Stabilita la “pericolosità sociale” di Mario Ciancio Sanfilippo. Questa la principale motivazione che ha spinto il giudice, dopo aver valutato i molti elementi delle indagini, a determinare la confisca dei beni del potentissimo imprenditore catanese, oggi più che ottantenne. Gravissimi gli indizi di colpevolezza relativi al contributo fornito da Ciancio nel corso degli anni alla famiglia di Cosa Nostra catanese, dai tempi del primo boss Giuseppe Calderone, passando poi per i Santapaola – Ercolano e dunque dagli anni ’70, ’80 e ’90, fino al 2013. Conti correnti, polizze assicurative, trentuno società di proprietà e quote di altre sette, oltre che svariati beni immobili, il tutto come già scritto, per un valore totale di circa 150 milioni di euro. Un potere economico e non solo quasi illimitato, reso stabile anche dalla gestione di uno dei principali quotidiani del sud Italia, La Sicilia, facente parte del gruppo editoriale, con anche emittenti televisive, che ad oggi rientra tra i beni confiscati dalla procura etnea  dal Ros

Ma la pericolosità sociale di Ciancio si basa su tre punti fondamentali, ovvero i rapporti con la mafia catanese; la linea editoriale imposta alla testata giornalistica di sua proprietà, per mantenere sotto traccia i rapporti tra la criminalità mafiosa e le aziende controllate da questa oltre che gli interessi specifici ma anche di far conoscere il meno possibile all’opinione pubblica i nomi di alcuni esponenti mafiosi poco noti, oltre che la rete di controllo mafioso sul territorio; infine l’impiego di enormi somme di denaro e capitali di provenienza mafiosa in iniziative economiche o speculazioni immobiliari in vari decenni.

Mario Ciancio ha così intrattenuto rapporti costanti nel corso degli anni con varie personaggi, a seconda degli affari e delle vicende imprenditoriali in corso: per la realizzazione del Parco Commerciale “Le Porte di Catania” con Giovanni Vizzini, suocero di Vincenzo Rappa, appartenente ad una famiglia mafiosa palermitana, e con Tommaso Mercadante, il cui padre e zio sono stati condannati al 416 bis. Il centro commerciale fu realizzato all’epoca dall’impresa Basilotta, il cui titolare Vincenzo è poi deceduto durante in processo di appello a suo carico, cercando però di coinvolgere anche Mariano Incarbone, già condannato in via definitiva per legami con la famiglia Santapaola.

Alcune intercettazioni eseguite durante l’indagine Iblis, hanno confermato che l’affare riguardava Cosa Nostra, che aveva investito 600.000 euro consegnati all’ex presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo.

Per la costruzione dell’altro grande centro, “Sicily Outlet”, Ciancio risulta essere proprietario dei terreni ma anche socio della Dittaino Development, con buona parte dei lavori realizzati proprio da Basilotta e Incarbone.

Infine il progetto “Stella Polare”, che non ha però visto la luce, prevedeva la creazione di una enorme area congressi nell’area sud di Catania, ma anche parchi divertimento, cinema, gallerie, acquari e strutture per esposizioni.

Ciancio era anche in quel caso proprietario dei terreni in questione, tenendo un ruolo preciso e attivo, ponendosi come anello e legame tra Pubblica Amministrazione e Amministratore Unico, svolgendo personalmente le pratiche per il rilascio delle concessioni.

Per la realizzazione dell’opera, le intercettazioni hanno permesso di accertare, come fosse stato scelto proprio Mariano Incarbone come General contractor. Ma non solo, perché altri due progetti, non realizzati, erano pronti per essere messi in cantiere: uno era la costruzione di un insediamento per la base di Sigonella, su terreni sempre di Ciancio, da realizzarsi con la Xirumi S.r.l. di cui lo stesso imprenditore era socio tramite l’affidamento all’impresa di Vincenzo Basilotta.

L’altro, non andato a buon fine poi, era quello del Mito, polo commerciale che doveva sorgere nel comune di Misterbianco, su terreni sempre di Ciancio, con il coinvolgimento anche di persone in rapporti con Cosa Nostra palermitana e messinese.

E’ stato quindi ritenuto dai giudici che Mario Ciancio dai primi anni della sua attività, dunque inizio anni’70 e di certo fino al 2013, abbia fatto il proprio interesse ma anche quello della mafia catanese, e che abbia accumulato un patrimonio gigantesco grazie anche a finanziamenti occulti , illecitamente, grazie al sodalizio con la criminalità.

L’età avanzata e gli anni trascorsi dagli ultimi accertamenti a livello di indagini, il 2013, hanno fatto si che il patrimonio venisse confiscato ma l’ex editore non arrestato.