Dal 1994 al 2013 lo Stato italiano ha versato nelle casse dei partiti 2 miliardi e 481 milioni di euro. 476,5 milioni solo nel 2001. 472 nel 2006, 419 nel 2008. Poi, alle ultime politiche del 2013, arriva il ridimensionamento: “solo” 45,5 milioni.

Il referendum del 1993 per l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti – promosso dal Partito Radicale – aveva già indicato chiaramente le intenzioni degli italiani, ma ci vogliono altri 10 anni perché venga promulgata la norma attuativa. Con il 2017 è definitivamente terminata la cuccagna. Il contributo statale alle campagne dei partiti per le lezioni politiche del 2018 è contributo zero: nessun rimborso è più previsto.

Tutto bene dunque? Non proprio.

A un candidato che faccia sul serio i soldi servono. E’ praticamente impossibile privarsi dei sondaggisti nelle ultime fasi della campagna, e l’investimento in questa direzione non scende mai sotto i 5 mila euro. Esattamente come sotto la soglia dei 150 mila euro le affissioni su mega-cartelloni risultano insignificanti.

Nel 2013 il Pdl ha sborsato per i suoi candidati 12 milioni. 10 milioni il Pd, 2,7 la Lega, M5S a quota 803 mila euro. Tutto poi a quel tempo rimborsato, con le nostre tasse non dimentichiamolo.

 Ma con 0 rimborsi in arrivo nel 2018 giocoforza le regole d’ingaggio di qualsiasi formazione politica sono cambiate.

A chi vuole candidarsi nelle sue liste il Pdl chiede oggi un contributo diretto di 20 mila euro. Il Pd può arrivare a 40/50 mila, Lega a 15, Fratelli d’Italia 5. Certo esistono oscillazioni da zona a zona, ma i valori di riferimento sono questi. E ancora: un neo candidato può rateizzare il versamento, un uscente deve versare tutto e subito.

Per tentare di abbattere i costi della campagna in corso partiti e formazioni applicano – tutti indifferentemente – la stessa formula: leadership sempre più personalizzata, massima esposizione televisiva possibile, presidio dei social e interventi sul territorio.

Non sarà così diverso per le prossime amministrative, dove forse le cose sono ancora più complesse da governare. A partiti o liste civiche (reali o mascherate che siano) puntano a leadership personalizzate da spendere incessantemente con interventi sul territorio. Massima esposizione su televisioni locali (qui assolutamente non sufficienti) da affiancare alla presenza su piattaforme web di grande reputazione con target mirati. Presidio dei social: mix minimo oltre alla piattaforma istituzionale del candidato Faceboox, Twitter e Instagram. Quando possibile, per candidati in circoscrizioni particolarmente “pesanti“, incursioni sui media nazionali.

 Basta questo a far quadrare i costi? No, non basta.

E qui scende in campo il ruolo dei privati. Che possono scegliere di destinare ai partiti il 2×1000 dell’Irpef. E possono intervenire con donazioni detraibili al 26%, ma con un tetto massimo di 100 mila euro. Sino a qui niente di male, acnhe se gli italiani non si sono mostrati sino ad ora particolarmente attratti da questi strumenti.

 Ci sono però altre fonti possibili. Pochissimo trasparenti.

La prima è costituita da Fondazioni e Centri di ricerca (che fanno rifermento a Partiti o Liste civiche di cui sopra) a cui – chissà come mai – per legge è possibile eludere la pubblicazione del proprio bilancio. La seconda fa riferimento a poteri sovranazionali (di stampo capitalistico o dittatoriali poco importa) interessate ad influenzare a proprio favore la dinamica economica del nostro paese o quella politica, la nostra e a ricaduta della Ue.

Durante il periodo della Guerra fredda si vagheggiava (a ragione) di finanziamenti americani da un lato e sovietici dall’altro. Oggi tutto si è fatto più liquido ma in qualche modo ancora più opaco e forse pericoloso.