Il gruppo criminale paternese, facente capo a Salvatore Rapisarda e Vincenzo Morabito, è stato disarticolato, dopo una indagine lampo che ha portato all’arresto di 19 persone per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, tentata rapina, porto e detenzione illegale di armi, aggravato dal metodo mafioso. Già nel 2015, l’operazione di cui quella odierna rappresenta il naturale sviluppo, “En plein”, aveva consentito di catturare 16 affiliati sempre per gli stessi delitti, colpendo anche l’altra cosca paternese, quello degli Assinnata, facente riferimento invece al clan di Cosa Nostra catanese “Santapaola”capeggiato dall’oggi defunto, Salvatore Leanza. Dunque un nuovo duro colpo al clan e ai suoi capi, che perseveravano nelle attività criminali malgrado fossero detenuti, tramite direttive impartite in modo costante agli esterni. GUARDA LA VIDEO INTERVISTA ED IL VIDEO DELL’OPERAZIONE

Le indagini compiute nell’ambito del procedimento penale “En Plein” di tre anni fa, avevano consentito di individuare il mandante e gli esecutori materiali dell’omicidio di Salvatore Leanza, soprannominato “Turi paredda”, avvenuto a Paternò il 27 giugno 2014, e del tentato omicidio di Antonino Giamblanco, detto “u sciallarese”, avvenuto a Motta Sant’Anastasia il 30 luglio dello stesso anno.

Successivamente dunque all’operazione del 2015, il costante monitoraggio dei personaggi di vertice del clan di Paternò permetteva ai Carabinieri di accertare che, nonostante la detenzione, Salvatore Rapisarda era in continuo e costante contatto con altri esponenti fuori e continuava a reggere dal carcere le fila del gruppo, coadiuvato dal fedelissimo Alessandro Giuseppe Farina, che anch’egli detenuto si serviva della collaborazione della moglie Vanessa Mazzaglia, incensurata ma comunque colpita da misura cautelare, del suocero Antonino Mazzaglia e del nipote Emanuele Lucio Farina, per impartire gli ordini del caso ai componenti del clan ancora in libertà.

Questi i nomi di tutti gli arrestati: Giuseppe Arcidiacono, Antonino Barbagallo, Samuele Cannavò, Giorgio Castorina, Alessandro Farina, Angioletto Farina, Emanuele Farina, Antonino Mazzaglia, Domenico Morabito, Salvatore Morabito, Francesco Pappalardo, Giuseppe Patanè, Salvatore Rapisarda, Biagio Sambataro, Salvatore Sambataro, Sebastiano Tocra, Vincenzo Vinciullo.

Salvatore Rapisarda aveva stabilito infatti che ad occuparsi delle piazze di spaccio a Paternò e dintorni, anche Belpasso e Santa Maria di Licodia, dovesse essere il nipote Vincenzo Marano (detto Enzo u squalu), che gestiva ovviamente la cassa comune del clan, assicurando il mantenimento degli associati detenuti ma anche il reclutamento di nuove leve che si occupavano di portare avanti le attività criminose.

Attraverso i colloqui con i familiari, i detenuti venivano, a loro volta, informati dei problemi associativi da risolvere (primo fra tutti quello degli stipendi agli associati) ed intervenivano dando specifiche disposizioni da far pervenire all’esterno del carcere.

Uno degli strumenti di finanziamento dell’associazione mafiosa era appunto il traffico di sostanze stupefacenti (cocaina e marijuana), che si sviluppava sulle “piazze di spaccio” di Paternò e di Santa Maria di Licodia, attraverso canali legati ai rifornimenti provenienti dai paesi etnei ma anche dalla Calabria, tramite due degli arrestati, padre e figlio, proprio di origine calabrese, Salvatore e Domenico Morabito, non imparentati però con uno dei capi della cosca paternese.

Le indagini hanno permesso di far luce anche su una tentata rapina a mano armata avvenuta il 30 dicembre 2017 a Paternò ad un distributore di carburante in piazza Purgatorio, durante la quale, i due malviventi intervenuti (identificati negli arrestati Emanuele Lucio Farina e Samuele Cannavò) avevano esploso anche un colpo d’arma da fuoco per intimidire il gestore che aveva in qualche modo reagito.

Il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, ha voluto sottolineare: “E’ importante dire come tutti siano stati arrestati e nessuno sia sfuggito; devo ringraziare i Carabinieri ed in particolare il gruppo dei Cacciatori di Sicilia”.

Gli arrestati sono stati condotti nelle carceri di Catania Bicocca, Messina e Prato, in attesa dell’interrogatorio di garanzia.