Era un venerdì. Il giorno della settimana in cui i giovani dell’allora “Catania Bene” facevano la fila per essere ammessi ad una delle serate più ambite della stagione estiva. Al Club della Stampa di Cannizzaro, che riusciva a fare concorrenza al “giovedì giovani” del Banacher. Poco dopo le 21, mentre la musica cominciava, giunse la notizia che lo Stato era stato ferito a morte e non si sarebbe mai più ripreso: era stato trucidato il Prefetto di Palermo Generale Carlo Alberto dalla Chiesa con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Quel venerdì di 35 anni fa avevo 16 anni, ne sento ancora immutato lo sgomento ma non so come spiegarlo a mio figlio.

Ogni venerdì di quelle estati di tanti anni fa erano veri e propri eventi a cui ci si preparava con entusiasmo, soprattutto chi faceva parte dei “G.O.G.”, i potentissimi Gruppi Organizzativi Giovani che decidevano chi poteva entrare e chi no.

Quella del 3 settembre 1982 doveva essere normale come le altre, i più giovani, io con i cugini Antonio ed Alessandro Calvino, all’ingresso a controllare gli inviti (ogni socio aveva diritto ad invitare tre ospiti, ed era baratto feroce!), i più grandi dentro a selezionare la musica e fare gli “sperti” con le ragazze “nuove”.

Alla consolle il mitico Ninni Piscitello, uno dei DJ più bravi mai apparsi sulla scena musicale catanese, con lui Ciccio Strano fissato con la sicurezza e che si era inventato l’uso dei walkie talkie (nel 1982!), Marco Polizzi, il bello del gruppo ma già fidanzato con Danila con cui è ancora sposato, e poi Duilio Calvino, Vincenzo Caccamo, Antonio Paladino…qualcuno dimentico, ma insomma, chi legge e c’era si tuffa in un passato tutto nostro e irripetibile.

Il Club della Stampa era davvero un posto esclusivo, importante, non ce ne rendevamo conto.

Non ricordo se quel settembre presidente fosse Tony Zermo o il compianto amico Mario Petrina, storico presidente nazionale dei giornalisti italiani, che venne a spiegarci cos’era accaduto e chiederci di annullare la serata. Sua figlia Michela, oggi direttore di questa testata, allora aveva 14 anni,

Di certo a capo della Segreteria non c’era più il temutissimo, da noi monelli, Filippo Galatà sostituito da Franco Ballati che temevamo di meno ma qualche fastidio alle nostre intemperanze provava a darlo.

Alle 20 si formava la fila all’esterno e la musica cominciava a crescere progressivamente sino ad iniziare la serata vera e propria.

All’ultimo piano della sede c’era la sala con l’unico televisore e qualcuno stava guardando qualcosa quando vennero interrotte le trasmissioni per dare una notizia assurda, sconcertante.

C’era stato un attentato a Palermo, non si sapeva molto, forse era stato attaccato il generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

Prima di allora non c’era ancora la piena consapevolezza che fosse in atto una vera e propria guerra eversiva.

Qualche mese prima, il 30 aprile 1982, era stato assassinato Pio La Torre, ma nella percezione comune si trattava di una sorta di “omicidio politico”, l’importanza, il salto di qualità di quell’attacco da parte della mafia lo si comprese solo anni dopo, mentre la sua portata storica venne subito compresa dal governo in carica, che decise di schierare, poi mandandolo al macello, uno dei suoi uomini migliori, il Generale che aveva sconfitto le Brigate Rosse venne nominato Prefetto di Palermo e chiarì subito che sarebbe stato intransigente con i poteri che gestivano, in combutta con la mafia militare, le risorse miliardarie della regione.

La storia è nota, i tradimenti, gli intrighi, le complicità, i depistaggi.

Rimane storica la foto del corpo crivellato della giovane moglie del Generale caduta facendogli scudo nella modesta A112 ovviamente non blindata.

La coppia aveva come scorta, si fa per dire, l’agente Domenico Russo che li seguiva con un’altra vettura e fu trucidato come loro.

E noi, ragazzi dei favolosi e spensierati anni ’80, eravamo lì, pronti all’ennesima serata danzante e fummo spiazzati da una notizia che neanche potevamo immaginare in un epoca in cui non c’erano ancora i video game in cui il sangue si sparge per divertimento e le serie televisive anestetizzano ogni violenza.

Rimanemmo attoniti. Ascoltammo le parole e la richiesta di Mario Petrina.

Breve riunione e la decisione: non si può ballare, forse non serve a niente non farlo, ma non si può ballare.

Avremmo staccato la musica, ma il Club rimaneva aperto, sentivamo il bisogno di stare insieme.

Ninni andò al microfono e diede l’annuncio, le enormi casse tacquero e le luci stroboscopiche spente, tutte le luci delle terrazze accese come in omaggio ad un lutto immenso quanto ancora incompreso.

Rimanemmo insieme, qualcuno non rinunciò alla “cremolata”, una sorta di gelato morbido che non ho mai più ritrovato da nessuna parte, un ricordo di quei tempi come quelli precedenti caratterizzati dai ghiaccioli offerti a tutti i bambini da Gianfranco Orecchio quando arrivava al Club.

Ma eravamo alla Nave di San Giovanni li Cuti allora, mannaggia.

Non ricordo le discussioni di quella sera, eravamo ragazzini, chissà che ingenuità in analisi improvvisate.

Ma ricordo ancora il sapore, simile a quello dell’influenza quando arriva.

Ricordo che capimmo che lo Stato era stato attaccato, e capimmo dopo, molto dopo, che lo Stato era stato proprio assassinato e non si sarebbe mai più ripreso.

Da allora una deriva inarrestabile ed inarrestata, con le istituzioni fatte a pezzi una per una, con una Nazione ormai irriconoscibile, preda di bande che continuano a banchettare ingorde quanto grette sulle spoglie di una Comunità che si è persa.

Eravamo giovani allora, ed avremmo dovuto comprendere che si doveva scendere in campo, che si doveva combattere davvero, che era in gioco il futuro delle prossime generazioni.

Ed invece fummo irretiti e fagocitati dalle raccomandazioni, dalle clientele, dalle nostre carriere.

E ne diventammo complici e vittime, persi in ricordi di gloria effimera e veri sconfitti di una guerra che non abbiamo avuto il coraggio di combattere ma di cui portiamo tutte le ferite, per dirla con Pessoa.

Ed io, a 35 anni di distanza, quel sapore in gola di influenza che arriva, a mio figlio non riesco a spiegarlo.