L’indagine, iniziata nell’ottobre del 2015 e proseguita fino al gennaio 2018, attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche ma anche grazie alle preziose dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia ed in particolare di Gaetano Mario Vinciguerra, ex reggente temporaneo del gruppo mafioso di Aci Catena facente capo alla famiglia di Cosa Nostra catanese “Santapaola – Ercolano”, ha permesso di disarticolare un pezzo fondamentale del clan acese. Negli anni infatti, il gruppo criminale aveva vessato imprenditori e privati cittadini proprietari di attività commerciali con estorsioni reiterate, ma anche con cosiddetti “cavalli di ritorno“, oltre che gestito lo spaccio di stupefacenti. Tra le accuse più dure anche il tentato omicidio di Mario Giuseppe Tornabene nel 2007 e lo scambio politico mafioso con Raffaele “Pippo” Nicotra, ex deputato regionale, prima delle elezioni regionali del 2008 e 2012

Il lavoro della Procura etnea e dei Carabinieri, con il nucleo investigativo ed il comando di Acireale, ha ricevuto un input fondamentale dalla collaborazione dunque sia di soggetti interni al clan che delle vittime delle estorsioni. Come specificato infatti anche dai magistrati, in certi casi le vessazioni andavano avanti da oltre dieci anni, con richieste sempre maggiori e quasi insostenibili (fino a 10.000 euro).

Sono otto in particolare gli esercenti dell’acese, tabaccherie, farmacie, panifici, che nel corso degli anni sono stati costretti a versare le “tasse” ai criminali, anche due o tre volte l’anno. E’ stato inoltre recentemente accertato dalla DDA catanese, che l’attività di estorsione ed imposizione del “pizzo” è molto più intensa nell’hinterland della provincia di quanto lo sia all’interno della città.

Fortunatamente, le cose sembrano cambiare in positivo, perchè a denunciare in molti di questi casi sono le seconde generazioni e dunque i figli rispetto ai padri.

Altra importante fonte di lucro erano i “cavalli di ritorno”, ai danni di cittadini di ceto medio basso, con il furto spesso dell’unica automobile familiare (sopratutto Fiat Uno e Panda), necessaria ed imprescindibile, al punto da costringere le vittime a pagare, essendo sprovvisti di assicurazioni contro il furto. Le richieste degli estortori normalmente oscillavano tra i 500,00 ed i 1.000 euro.

I 18 arrestati (di cui 15 presunti appartenenti alla “Famiglia” Santapaola-Ercolano e in particolare, alle frange operanti ad Acireale e Aci Catena) sono dunque tutti ritenuti responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni con l’aggravante del “metodo mafioso”, scambio elettorale politico mafioso, tentato omicidio, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e detenzione illegale di armi. Di questi, quindici provvedimenti cautelari sono stati notificati a soggetti in libertà, mentre tre sono stati notificati in carcere agli altri indagati, già rinchiusi  per altri motivi.

Il gruppo criminale è dunque quello che gestiva il territorio di Acireale e Aci Catena, già riconducibili a Sebastiano Sciuto, detto “Nuccio Coscia”, recentemente scomparso per cause naturali.

Fondamentale dunque la collaborazione di un pezzo grosso del clan, cioè Mario Vinciguerra, che ha fornito durante le indagini un quadro aggiornato degli organigrammi dei “gruppi”, indicando “capi” e “soldati”, ma anche un elenco dettagliato delle imprese commerciali costrette, da anni, all’imposizione del “pizzo”.

Tra gli arrestati figura anche l’ex deputato regionale Raffaele “Pippo” Nicotra, a cui vengono contestati i reati di concorso esterno in associazione mafiosa, tentata estorsione aggravata e scambio elettorale politico mafioso. Nicotra avrebbe, attraverso somme di denaro,  indirizzato a proprio vantaggio le elezioni regionali del 2008 e del 2012, servendosi del potere coercitivo e intimidatorio del clan mafioso.

Infine, l’indagine ha consentito di far luce sul tentato omicidio di Mario Giuseppe Tornabene, avvenuto a Fiumefreddo di Sicilia, il 28 agosto 2007. All’epoca infatti, da quanto raccontato da due collabortori di giustizia, Tornabene, già responsabile del “Gruppo di Giarre” per conto della frangia acese riconducibile Sebastiano Sciuto, e curatore degli “interessi” di quest’ultimo, attraverso la costituzione di società in diverse attività commerciali, per aver disatteso gli accordi economici intrapresi con lo stesso Sciuto, era stato vittima di un agguato a colpi di pistola da parte del figlio del boss, Stefano, aiutato da fiancheggiatori, riuscendo però miracolosamente a scampare all’aggressione, riportando gravi ferite.

Questi i nomi degli arrestati: Fabio Arcidiacono, classe 1984, Fabrizio Bella, classe 1964, Rodolfo Bonfiglio classe 1980, Cirino Cannavò, classe 1972, Fabio Vincenzo Cosentino, classe 1978, Gianmaria Tiziano Cosentino, classe 1981, Danilo Tommaso Failla, classe 1979, Salvatore Nunzio Fonti, classe 1970, Camillo Grasso, classe 1968, Antonino Francesco Manca, classe 1978, Mariano Massimino, classe 1986, Mario Nicolosi, classe 1966, Raffaele Giuseppe Nicotra, classe 1956, Camillo Pappalardo, classe 1970, Concetto Puglisi, classe 1981, Giuseppe Rogazione, classe 1974, Santo Paolo Scalia, classe 1974, Stefano Sciuto, classe 1982.