È pesantissimo quanto emerge dalla lettura di alcune intercettazioni raccolte dagli investigatori della DIA nell’ambito dell’inchiesta che ha portato agli arresti l’ex deputato di Forza Italia Paolo Arata e il suo giovane figlio componente niente meno che dello staff dell’attuale sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio Giorgetti. La coda dell’inchiesta siciliana porta ad interventi a gamba tesa dell’assessore all’Energia del governo Musumeci Pierobon e del presidente dell’ARS Micciché sul dirigente generale Salvo Cocina, l’ingegnere catanese già noto per essere stato bersaglio di altri tentativi di subornarne l’attività: anche in quel caso respinti ma che lo costrinsero a lasciare il comune di Catania. Per inciso, anche in quel caso venne aperta un’inchiesta: archiviata.

Inchiesta complicata, affari milionari legati alle concessioni sull’eolico con derive mafiose per collegamenti che arrivano addirittura al super boss latitante Matteo Messina Denaro.

In un simile scenario non potevano mancare i collegamenti con la politica che non si castiga mai e neanche quando scoperta in attività quantomeno inopportune trova il buon senso di fare un passo indietro.

A svelare il contenuto di alcune intercettazioni è stato il quotidiano La Repubblica che ha fatto emergere come i vertici delle istituzioni politiche regionali non riescano a stare al posto che la legge gli assegna.

In questo caso protagonisti di azioni ritenute dagli inquirenti “pressioni improprie” su un dirigente sono Alberto Pierobon assessore all’Energia del governo Musumeci e il presidente dell’ARS Gianfranco Micciché.

Il primo viene intercettato mentre parla con il faccendiere, poi arrestato, Paolo Arata garantendo l’imminente approvazione di un atto che lo interessava da parte del dirigente competente.

Inutile dire che tale “anticipazione” è del tutto debordante rispetto alle facoltà proprie di un assessore, per non dire altro.

Il secondo episodio, forse ancora più grave, riguarda il presidente dell’ARS Gianfranco Miccichè che convoca nel suo studio lo stesso dirigente regionale per presentargli “a sorpresa” lo stesso faccendiere Paolo Arata, con il significato che ciascuno può intendere.

Al centro delle “attenzioni” dei due politici, che gli investigatori definiscono chiaramente “pressioni”, è l’ingegnere catanese Salvo Cocina che, sentito dagli inquirenti ha confermato le circostanze.

Nel caso di Pierobon: “Qualche giorno prima della riunione ricevetti una telefonata dal tono cordiale da parte dell’assessore Pierobon, che mi chiedeva notizie sulla pratica di Arata, sollecitandomi ad evaderla quanto prima.”

Con Miccichè invece, l’imboscata: “Non ricordo quando avvenne, né la motivazione della convocazione, sta di fatto che nell’ufficio di Miccichè trovai ad attendermi anche Paolo Arata. Micciché mi presentò Arata, benché già lo conoscessi, dicendomi che era un suo amico e pregandomi garbatamente di seguire con attenzione le pratiche che lo interessavano.”

Ora, a nessuno sfugge la pesantezza di questi episodi ed il grave stato di imbarazzo in cui viene posto un funzionario pubblico che per dovere d’ufficio deve prendere decisioni che esulano dagli interessi politici e, ancor meno, da quelli amicali.

Sulla vicenda sono intervenuti i deputati 5Stelle: “Le frasi attribuite a Pierobon sono preoccupanti e fuori luogo. Se fosse confermata dagli inquirenti l’intenzione che sembra palesarsi dalle intercettazioni, allora saremmo di fronte a una persona che faceva pressione ai propri uffici affinché determinate pratiche avessero il via libera. Probabilmente finora non c’è nulla di penalmente rilevante, però sembra esserci tanto di eticamente inopportuno, se non addirittura rivoltante”.

Lo hanno affermato i deputati del M5S all’Ars Giancarlo Cancelleri e Nuccio Di Paola, a commento dell’intercettazione pubblicata oggi da Repubblica tra l’assessore regionale all’Energia Pierobon e il faccendiere, poi finito in carcere, Paolo Arata. Allora consulente del ministro Salvini, Arata era in affari con Vito Nicastri, considerato il ‘re’ dell’eolico e vicino ai clan.

“L’assessore Pierobon – hanno proseguito i deputati, riferendosi all’intercettazione – annunciava lo sblocco della pratica di Arata, con espressioni curiose come ‘portare a casa la pelle dell’orso’ in riferimento al buon esito di una pratica amministrativa. E ancora ‘Fammi sapere – diceva Arata a Pierobon – fammi sapere se poi…Grazie, sei stato perfetto… Grazie, grazie… ricordati l’altra cosa se vuoi, grazie’. E Pierobon rispondeva: ‘Sì, sì, sì’. Arata sarebbe arrivato a Pierobon per segnalazione del presidente dell’Ars, Gianfranco Micciché, che a sua volta sarebbe stato messo in moto da Alberto Dell’Utri, il fratello di Marcello, in carcere per i suoi rapporti con la mafia’, come riporta il quotidiano”.

“Probabilmente Musumeci anche in questa occasione – hanno concluso Cancelleri e Di Paola – si volterà dall’altro lato, ma sarebbe il caso che facesse chiarezza su cosa succede veramente nei suoi assessorati. Per non parlare del presidente Micciché, che dovrebbe assolutamente chiarire la sua posizione, e non ci venga a dire che se è vero, come riportato dalle cronache, che abbia fatto incontrare Arata con Pierobon, lo abbia fatto per un gesto di pura cortesia. Il presidente dell’Assemblea deve spiegare inoltre al parlamento perché avrebbe fatto incontrare Cocina con Arata, facendoglielo trovare a sorpresa dentro la stanza. Vogliamo capire per quale motivo è successo”.

Ne seguiremo gli sviluppi, memori di quanto accadde al comune di Catania quando lo stesso dirigente Salvo Cocina si trovò a dover subire l’assalto dell’allora sindaco Enzo Bianco e del direttore generale Antonina Liotta: episodio ritenuto penalmente non rilevante dalla procura catanese che ne ha archiviato l’indagine, ma le cui registrazioni restano un’esempio illuminante.

Indagine partita a seguito dell’esposto presentato da questa testata che aveva ricevuto le registrazioni mettendole a disposizione della Procura.

In quel caso l’ingegnere Cocina, che anche in quel caso non si piegò alle indebite pressioni politiche, ci rimise il posto di lavoro nell’indifferenza generale e, soprattutto, di quelle autorità che avrebbero dovuto difenderne l’indipendenza.

Vedremo stavolta…