Lo spettacolo teatrale “Micio Tempio. Vietato ai minori” (nato dal un’idea di Piero Lipera e prodotto dall’associazione “Le Nove Muse” di Giusi Manna e Simona Di Bella), vita romanzata del grande poeta etneo, in questi giorni percorre la Sicilia toccando le principali città dell’isola, riesumandone teatralmente l’affascinante figura, oggi considerato anticipatore di quel verismo che avrebbe trovato esiti felici solo molti decenni dopo

Anche Catania vanta il suo Trilussa, il suo Belli, addirittura il suo “Dante di Sicilia”. Lui è Domenico Tempio, detto Micio Tempio, i cui versi licenziosi risuonano ancora nelle viuzze torte e barocche della città ricostruita dopo i catastrofici eventi naturali della seconda metà del ‘600. Per oltre un secolo obliato, dopo la morte (1821), e finalmente riscoperto e  rivalutato a partire dalla seconda metà del ‘900, Micio Tempio rivive oggi nella doppia veste di poeta “scandaloso”, sboccato – che spinge senza inibizioni la versificazione vernacolare in territori provocatoriamente “pornografici” – ma finalmente anche nelle vesti di fustigatore dell’ipocrisia, dell’ignoranza, degli inganni a danno del popolo, della Chiesa, di massone che compone con il poema la “Caristia” la sua opera somma, sui tumulti che tra il 1797 e il 1798 spinsero i catanesi alla ribellione.

Una rivolta, una jacquerie, sedata infine dal principe Ignazio Paternò Castello di Biscari, colto mecenate, che aprendo i granai sfamò il popolo indigente ma al contempo svuotò la protesta d’ogni contenuto rivoluzionario, facendola rientrare senza danni irreparabili per l’establishment.

Nei panni del poeta “maledetto” Angelo Tosto (noto e stimato attore catanese di consumato mestiere) disegna una figura disincantata, stanca, seppur radicata nella volontà di ristabilire una giustizia negata, sempre incontrovertibilmente postosi dalla parte degli umili e diseredati, di cui resta memoria storica,  nonostante i riconoscimenti accademici e l’ “amicizia” con il principe di Biscari, anch’egli massone, da cui fu accolto con estrema benevolenza nel suo salotto.

Colto negli ultimi anni della sua vita (un solo flashback lo riporta al tempo passato), Tosto-Tempio, aggrondato, appesantito anche nella postura, disilluso dalla mancata “rivoluzione”, dubbioso sulle sorti future della sua stessa opera (vaticinio oggi fortunatamente smentito), chiude infine mestamente – in solitudine e in modo diametralmente opposto ai suoi dionisiaci baccanali in versi – la sua disincantata esistenza di uomo e di intellettuale. Disinvolto e sicuro, nella doppia veste di narratore e del principe di Biscari, Giuseppe Castiglia che rivela inedite doti attoriali.

Altri interpreti: Rossana Bonafede (frizzante nei ruoli antitetici di Rosa e della Baronessa), Luana Toscano (la “gnura” Caterina, compagna del poeta dopo la morte della moglie Francesca), Antonio Caruso (Gambino), Santo Santonocito (Ardizzone) e il Teatro degli Specchi (Lara Marta Russo, Antonio Starrantino, Giovanni Bonaventura, Raimondo Catania, Seby Cantarella, Giusy Allegra Filosico, Grazia Ercolano, Carolina Pulvirenti, Danilo Puglisi).

Apprezzabile regia di Rosario Minardi e Marco Tringali, volta a sottolineare soprattutto la venatura malinconica della vita del poeta siciliano.