Ad Antonino Recca, magnifico rettore dell’università degli studi di Catania, piace imporre le sue regole, già prima che entrasse in vigore a Dicembre il suo statuto, tra le mura dell’università circolavano voci su di esso molto preoccupanti: lo statuto infatti si è rivelato essere uno strumento per accentrare i poteri del rettore, che in questo modo può comportarsi come un monarca all’interno della grande università catanese.
La reazione del Ministero dell’Istruzione non ha tardato, e così il Miur ha impugnato presso il Tar di Catania lo statuto chiedendone “l’annullamento previa sospensione”. Certamente il rettore ha la facoltà di applicarlo, ma all’università ci si sarebbe aspettato che lui non lo facesse almeno fino alla pronuncia del Tar “ne deriva che le disposizione censurate stanno dispiegando i propri effetti con grave vulnus per l’ordinamento universitario nazionale e, in alcuni casi con rilevanti conseguenze sul piano finanziario” dicono i sindacati dell’università siciliana.
La maggiore contestazione mosse allo statuto incriminato riguardano l’abnorme concentrazione di poteri attorno alla figura del rettore, in violazione del principio di una governance improntata al principio dei pesi e dei contrappesi.
Nello specifico, i rilievi riguardano “argomenti come la composizione del cda, la decadenza del senato accademico in caso di sfiducia del rettore, la rappresentanza del personale e degli studenti negli organismi, l’esercizio dei poteri di disciplina.
Ma si sa, al rettore di Catania piace fare “magnificamente” a modo suo.






















Signori miei…
mi era chiaro che versassimo in un evidente stato di profonda oppressione da parte di “baffetto” e del suo clan, perche’ non si puo’ definire diversamente, visto l’innumerevole quantita’ di soprusi e vessazioni, ma…
piu’ ne leggo e piu’ mi rendo conto che l’unico modo rimasto e’ l’eliminazione(uno strale, speriamo presto)… visto che e’ inutile attendersi qualcosa da chi dovrebbe vigilare, controllare, giudicare ed eventualmente punire, altrimenti non saremmo di certo arrivati a questo. Ci affamano per ingrassarsi… mi ricorda un periodo storico gia’ vissuto… ma mi sovviene anche il come se ne usci fuori allora…. io penso che non ci siano altre scelte… QUESTA E’ LA NUOVA COSA NOSTRA… di che altro staremmo parlando
Non ha bisogno di trafficare nell’illecito, vedi droga od altro, si fanno certi buoni affari nell’ambito dei business leciti… tra appalti, consulenze, convenzioni e via dicendo si riescono a raggranellare talmente tanti quattrini che… non val la pena di rischiare affari maleodoranti. Non c’e’ che dire ad allor sIGNORI che sono davvero i piu’ bravi sul mercato… e come in ogni altro mercato… i piu’ bravi spadroneggiano… COME DICE QUALCUNO… LA CONCORRENZA PREMIA IL MERITO… anche in questo… APPLAUSIIIIIIIIIIIII
Il prof. Bruno Caruso ve lo raccomanndo di cuore. Credo sia stato maestro dei sofisti perche’ capace di sostenere simultaneamente tutto ed il contrario di tutto! Cosi’ fece in una memorabile riunione dello scorso aprile in Presidenza d ella Facolta’ di medicina. Ritornando allo statuto, quest e’ opera di un gruppo di “saggi “. Probabilmente il termine va inteso nell’accezione dialettale: vale a dire “buoni, mansueti, accondiscendenti “. Uno di questi saggi lo conosco molto bene per l’abilita’ nel farsi gli affari suoi !
Giuseppe Condorelli
Il prof. Bruno Caruso, giuslavorista che nasce a sinistra ma che pare guardare a destra, è uno dei trenta delegati del rettore, pertanto percepisce una non irrilevante indennità e non può esimersi dall’accorrere a soccorso del rettore quando questi versi in evidente stato di difficoltà come nella fattispecie.
Mai si era visto nella storia dell’Ateneo un numero così imponente di delegati, sproporzionato se si pensa che persino nei mega-atenei i delegati sono intorno a cinque e mai superano la decina.
Sarebbe interessante conoscere l’effettivo onere (si può stimare dell’ordine di 200.000-300.000 euro all’anno, prorettore e rettore compresi) sopportato al riguardo dai contribuenti che in prima misura sono gli studenti che pagano le tasse d’iscrizione, tenuto conto che certamente con la stessa somma si potrebbero finanziare 15-20 borse di studio per attività di ricerca, settore per il quale paradossalmente si lesinano le risorse invece di potenziarle.
Si auspica allora che la attenta redazione di SUD chieda al rettore l’ammontare di questa (almeno in gran parte) inutile spesa in modo da informare i cittadini del probabile ennesimo scandalo per sperpero di risorse.
Se poi il rettore, nell’ipotesi di pressoché certa soccombenza al TAR, si illude di poter trovare migliori fortune al CGARS per il fatto che vi siedono due docenti dell’Università di Catania verosimilmente a lui vicini (peraltro nominati dal Governatore Lombardo – sempre lui! – con qualche fondato dubbio sulla legittimità di tale nomina per mancanza dei requisiti di legge), allora prenderà l’ennesimo clamoroso abbaglio perché i componenti togati non permetteranno mai che il discredito che questo rettore ha gettato sull’Università di Catania si estenda al supremo organo di giustizia amministrativa.
Con accademica puntualità arriva la difesa d’ufficio pro rettore, che tuttavia pare imbastita senza troppo impegno né sorretta da argomentazioni pertinenti e per nulla convincenti (in verità si tratta di un inno al “volemose bene”), guarda caso proprio da parte di un “delegato del rettore”, il prof. Bruno Caruso, che risponde alla lettera del Preside della Facoltà di Giurisprudenza (già qui pubblicata in precedente commento) così come si riporta appresso:
“Caro Preside
ho letto la tua mail, devo dire con un po’ di dispiacere e malinconia. Non intendo entrare nel merito tecnico delle questioni che tu sollevi; sul piano formale, mi limito a rilevare che suona non proprio in linea con una corretta etichetta istituzionale – che avrebbe, invece, implicato un maggiore self restraint – una simile e dura posizione politica, in nome e per conto di un organo, e in un ruolo che come tu stesso rilevi, sono in via di ineluttabile esaurimento. Un preside alla fine del suo mandato istituzionale non dovrebbe alimentare una “guerra istituzionale infinita”; il richiamo al vecchio soldato giapponese, rimasto solo in trincea, quando vinti e vincitori (ammesso che sia legittimo utilizzare tale terminologia bellica) dovrebbero rimboccarsi le maniche, sanare le ferite e contribuire a costruire il futuro, diventa inevitabile.
Il sentimento di malinconia deriva dal fatto che la tua missiva mi fa pensare ad un atteggiamento che ritengo errato, ma che appartiene ad ognuno di noi, quando alla fine di una fase della propria vita, anche istituzionale, è spesso tentato a ripiegare e rimuginare sul passato, invece, di proiettarsi e ricollocarsi positivamente nel futuro. Non possono che scaturire umori negativi e sensazioni spiacevoli, anche sul piano dello stile, e la tua lettera ne è dimostrazione.
Il dispiacere misto a sorpresa originano, invece, dalla tua posizione politica: pur di andare contro questa amministrazione abbracci, senza se e senza ma, le ragioni del più vetero centralismo ministeriale: ti schieri de plano con i due ministri contro il tuo rettore e a favore della burocrazia ministeriale che credo, per quel che conosco dai miei studi, oggi stia difendendo una sua precisa posizione di ruolo e di potere, dietro la schermatura dei rilievi di legittimità; ma non ci avevi spiegato che la tua battaglia era condotta nel nome della difesa rigorosa del principio di autonomia e contro ogni centralismo?
Non posso non evidenziare come la tua posizione mi ricordi un tipico vizio della del peggior politicismo italico: i principi piegati, disinvoltamente, alle micro battaglie tattiche e di interesse.
Possiamo essere d’accordo o dissentire con le posizioni del nostro Rettore assunte nella vicenda statutaria, purtroppo per te, condivise da una schiacciante maggioranza dei componenti degli organi deliberativi e di altri colleghi giuristi (il diritto mi insegni è contendibile nella sua interpretazione e per questo ci sono i giudici terzi e, fino alla loro decisione, è opportuno tacere); mi limito, però, a evidenziare un mio stato d’animo personale che molti colleghi, credo pure della nostra “ex” facoltà (abrogata per legge e non per volontà del Rettore) , condividano. Far fretta oggi non è sintomo di decisionismo nevrotico o politico, ma deriva da una esigenza di certezza su cosa fare, come fare e dove andare, un sentimento di incertezza che accomuna tutti nella esigenza di uscire presto dalla transizione. Ti sembra plausibile, con le urgenze in campo, una transizione lenta e infinita verso l’ignoto, che è quello che sembri proporre? O non cela, questo atteggiamento, un altro vizio antico, quello del gattopardismo?
Ahinoi, la scatola vecchia è stata irrimediabilmente svuotata di contenuti e congegni, per volontà del legislatore e non del rettore; riempire di contenuti la nuova scatola e rendere al più presto operativa la macchina per affrontare l’immane compito di rilancio dell’università italiana, credo che sia un interesse generale che non appartiene né a me, né a te ne’ al Rettore, ma all’intera comunità dell’ateneo catanese.
Sono convinto che un atteggiamento di saggia collaborazione e non di precostituita e violenta rottura è in più linea con la venerabile tradizione della nostra (ex ) facoltà .
Con amicizia,
Bruno Caruso”
fonte:
http://www.movimentostudentesco.org/universit%C3%A0-e-ricerca/statuto-preside-di-cataldo-recca-fermati-e-azzera-tutto-risponde-il-prof-bruno-
insomma. recca fa schifo sia come amico di pinuccio firrarello sia come amico di annuzza finocchiaro. Sta stabilizzando 200 puc. Ma si può fare? Mah
Mi risulta da fonte attendibile che nelle stabilizzazioni effettuate nel recente passato ci siano state gravi anomalie, con discriminazioni e favoritismi che hanno indotto molti dipendenti danneggiati ad avanzare ricorso.
Risulterebbe anche che questi dipendenti sono stati invitati, addirittura con nota formale, a ritirare i ricorsi in cambio di una prospettiva futura di stabilizzazione.
Ciò dimostra che i ricorsi sono fondati e che pertanto è più che legittimo il sospetto di gravi irregolarità (assunzioni nepotistiche e clientelari) integrate dai vertici dell’ateneo, il che non è ovviamente una novità per quanto riguarda i concorsi per il personale docente, né per le nomine di dirigenti che parrebbero non avere titolo, né per altri notori fatti di gran lunga più gravi (carenze della sicurezza negli edifici dell’ateneo, in primis Farmacia, ma non solo).
E, dulcis in fundo, uno statuto che è radicalmente illegittimo, perché oltre al merito, è stata manifestamente violata la procedura prevista per la sua definizione, come ha chiaramente spiegato il preside di giurisprudenza che, in effetti, si è sempre opposto ma ha sin qui dovuto soccombere di fronte alla potenza numerica del rettore accentratore.
Potenza numerica alla quale ha certamente contribuito l’espediente della inaudita nomina di oltre 30 delegati del rettore (che per tale carica percepiscono una sostanziosa indennità) alla stregua di assessorati, il che ha evidentemente captato la benevolenza di larga parte del personale docente, volente o nolente.
Per quanto infine alle amicizie politiche del Nostro (come dimostra il cursus honorum costellato da numerosissimi salti della quaglia e la cui origine può individuarsi nella vicinanza strettissima negli anni 80′ all’on. Drago e compagnia bella), esse sono nel tempo mutate rapidamente alla bisogna, evidentemente non dettate da ragioni ideali ancorché politici ma da biechi calcoli di contingente convenienza personale.
E’ evidente che questa gestione dell’ateneo non accetta di inscrivere la propria azione all’interno delle norme vigenti e neanche di rispettare i basilari canoni di civiltà giuridica nell’applicazione dei quali dovrebbe essere anzi d’esempio per la società civile che osserva esterrefatta, non avendosi memoria che il Ministero dell’Università debba essere addirittura costretto a proporre ricorso al TAR per ricondurre i vertici di un ateneo al rispetto delle regole.
Vista la gravità e la pluralità delle censure contestate nell’atto di ricorso (basta per tutte l’attribuzione al rettore del potere disciplinare sul personale tecnico-amministrativo [art. 6, comma 3, lettera f], fatto inaudito e gravissimo, oltre a palesi violazioni in materia di elezione del rettore [art. 6, comma 5, lettera b] e del senato accademico [art. 7, comma 1, lettera h e comma 2, lettera d], elusione dei limiti temporali del mandato dello stesso rettore [art. 6. comma 8], per tacer d’altro) appare pressoché scontato (nonché doveroso) che il TAR conceda la sospensiva e annulli tutti gli atti per manifesta illegittimità e per evidente pregiudizio grave ed irreparabile a carico della comunità accademica locale ma anche con riflessi sull’intero sistema universitario nazionale che, ovviamente, non possono essere tollerati.
Il Ministero, ad onor del vero, in questo caso non sta minacciando il principio di “autonomia universitaria” (concetto dietro il quale il rettore, con un travisamento palese pro domo sua, pretende di trincerarsi perseverando irragionevolmente in una condotta gravemente illegittima) ma agendo di fatto nell’interesse della comunità accademica per garantire la democraticità dello statuto, il che va direttamente a vantaggio degli studenti e degli studiosi liberi da ogni condizionamento politico-clientelare, altrimenti gravemente penalizzati da un ordinamento statutario che di fatto accentrerebbe in modo abnorme ed inaudito il potere nelle mani del rettore.
E con tutti i rischi del caso dato che questo rettore (ma anche i successori a lui fedeli, che con queste regole falsate potrebbe facilmente insediare, perpetuando a vita il suo personale controllo sull’ateneo) ha mostrato di strumentalizzare l’università per fini politici e segnatamente partitici (il riferimento all’UDC non può essere taciuto nè negato) con la conseguente profonda umiliazione della prestigiosa istituzione universitaria (fondata nel 1434, la più antica della Sicilia e tra le più antiche d’Italia) che invece dovrebbe essere motivo di vanto per la città di Catania ed aspirare a divenire uno degli atenei più prestigiosi del meridione, forte della millenaria tradizione culturale di cui il nostro territorio è vivida testimonianza da valorizzare e tutelare.
In conclusione, un’altra pagina, speriamo tra le ultime, di questa gestione dell’ateneo certamente da dimenticare non senza un certo imbarazzo per chi ha in mente, e sono la maggior parte, una università sede di cultura e civiltà quali indefettibili presupposti per un progresso morale, sociale ed economico della nostra citta.
n.b.:
L’integrale atto di ricorso è disponibile al seguente link:
http://issuu.com/movimentostudentesco/docs/statuto_ateneo_avvocatura_ricorso
Netta e condivisibile presa di posizione del Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania che chiede al rettore di azzerare lo statuto ritenuto gravemente illegittimo e quindi concordare con il Ministero una soluzione del contenzioso giudiziario, allo scopo di salvare l’onore e i prestigio dell’ateneo, mai caduto così in basso.
Si riporta nel seguito la lettera del Preside di Giurisprudenza:
“Caro Rettore,
Ho letto con molta apprensione la Tua nota del 27 gennaio (con la quale segnali che, nonostante il ricorso del Ministero contro il nostro statuto, si procederà alla piena attuazione dello stesso), le note di reazione di alcuni Colleghi, e la Tua risposta.
Siamo veramente in una situazione molto difficile (mai il nostro Ateneo ha vissuto un conflitto giudiziario col Ministero), e stiamo precipitando ancora più giù.
Come Preside (sia pure scaduto) di una Facoltà di Giurisprudenza (essa pure scaduta) sento il dovere di fornire a Te ed a tutta la Comunità Accademica qualche chiarimento tecnico sulla situazione in cui ci siamo cacciati. Solo una analisi sicura di quanto accaduto può consentirci di fare i passi opportuni per riacquisire quel minimo di rispettabilità che il nostro Ateneo e la nostra Città certamente meritano. Per questa ragione invio questa mia nota, oltre che a Te, a tutti i Presidi, e prego Te e Loro di ritrasmetterla a loro volta a tutta la comunità accademica.
Il processo di redazione del nuovo statuto è stato segnato da una serie di decisioni di dubbia opportunità (nessuno ha compreso il perché del ritmo acceleratissimo da Te impresso alla procedura; nessuno ha compreso perché hai voluto una Commissione formata da persone tutte scelte personalmente da Te) e da una serie altrettanto fitta di decisioni illegittime. Delle prime non vorrei qui (ri)discutere. Delle seconde, sì.
La nomina della Commissione statuto è stata fatta, in Senato, come sai bene, con palese violazione del regolamento elettorale del Senato. Il nuovo statuto è passato, in Senato, con molti voti contrari e molte astensioni. Tra l’altro, tutti i tre giuristi presenti in Senato, con un documento piuttosto articolato, hanno segnalato ben prima del voto finale l’illegittimità di molte norme presenti nel testo del nuovo statuto.
La lettera del Direttore Generale del Ministero formula una fitta serie di rilievi di legittimità allo statuto. Hai detto che questa lettera è stata “una sorpresa”. Sarebbe stato meglio dire “una sorpresa annunciata”. I rilievi del Ministero coincidono in gran parte con quelli sollevati in Senato dai tre giuristi, con il contenuto di un documento approvato nella primavera del 2011 dal Consiglio di Facoltà di Giurisprudenza, e con una nota del Ministro Gelmini in data 4 maggio 2011. E quindi, la reazione del Ministero poteva e doveva (da chiunque avesse letto i documenti su elencati) essere facilmente prevista. Non vendo pelli, nè di orsi né di altri animali, ma mi sembra (pur sapendo bene che ogni valutazione di illegittimità può presentare margini più o meno ampi di opinabilità) che, in questo caso, previsioni fosche sono più attendibili che previsioni rosee.
Considerare la lettera del Ministero come un documento del tutto privo di rilievo giuridico è stato un errore gravissimo, sia sul piano giuridico, sia sul piano politico. Sul piano giuridico, la valutazione della lettera poteva presentare alcuni profili tecnici di non agevole verifica (in particolare: se la lettera stessa “equivalesse a” o “fosse” un provvedimento amministrativo; se la competenza a sollevare rilievi allo statuto spettasse al Direttore Generale o al Ministro). Non intendo avviare qui una disamina tecnica di questi problemi, che del resto non mi compete (insegno ed ho sempre studiato diritto commerciale, e so poco di diritto amministrativo). E però, quanto accaduto fa pensare che i Tuoi consiglieri giuridici abbiano preso qualche abbaglio. Anche sul piano politico è stato un errore gravissimo pensare che quella lettera fosse un pezzo di carta del tutto privo di rilievo giuridico. Chiunque capisce bene che avviare un braccio di ferro con il Ministero su un punto non da poco come lo statuto può solo procurare all’Università una grave perdita di peso, e, più prosaicamente, un bel sacco di problemi.
La misura della reazione del Ministero può essere ben compresa se si pensa che la lettera è stata preparata quando era ancora Ministro l’On.le Gelmini, mentre il ricorso è stato proposto dal Ministro Profumo. Il fatto che entrambi i ministri abbiano ritenuto illegittimo il nostro statuto (è da escludere che il Direttore Generale abbia deciso da solo un passo così delicato) induce a pensare ad una determinazione particolarmente convinta. E quindi, se anche il TAR negasse la sospensiva, e se anche il TAR ci desse poi ragione nel merito, appare oggi improbabile che il Ministro non deciderebbe di impugnare queste decisioni. Per quanti anni possiamo permetterci di stare in trincea contro il Governo?
Poco convincente è stato anche il procedimento che hai avviato, subito dopo, per “adeguare” lo statuto ai rilievi del Ministero. Lo hai fatto in modo del tutto irrituale, ignorando, ancora una volta, le regole del procedimento di modifica dello statuto. Non è facilmente comprensibile il ruolo della riunione “informale” (?!) di Senato e Consiglio che hai convocato, ed alla quale mi sono rifiutato di partecipare. Ancor meno comprensibile è il senso complessivo dell’operazione, visto che hai subito precisato a tutti che comunque non si sarebbe toccata la norma che riserva al Rettore la nomina dei componenti del Consiglio, nonostante sia evidente che essa rappresenta la più grave tra le illegittimità rilevate dal Ministero (oltre che da molti di noi, in Senato e fuori).
Non finisce qui. Dopo la notifica del ricorso, passati un paio di giorni di riflessione, hai annunziato a tutti che “noi andiamo avanti”. Secondo il Tuo stile decisionista, apprezzabilissimo in molti casi, pericolosissimo in questo, procederemo all’attuazione dello statuto.
Parafrasando il vecchio testo sacro, c’è un tempo per andare avanti, un tempo per fermarsi, e forse pure un tempo per andare indietro. “Andare avanti”, in questo caso, è un errore gravissimo per almeno due ragioni. In primo luogo, esiste una regola non scritta (della quale, evidentemente, nessuno Ti ha informato) secondo la quale ci si presenta al giudice a bocce ferme. Questa deferenza nei confronti del giudice dovrebbe essere particolarmente sentita da un ente pubblico come un’Università. Un’Università che non la avverte dovrebbe provare vergogna. In secondo luogo, e soprattutto, il fatto che noi “andiamo avanti” agevola enormemente la posizione processuale del Ministero davanti al TAR, rispetto alla domanda di sospensiva. Il Ministero, infatti, deve provare, tra l’altro, che, in assenza di sospensiva, esiste un “pericolo nel ritardo”, esiste cioè il rischio che l’Università proceda ad aggravare la situazione di illegittimità. Se noi “andiamo avanti”, il pericolo nel ritardo è (diciamo noi giuristi) in re ipsa, ed il Ministero vede enormemente alleviato il proprio onere di prova. Questo non è, come alcuni hanno detto, un assist nei confronti del Ministero. È molto di più. Rimanendo all’interno della metafora calcistica, è un vero e proprio autogoal.
In definitiva, questa triste vicenda mostra con chiarezza che il nostro Rettore (si tratti di errori di valutazione, di eccesso di sicurezza, di cattivi consigli, o di altro) sta coinvolgendo l’Università in una situazione gravissima, e che le Sue ultime mosse non hanno fatto che aggravare la situazione stessa. Inoltre, l’acrimonia con la quale il Rettore ha risposto alla sensatissima e garbata domanda di Giorgio Bellia dimostra che in questo momento non ha neppure la lucidità necessaria per avvertire in che baratro sta sprofondando un Ateneo prestigioso che non merita affatto questa situazione aggrovigliata ed assurda.
In conclusione, come Preside della Facoltà di Giurisprudenza, mi permetto di suggerire una via d’uscita. Vai subito al Ministero, concorda una cessazione delle ostilità basata sull’azzeramento di questo statuto indecente, e riavvia dall’inizio il processo di redazione del nuovo statuto. Con una Commissione eletta secondo le regole, veramente rappresentativa delle Facoltà (come ricorderai, ad alcune Facoltà, e tra queste la Facoltà di Giurisprudenza, non hai neppure consentito di esprimere un proprio rappresentante. Lo hai designato Tu. A giudicare dai risultati, non si direbbe che la Tua Commissione statuto abbia fatto un gran bel lavoro). E poi fai un bel rimpasto, se credi, al tuo staff di giuristi, perché non sembra a nessuno che i loro consigli abbiano dato esiti particolarmente positivi. In Ateneo ne troverai tanti di bravi.
Credimi, caro Rettore, e forse interpreto il pensiero di non pochi Colleghi. Questo è uno dei momenti in cui tornare indietro sarebbe segno di grande saggezza, non di debolezza. Al contrario, “andare avanti” sarebbe solo incapacità di comprendere.
Con i miei saluti più cordiali,
Vincenzo Di Cataldo”.
fonte:
http://ctzen.it/2012/01/31/unict-il-giurista-di-cataldo-scrive-a-recca-%c2%abstatuto-indecente-va-azzerato%c2%bb/
è un’anomalia che questo rettore sia anche un politico, udc. peraltro da qualche tempo in modo manifesto.
No, l’anomalia è che questo “politico” (l’UDC è solo l’ultimo approdo, alla prima elezione a rettore dichiarò sulla stampa locale, testualmente, di essere “uomo di Firrarello”, ma ci tenne a sbandierare le congratualzioni e il sostegno ricevuto dalla sen. Finocchiaro) sia anche un rettore…