Tra cinema e teatro, tre interessanti recensioni di film e spettacolo tutte da leggere

Una Bella e la Bestia in versione acquatica (che assembla ben 13 nomination agli Oscar) con happy end “rovesciato” rispetto alla celeberrima fiaba francese. L’idea vincente è del messicano Gulliemo del Toro, già Leone d’Oro alla 74.a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia,  che con La forma dell’acqua (2017) attende ora la sacrale consacrazione della “notte delle stelle”. Commozione umana e partigiana benevolenza degli spettatori vanno alla figlia muta di un dio minore, d’italiche origini, umile addetta alle pulizie di un segretissimo laboratorio USA, che manda all’aria segretissimi piani dell’intelligens USA cui attendono il cattivissimo e spietato colonnello Strickland (fornito di moglie-bambola-sessuale, sulla quale rovescia la sua potenza di macho) comandato dall’altrettanto truce e ottuso generalissimo Hoyt.  Scoperta una mostruosa “creatura”, imprigionata in un grigio laboratorio e destinata a morte certa, la donna riesce – dopo aver stabilire un contatto usando il linguaggio dei segni – ad organizzarne una fuga rocambolesca.  Bella e bestia finiranno per innamorarsi e amarsi (lui provvisto di organo riproduttivo “retrattile”  quando si eccita è attraversato da onde blu-elettrico). Chiusa metamorfosante e cattivi sconfitti. Metafora sulla tolleranza e la diversità,  La forma dell’acqua evoca l’allucinato clima della guerra fredda e un intelligente capovolgimento degli stereotipi , (s) gradevole fiaba per adulti e adolescenti (anche con sequenze pulp ) e bizzarra love story che ha commosso a tal punto le “entità divine” (ovvero i votanti all’Oscar) da “meritare” una messe di nomination in attesa della fatidica notte. Interpreti: Sally Hawkins, Octavia Spencer, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg.

 

Love story, percorsa da brividi sadomaso, propone il non ancora cinquantenne regista-sceneggiatore-produttore Usa Paul Thomas Anderson (Magnolia, Il petroliere e The Master) con il “suo” Filo nascosto (2017), vagamente ispirato alla biografia di Cristobal Balenciaga, inarrivabile e geniale stilista spagnolo creatore e campione d’alta moda. Ambientato nella Gran Bretagna degli anni ‘50 l’opera mette in stridente contrapposizione due personalità: quella maniacale e al limite della sindrome di Asperger (autismo) d’un dispotico couturier di lusso (ripetitività comportamentale, ossessionante dedizione al lavoro ed “edipica” devozione alla madre morta) e quella dell’ex cameriera (divenuta sua musa ispiratrice e moglie) svincolata da obblighi protocollari e dalla veemente caratterialità, inevitabile conflittualità sventata da un venefico rimedio: “avvelenare parzialmente” il consorte con funghi tossici per renderlo inoffensivo e amorevolmente accudirlo. Raffinatissimo, curatissimo nei costumi e nei dettagli, mostrati con primi e primissimi piani, scortato da una colonna sonora in parte classica e in parte originale, magistralmente interpretato da due protagonisti in stato di grazia (il rodatissimo Daniel Day-Lewis, che annuncia con questo film il suo ritiro dalle scene, e Lesley Manville, entrambi britannici), con l’inquieta speranza che Il filo nascosto non provochi un’endemica imitazione nelle donne più o meno angariate da mariti signori e padroni a rischio decesso, il film del talentuoso Anderson si avvia trionfalmente verso la notte degli Oscar forte della mezza dozzina di nomination che ne fanno un temibile concorrente degli aspiranti all’aura statuetta. Interpreti:  Vicky Krieps, Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Sue Clark.

 

La vita come rappresentazione teatrale il cui palcoscenico è uno squallido e anonimo salotto e il testo l’ancor più desolata quotidianità, fatta di risentimenti, recriminazioni, affetti smozzicati, malattia, droghe, alcol, aspirazioni mancate, solitudine. E, poi, la nebbia (prodotta in scena) che metaforicamente impedisce ai quattro personaggi di scorgere se stessi e la propria miseria, di strapparne il velo, continuando a vivere in questa discesa agli inferi familiare. Un dramma senza tragedia, ormai divenuto un classico, “La lunga giornata verso la notte” di Eugene O’Neill – regia di Arturo Cirillo (anche attore nei panni di James) – porta sulla scena del teatro Verga di Catania questa micidiale giornata americana, preludio della naturale e spietata “notte” di quattro esistenze imprigionate in sogni irrealizzati: James il padre famiglia, modesto attore vicino al disarmo (di cui s’indovina la carriera dimessa), apparentemente appagato dal mestiere e dal matrimonio d’amore con Mary (Maria Marigliano), moglie e madre tutta volta a nascondere e dirimere i conflitti che squassano la famiglia con la sua disperante tenerezza affettata; James jr. (Rosario Lisma) alcolizzato iroso, in contrasto irredimibile con il padre, costretto a seguire controvoglia la sua stessa carriera; Edmund (Riccardo Buffonini), il figlio malato e probabilmente destinato a morte precoce. Un teatro di parola, fluviale e teso, con una messa in scena che ne esalta la teatralità con essenziali pareti-camerini, dove gli “attori-interpreti” pongono di fronte agli specchi illuminati la loro irredimibile solitudine.