni anno si radunano circa 70.000 persone provenienti da tutto il mondo per il festival “Burning man”.

Un festival all’insegna della creatività, libertà, partecipazione, rispetto dell’ambiente e del “leave no trace” che la fotografa siciliana Flaminia Fanale ha frequentato per ben sette anni di fila e che, soltanto nell’ultimo anno, ha deciso di ritrarre con la sua macchina fotografica realizzando i venticinque scatti esposti in mostra.

Una globetrotter Flaminia che, prima di approdare a New York, ha abitato persino in Finlandia, e che adesso si occupa di fotografia di moda e commerciale realizzando scatti ineccepibili per le maggiori case e aziende del mondo. Dietro  l’aspetto patinato delle sue foto si nasconde però un animo fortemente alternativo, curioso che traspare da questi scatti surreali e ricchi di suggestioni oniriche, frutto di una mente eccentrica e di un carattere creativo.

Come nelle fotografie di Andreas Feininger, Flaminia si sofferma sulle architetture, sulle installazioni  realizzate nel deserto dagli artisti  partecipanti al “Burning man”, architetture effimere, sedie giganti o la casa della Baba Yaga che vengono bruciate alla fine del festival per non lasciare traccia, inquinare o contaminare l’ambiente del deserto. In quella settimana nulla può essere venduto ai partecipanti, tranne del ghiaccio, ed è impossibile collegarsi a internet, tutti sono liberi di esprimere la propria creatività ma nel rispetto assoluto dell’altro. Anche i rapporti interpersonali vengono rivoluzionati in quei giorni, la vita è breve e tutto si consuma nell’immediatezza per poi venire bruciato o cancellato.

Flaminia cattura con i suoi scatti quest’atmosfera in maniera unica, con uno sguardo a volte ironico a volte romantico o provocatore.

“Burning man” è il rovescio della medaglia di uno stato come gli USA dove tutto è commercializzato, dove spesso non si ha rispetto dell’ambiente e del diverso, dove tutto viene omologato e pubblicizzato. Black rock city è una città dei sogni che vive solo per poco tempo e che si basa su dei principi condivisi come quello dell’immediatezza e dell’autosostentamento radicale. Così leggiamo nel decalogo del Burning man: “Noi cerchiamo di superare le barriere che stanno tra noi e la consapevolezza del nostro inconscio, la realtà delle cose che ci circondano, la partecipazione nella società e un contatto con un mondo che supera la percezione umana”. Ed è proprio la consapevolezza dell’inconscio, dei sogni che si concretizza in queste foto che rendono perfettamente l’idea che sta alla base di questo festival.

Flaminia realizza dunque un reportage onirico che ripercorre in chiave contemporanea e fotografica la strada segnata dai Surrealisti all’inizio del Novecento. Cosa succederebbe quindi se tutto questo divenisse reale? Se la società venisse ribaltata, se non esistessero più confini, né barriere, se tutti venissero rispettati ed amati? Se lo chiedeva anche un altro poeta del Novecento che era John Lennon con la sua “Imagine”. Cosa succederebbe quindi se l’inconscio diventasse invece consapevole per noi tutti? Queste domande emergono e insistono dopo aver osservato le foto di Flaminia che come una vera artista ci lascia un dubbio, una domanda che rimane e a cui forse non avremo risposta.”  

A rendere interessante questa mostra si aggiunge la figura del suo curatore che è una personalità tra le più versatili e generose del cultural management siciliano, un vero “signore palermitano”.

Giacomo Fanale, ingegnere e architetto, libero professionista in progettazione edilizia architettonica, design d’interni e di allestimenti espositivi. Curatore, di eventi e manifestazioni culturali. Cultore di storia dell’arte e in particolare d’arte contemporanea, e di storia dell’architettura e dell’urbanistica. Relatore in convegni su tema e realizzazione di prefazioni e presentazione di testi e saggi d’arte e non solo. Docente di architettura design e scenotecnica, coordinatore della manifestazione “Natale a Palermo itinerario culturale tra arte, architettura e musica” e di altre manifestazioni per conto di agenzie private ed Enti pubblici, protagonista delle “Settimane della Cultura” palermitane è anche, non a caso, il padre della fotografa artista Flaminia di cui cura questa mostra provando con efficacia a sceglierne uno per uno i fotogrammi da offrire al gusto del difficile pubblico catanese.

Non è facile essere chiamati ad interpretare professionalmente le visioni artistiche dei propri figli, entrarvi nell’intimo per curarne addirittura una mostra che girerà il mondo, si rischia di far prevalere l’affetto o al contrario un eccessivo rigore mentre in questo connubio artistico-filiale tra Flaminia e Giacomo quello che prevale è un equilibrato rispetto che rende questa mostra ancora più seducente di quanto avrebbe potuto essere con un’altra curatela.