Ieri ci siamo occupati dell’aspetto diciamo “tecnico” sull’accoglienza dei migranti minorenni non accompagnati, sui costi e sulla trafila burocratica che questi devono affrontare per rifarsi una vita. Oggi vogliamo concentrarci su un altro lato della medaglia, su quello che succede in una struttura di secondo livello e sul come vengono smistati i minori stranieri non accompagnati. Per questo presentiamo l’esperienza di una delle comunità più note di Catania che si occupa di questo nel difficile quartiere di San Giorgio. Sudpress ha intervistato il presidente della cooperativa Giuseppe Scionti e una delle educatrici, Enza Giuliano

Arrivano a fiotti al porto di Catania, fuggono da paesi in guerra e devono costruirsi una nuova identità: che fine fanno i minori stranieri non accompagnati quando arrivano in Italia? Il nostro viaggio nel mondo dei minori migranti continua, attraverso l’esperienza di una delle cooperative più radicate nel territorio, la Marianella Garcia.

Come nasce e da quanto tempo esiste la cooperativa? 

(Giuseppe Scionti) Operiamo da 30 anni nel quartiere di San Giorgio e ci siamo sempre occupati di attività sociali e progetti didattici per le scuole dei quartieri a rischio. Inizialmente lavoravamo a Lineri e Misterbianco. Poi siamo passati a Monte Po, Nesima e Librino. Nel 2012 l’emergenza migranti raggiunse livelli spropositati e noi, insieme ad altre cooperative, decidemmo di costruire delle comunità che accogliessero anche minori stranieri non accompagnati creando una struttura a San Giorgio. 

Quali difficoltà di integrazione avete riscontrato nel territorio?

(Giuseppe Scionti) Quando sono arrivati nella nostra struttura i ragazzi di colore, in un quartiere difficile come San Giorgio, devo dire che non ci sono stati problemi di integrazione. 

Qual è la differenza tra prima e seconda accoglienza e come avviene questo passaggio? 

(Enza Giuliano) Quando i minori arrivano al porto sono in condizioni estreme, spaventati e spesso con malattie. In quel momento è presente la Questura e la Croce Rossa che hanno un primo approccio con i ragazzi. Subito dopo avviene una trascrizione dei dati personali che molto spesso non corrisponde a verità: alcuni sono maggiorenni, ma vengono registrati come minori. Questo ci porta ad avere problemi nel momento in cui bisogna occuparsi dei documenti del ragazzo. Vengono poi raggruppati in recinti diversi, divisi tra minori di 16/17 anni circa, i bambini con le mamme e gli adulti. Ma il momento più degradante è la numerazione di queste anime: attraverso codici vengono chiamati pochi per volta e accompagnati a fare i primi accertamenti sanitari.

La questura chiama i vari centri di prima accoglienza chiedendo se hanno posto per un determinato numero di minori. Il collocamento nelle strutture è deciso dal Comune di Catania. Prima si cerca di collocarli nel posto meno distante, poi si comincia ad allargare la cerchia in strutture dove c’è disponibilità. La stessa procedura viene fatta per lo smistamento nelle comunità di seconda accoglienza. 

Cosa si fa durante la seconda accoglienza?

(Enza Giuliano) Bisogna costruire un percorso anche lavorativo, oltre che didattico, attraverso tirocini formativi. Si deve far capire loro che devono trovarsi una casa e un lavoro una volta raggiunta la maggiore età. Ma ci possono capitare anche situazioni particolari: a ottobre abbiamo avuto anche emergenze. Ci sono ragazzini che durante il viaggio vanno incontro a situazioni pericolose a quando arrivano possono avere la tubercolosi, l’aids, ferite d’arma da fuoco. Queste sono le storie dei minori stranieri non accompagnati.

Quando vengono accolti, ci si riunisce tra noi e si crea un’equipe per stabilire il percorso migliore che sarà diverso per ogni ragazzo. Parlano principalmente inglese, francese o addirittura la lingua del loro paese di provenienza, per cui ci affidiamo a un nostro mediatore. I ragazzi che abbiamo noi provengono dal Senegal, Gambia, Egitto, Mali, ma ultimamente stiamo avendo più gambiani. Li accompagniamo a scuola, li seguiamo sia per quanto riguarda la didattica che l’aggregazione sociale. Il primo impatto con la struttura non è semplice, ma noi facciamo capire che per loro ci siamo e con la nostra permanenza costante si abituano pian piano alla situazione e prendono confidenza. 

Quanti siete in comunità in questo momento?

(Giuseppe Scionti) Attualmente siamo 5 educatori, 1 assistente sociale, 2 mediatori, 1 cuoco e 1 psicologo. Di fatto se hai soltanto un operatore di turno diventa complicato gestire una struttura. 

Come viene organizzato il percorso formativo del ragazzo?

(Enza Giuliano) La scuola e l’accesso alla terza media viene garantito da strutture pubbliche.  A Librino ci sono delle scuole che accolgono i nostri ragazzi, la formazione viene garantita dallo Stato. In questa seconda accoglienza costruiamo un percorso di vita e lavoro, integrazione e formazione. Cerchiamo anche di metterli in contatto con aziende per fargli svolgere tirocini formativi che lo Stato, negli ultimi anni, ha messo a disposizione delle comunità. Gli facciamo fare anche attività sportive come calcio e rugby. C’è chi va a scuola la mattina e chi il pomeriggio. Poi si ritrovano un po tutti la sera per cena o dopo cena. 

Come avviene l’integrazione con gli italiani?

(Enza Giuliano) I ragazzi si approcciano con gli italiani a scuola, ma relativamente: alla Pestalozzi, durante il corso serale per conseguire la terza media, fino a due anni fa c’erano anche ragazzi italiani. Quest’anno invece il numero degli stranieri è molto più alto. I più grandi frequentano la moschea in città, riescono a crearsi un tessuto di amicizie per lo più legate alla loro nazionalità. Invece per i ragazzini più piccoli è più facile integrarsi con gli italiani: andando a scuola la mattina c’è una maggiore possibilità di approccio. Tuttavia l’appartenenza di più ragazzi alla stessa nazione crea gruppo, questo è normale e inevitabile. Scatta un meccanismo di protezione sociale tra di loro. 

Che aspettative hanno quando arrivano in Italia?

(Enza Giuliano) Il nostro intento è fare capire loro che se vogliono raggiungere un obiettivo ci sono dei passaggi ben precisi da rispettare, non esiste il guadagno facile. I minori però arrivano con delle aspettative: alcuni capiscono che ottenere qualcosa non è affatto facile e ci vuole sacrificio, altri non lo comprendono subito e sperano di trovare l’America. Molta pressione psicologica legata al denaro arriva dalle famiglie del paese d’origine, per chi ce l’ha. Devono ripagarsi il viaggio e probabilmente molti di loro sono indebitati. Così sperano che una volta giunti in Italia riescano a guadagnare subito. Le famiglie li contattano chiedendo di mandargli i soldi. A quel punto i ragazzi si sentono in dovere di non deludere le aspettative dei genitori. I legami con la loro storia e il loro vissuto familiare sono molto forti. 

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