Con un’ordinanza di 27 pagine il giudice del lavoro Patrizia Mirenda ha reintegrato il direttore generale e condannato l’Università a rifondere le spese. Il documento originale

Difeso dagli avvocati Raffaele De Luca Tamajo, Vincenzo Luciani e Concetto Ferrarotto, il prof. Lucio Maggio aveva subito reagito con una serie di azioni, in sede penale e civile, contro la sua estromissione disposta dal consiglio di amministrazione dell’Ateneo catanese su proposta del Magnifico Rettore Giacomo Pignataro.

Nel pomeriggio del 18 novembre, il giudice del lavoro Patrizia Mirenda ha emesso una complessa ordinanza che, ripercorrendo le ragioni delle parti in causa, è giunta a condannare l’Ateneo nella persona del Rettore Pignataro, ordinando il reintegro del prof. Maggio nelle funzioni di direttore generale dalle quali era stato illegittimamente revocato.

Il giudice ricostruisce che il direttore Maggio “nel corso di quasi cinque anni di servizio aveva ricevuto, in esito ai processi di valutazione cui era stato sottoposto, attestazioni di apprezzamento per l’attività svolta, l’ultima delle quali del 18 marzo 2014″ e lo stesso Maggio “si doleva che il diffuso apprezzamento per l’attività svolta, comprovato dal dato che mai gli organi collegiali, a fronte di circa quattromila atti istruttori sottoposti al loro vaglio avevano eccepito alcunché, fosse improvvisamente venuto meno con l’insediamento del nuovo rettore il 13 marzo 2013 giacchè a partire da quella data egli era stato oggetto di una serie di atti ostili, il primo dei quali rappresentato da una richiesta di dimissioni formulata dal rettore pochi giorni dopo il suo insediamento, culminati in una formale censura adottata il 6 dicembre 2013 dal consiglio di amministrazione su proposta del rettore avverso la quale aveva proposto ricorso dinanzi a questa autorità giudiziaria.”

Nel suo ricorso, il dr. Maggio aveva duramente stigmatizzato le valutazioni espresse dall’Avvocatura di Stato chiamata in causa dal rettorato dell’Università a sostegno delle sue tesi, e quest’ultima aveva chiesto al giudice di rimuovere dall’atto le affermazioni ritenute offensive, ma il giudice non è stato di questo avviso: “Va, preliminarmente, respinta la richiesta formulata dall’ente resistente di ordinarsi la cancellazione delle espressioni ritenute sconvenienti ed offensive contenute nel ricorso introduttivo e rivolte all’Avvocatura Distrettuale dello Stato. Esse, siccome riportate in grassetto alle pagine 2 e 3 della memoria difensiva, non appaiono di per sé sconvenienti e, a parere di questo giudice, non sembrano manifestazione di un abuso della difesa caratterizzato dall’intento di offendere l’ufficio di consulenza giuridica istituzionale delle amministrazioni dello Stato e degli altri soggetti pubblici.”

Fatta una lunga e complessa disamina dei fatti di causa e riportate le contrastanti posizioni, il giudice Mirenda giunge alla conclusione: “Reputa il Tribunale che il ricorrente abbia fornito elementi concreti da cui desumere sia l’allegata impossibilità di conservare integro il bagaglio professionale acquisito e la perdita di chance di carriera e di potenzialità occupazionali, sia, e soprattutto, la lesione della propria immagine professionale.”

Risulta poi evidente il pregiudizio, non economicamente ristorabile, che il ricorrente sta subendo rispetto al diritto a conservare integra la propria immagine, reso ancor più consistente in considerazione delle ragioni della revoca (dovuta al compimento di gravi irregolarità) e alle modalità con cui la stessa è avvenuta (preceduta da un provvedimento di sospensione dall’incarico con il divieto del ricorrente di accedere ai locali dell’Ateneo) tali da ingenerare la convinzione che lo stesso abbia perseguito finalità personali e ultronee rispetto all’interesse generale e ciò sia nell’ambiente universitario che nella sfera sociale di appartenenza, specialmente in considerazione del clamore mediatico che ha accompagnato la vicenda connesso con l’importante funzione di vertice ricoperta dal ricorrente e legato all’interesse con cui normalmente sono seguite le vicende riguardanti soggetti che rivestono ruoli apicali che abbiano compiuto gravi irregolarità nell’esercizio delle loro funzioni.”

“Per quanto sopra il ricorso deve essere accolto e, dichiarata illegittima la revoca dell’incarico di direttore generale (e la sospensione cautelare che l’ha preceduta) deliberata dal Consiglio di Amministrazione dell’Università degli Studi di Catania, deve ordinarsi all’ente resistente di reintegrare Lucio Maggio nell’incarico di direttore generale dallo stesso svolto. “

Quindi, l’ordinanza, con la formula di rito Per Questi Motivi, si chiude col dispositivo finale:

In accoglimento del ricorso, dichiara illegittima la revoca dell’incarico di direttore generale disposta dal Consiglio di Amministrazione dell’Università degli Studi di Catania nella seduta del 16 maggio 2014 e, per l’effetto, ordina all’Università degli Studi di Catania in persona del rettore pro tempore di reintegrare Maggio Lucio nell’incarico di direttore generale dallo stesso svolto.”

“Condanna l’Università degli Studi di Catania in persona del rettore pro tempore a rifondere in favore del ricorrente le spese di questa fase che liquida in complessivi € 4.500,00, oltre rimborso spese generali al 15%, CPA e IVA come per legge.”

MAGGIO c. UNICT – ORDINANZA REINTEGRA