Ieri pomeriggio la Corte d’Appello di Catania ha confermato la sentenza di primo grado che assolve Antonino Santapaola, Francesco Massimiliano Santapaola, Giuseppe Mangion, Alfio Mangion, Vincenzo Mangion, Agatino Mangion, Salvatore Copia e Pietro Diolosà, perché il fatto non sussiste

Una delle famiglie mafiose più potenti del territorio catanese, il clan egemone per eccellenza, i Santapaola-Ercolano, un processo lungo e complicato e la festa della Santa Patrona di Catania, Agata, gestita – secondo l’accusa del PM – dall’organizzazione mafiosa tramite l’associazione cattolica “Circolo Cittadino S.Agata”.

L’assoluzione rappresenta un dato processuale importante ma non dirama le ombre della presenza della mafia all’interno della festa. Come già dichiarato dall’Avvocato Antonio Fiumefreddo, difensore del presidente del Circolo Pietro Diolosà, è necessario separare l’aspetto processuale da quello storico confermato da diverse fotografie e dai documenti del Circolo S.Agata, la cui tessera numero 1 apparteneva ad Antonino Santapaola.

Molti i nomi importanti che sono stati ascoltati come testimoni durante il dibattimento di primo grado, tra i quali spiccano quello del sindaco di Catania Enzo Bianco (il Comune di Catania si è costituito parte civile ed è stato difeso dall’avv. Agata Barbagallo), del cerimoniere Luigi Maina, e del Maresciallo Cavallaro della Guardia di Finanza. 

Arriva ieri pomeriggio il verdetto della Corte d’Appello che conferma l’assoluzione da tutti i capi d’imputazione, decisa con sentenza di primo grado del 8 Febbraio 2013. 

Il fatto non sussiste anche per i giudici dell’Appello, che confermano il giudizio di primo grado espresso dal Presidente Michele Fichera e dai Giudici Riccardo Pivetti e Luca Lorenzetti. Secondo i magistrati di primo grado “l’istruttora dibattimentale espletata non ha fornito la prova che dimostri la asserita infiltrazione mafiosa nella gestione della festa di S. Agata”.

I giudici di primo grado non avevano accolto l’apparato accusatorio messo in piedi dal PM dott. Antonino Fanara, ed affermavano che “vaghi sospetti, labili indizi, congettura, ipotesi e personali interpretazioni di fatti, circostanze e comportamenti non potrebbero reggere una motivazione di condanna fondata su fragili argomentazioni non sorrette da alcun dato di fatto che possa univocamente e senza alcuna possibile diversa valutazione interpretarsi come comportamento finalizzato al “controllo” della festa in questione”.

Secondo il capo d’accusa originario, formulato dal PM, agli imputati veniva contestato di fare parte di “un’associazione mafiosa finalizzata ad ottenere il controllo di fatto della gestione dell’associazione cattolica denominata “CIRCOLO CITTADINO S.AGATA”, sodalizio che svolge un ruolo determinante nell’organizzazione e concreta realizzazione dei festeggiamenti per la S.Patrona della città di Catania e nella direzione di alcune significativa manifestazioni di culto e devozione per la Santa, in tal modo realizzando profitti e vantaggi ingiusti per sé e per altri”. 

Sembrerebbe insomma dedursi, da una interpretazione della lettura del capo d’imputazione originario, l’esistenza di una “nuova” associazione di stampo mafioso, che “avvalendosi della forza d’intimidazione dell’associazione mafiosa Santapaola-Ercolano” controllava la festa patronale.

Ma secondo i giudici di primo grado “poiché non è stata fornita la prova dell’esistenza di una specifica organizzazione (o ramificazione della stessa organizzazione-madre) finalizzata esclusivamente al raggiungimento di tale fine, questo stesso fine dovrebbe essere ricompreso tra quelli dell’organizzazione per la partecipazione alla quale gli imputati hanno riportato condanna o sono, comunque, sotto procedimento e, da ciò, deriverebbe la necessità della pronuncia (non doversi procedere) richiesta dal PM”. 

Insomma, il tribunale affermava molto più semplicemente che “non è emersa alcuna prova che possa supportare una sentenza diversa da quella pronunciata e che, cioè, l’ipotesi accusatoria sia dimostrata”, e conclude: “essendo convinzione del tribunale che i fatti contestati non siano stati provati in dibattimento, l’unica decisione che appare possibile prendere è quella dell’assoluzione di tutti gli imputati con la formula prevista”.