Una delle prime associazioni antiracket ed antiusura sorte alle pendici dell’Etna, grazie all’impegno di una famiglia, che per prima aveva scelto di denunciare e dire no, a quanti cercano di approfittare del lavoro altrui, usando la paura e la violenza. La signora Gabriella Guerini, intervistata da Sudpress, racconta la sua storia, il suo attuale impegno, per sensibilizzare chi ancora vive con l’idea che non ci siano vie d’uscita, ed invece una strada c’è: “Bisogna sempre denunciare”

Pagare o accettare passivamente qualunque richiesta fatta da estortori e criminali, sembra la sola soluzione possibile, il timore di ritorsioni è sempre troppo forte, fa tremare le gambe, blocca il pensiero. Ma è di certo il modo migliore per finire dentro un imbuto terrificante, senza scampo.

Anche alla signora Guerini è capitato, tantissime volte, fin da ragazza, di trovarsi all’interno di situazioni simili: “Negli anni ’60, la mia famiglia si è trasferita qui in Sicilia, su richiesta della regione che cercava imprenditori, noi siamo originari di Brescia. Mio padre, si rese subito conto delle logiche lavorative, quando apprese che buona parte dei dipendenti a libro paga, di fatto non venivano mai a lavorare. Inizialmente si lamentò con i superiori, per poi decidere di cacciare tutta questa gente. Un pomeriggio, lo venne a cercare a casa, una persona, armata di coltello, per minacciarlo, ma mio padre che non si faceva intimorire, e aveva combattuto in guerra ed era stato partigiano, lo ha affrontato e gettato giù dalle scale. Avrebbe voluto interrompere il contratto con la ditta siciliana, ma non potè. Alla fine riuscì a concludere il periodo di lavoro, facendosi sempre rispettare, per poi tornare a Brescia con mia madre e i miei fratelli”.

Questo il primo approccio, con un sistema troppo spesso marcio, che vede prevalere la criminalità al lavoro onesto. Ma è dopo aver conosciuto il marito, siciliano, che la responsabile dell’Associazione Antiracket Antiusura Etnea, si trovò a fare i conti con una realtà ancor più dura e pericolosa: “Alle superiori ho conosciuto mio marito, con cui mi sono sposata a 19 anni.  Lui iniziò a lavorare nell’ambito imprenditoriale, con una ditta che si occupava di estrarre roccia.  A poco a poco, iniziarono le minacce, prima telefoniche e poi fisiche, con aggressioni in cantiere. Durante gli anni ’80 Catania era un posto non semplice, c’era una guerra di mafia ed era pericoloso, ma noi non abbiamo mai voluto abbassare la testa. Siamo andati a denunciare prima ai Carabinieri di zona, che non ci hanno dato molto credito, e dopo al Comando provinciale, che invece ci ha sostenuto. Nel frattempo continuavano le intimidazioni, con i danni alle attrezzature, ai camion. Avevo mio figlio piccolo, ma malgrado la paura, ho sempre voluto lottare, oppormi“.

Ad inizio anni’90, sembrava che le cose iniziassero a cambiare, c’era un sentimento diverso tra la gente, la voglia di credere che la mafia e la criminalità non potessero vincere, ed infatti nacquero le prime associazioni di sostegno alle vittime, soprattutto con il grande impegno di Tano Grasso. E proprio grazie all’incontro con quest’ultimo, la signora Guerini ed il marito decisero di aderire e dare un sostegno a chi subisce costantemente come loro, anche qui, a Catania e dintorni.

“Durante una visita dei miei da Brescia, accadde che le minacce verbali, furono seguite da uno spaventoso incendio del cantiere e dei mezzi con danni ingenti. Purtroppo eravamo circondati dall’omertà, anche in famiglia, con le sorelle di mio marito che non volevano si sapesse nulla. Molte persone, che sapevano del nostro impegno e della nostra situazione, ci chiedevano aiuto; abbiamo collaborato anche con l’ispettore Giovanni Lizzio, ucciso dalla mafia per la lotta contro “Cosa Nostra” nel 1992. Dopo l’incendio, i miei tornarono a casa, ma mio padre che aveva capito tutto ed era anziano, poco tempo dopo se ne andò, anche per il grande dolore, di sapermi a combattere in Sicilia, per il mio lavoro“.

Come troppe volte accade, chi non si piega, viene danneggiato fisicamente o economicamente, senza poter più ricominciare, e l’impegno della signora Guerini si è basato essenzialmente sulla tutela delle vittime, con un fondo di garanzia che consentisse loro di continuare a vivere dignitosamente: “Non abbiamo più potuto ricominciare a lavorare, mio marito s’è ammalato per la tensione e lo stress, per anni abbiamo sofferto. E’ dovuto subentrare mio figlio per aiutarci, si è improvvisato imprenditore, anche se voleva fare il veterinario. Io non ho mai voluto tornare a Brescia, malgrado stessi male e potessi andare; semplicemente non volevo farmi cacciare da qui”.

Con la nascita dell’associazione, sembrarono migliorare un pò le cose per la famiglia Guerini: “Sempre più gente si rivolgeva a me, soprattutto per colpa dell’usura. Tanti avevano subito violenze incredibili, stupri, pestaggi, torture. Ci confrontavamo, cercando di realizzare quante più iniziative utili possibili come il treno contro l’usura, la carovana che ha risaliva l’Italia, fermandosi nei paese e nelle scuole a parlare con tutti, fu un buon periodo”.

D’altro canto, non tutto il mondo dei gruppi antimafia e antiracket è limpido o agisce in modo disinteressato: “Sono spesso stata osteggiata anche all’interno delle altre associazioni, io sensibilizzavo, andavo in giro, contattavo le persone, le vittime, le scuole. Ci siamo costituiti parte civile in tantissimi processi, e non posso dire che tutte le associazioni siano integerrime, sulle spese, sul sostegno alle vittime; c’è molta invidia e cattiveria, non si fa solo per aiutare la gente e far cambiare il sistema. Alcuni, addirittura si facevano pagare dalle vittime. Noi accompagniamo la gente taglieggiata in un percorso preciso, con la nostra psicologa che lavora gratis. Accertiamo le patologie che hanno, soprattutto ansia, depressione, stress, all’ospedale militare di Messina. In base a ciò che viene diagnosticato, ottengono dei soldi che vanno direttamente a loro, non passano certamente da noi”. 

L’AS.A.A.E. che ha una sua sede al comune di Sant’Agata li Battiati da circa 10 anni, si è costituito parte civile in molti processi, attualmente 43: “Il più importante è quello contro i fratelli Bosco, noti usurai, che vivevano da re, sulla pelle di poveracci disperati. Siamo riusciti anche ad evitare che molti loro dipendenti finissero in mezzo ad una strada, a seguito delle accuse, grazie ad una accordo con i sindacati. Sono tutte situazioni molto complicate, la paura vince spesso, come il fatto che molta gente dopo aver usufruito del nostro aiuto, sparisce del tutto, perchè si disinteressa e non aiuta più quanti ne avrebbero bisogno come era capitato a loro. Io mi auguro che sempre più gente capisca, e spero che parlando nelle scuole siano i giovani per primi a cambiare mentalità, per un futuro migliore”.

Questo l’auspicio di una persona semplice che si è opposta e continua a farlo con grande forza, al punto da essere premiata di recente al Memorial Livatino – Saetta – Costa, con il premio internazionale all’impegno sociale 2017, in ricordo della Professoressa Labisi. Un grande risultato, con la speranza e la voglia di continuare per far cambiare le cose.