editoriale

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L’occupazione dell’ex cinema Midulla è una cosa bella!

Eravamo presenti all’assemblea. Abbiamo visto le foto di com’era e verificato com’è adesso. Abbiamo visto la bella gente che ha deciso di essere Catanese facendo da sé quello che le Istituzioni non fanno. Adesso da organizzare iniziative per la gente del quartiere: SUDPRESS offrirà un ora la settimana per un corso di “Avviamento alla lettura dei Media: cos’è l’Informazione”Ciascuno può offrire quel che ha…Forza e coraggio, è una cosa importante.Ci tengono a chiarire che questa iniziativa non ha “padrini”, neanche quelli “nobili e storici” dell’impegno civile e sociale, le varie associazioni presenti sul territorio stavolta fanno da spettatori e magari parteciperanno al pari delle altre: nessuno avanza “primogeniture”, uno dei valori affermati pare essere proprio lo spontaneismo individuale che diventa Comunità.

Non si tratta dell’ennesimo “Centro Sociale”, per quanto benemeriti e benvenuti.

Stavolta sono cittadini, “individui”, amici, che si sono ritrovati nell’idea di ridare un senso ad un luogo pubblico che da quattro anni rimaneva chiuso e colpevolmente sottratto agli utenti naturali: la gente del quartiere di San Cristoforo.

E’ semplice ed autenticamente rivoluzionario, per questo non ci limitiamo ad una semplice cronaca ma lanciamo un vero e proprio endorsement e speriamo di poter contribuire, in punta di piedi e solo se vorranno.

La storia è ormai nota: l’ex cinema Midulla, di proprietà del comune di Catania, e quindi dei catanesi, avrebbe dovuto ospitare un centro territoriale polifunzionale gestito dai servizi sociali.

L’amministrazione, con questa destinazione, nel 2013 aveva persino impegnato circa 45 mila euro per il suo recupero, ma dopo non aver fatto nulla per oltre 3 anni, nell’aprile del 2016 ha addirittura stornato questi fondi utilizzandoli non si sa per cosa.

Adesso, alcune persone di buona volontà, semplici “individui” come preferiscono specificare, hanno deciso di mettersi insieme, dare una ripulita alla struttura, realizzare dei piccoli lavori come ripristinare i servizi igienici che erano stati distrutti, sistemare i libri della biblioteca, ripristinare la sala palestra e riaprire così il centro alla gente del quartiere.

Una prima presentazione si è svolta il 9 gennaio, una sorta di assemblea in cui si è spiegata l’iniziativa e raccolte le adesioni di quanti vorranno proporre idee per le varie attività ed offrire il proprio impegno.

Perché si tratta volutamente di un’iniziativa proprio estemporanea, che non vuole imporre programmi o calendari, ma costruirli insieme a chi decide di partecipare a questa sfida secondo le proprie competenze e possibilità: “Chi sa cucire, venga ad insegnarcelo, chi sa ballare venga a farlo con noi” potrebbe essere una sintesi.

All’assemblea abbiamo verificato la presenza di tanta bella gente, giovani e meno giovani, residenti e non, tutti chiaramente appassionati da quella che si presenta come una rara occasione di “Comunità”, in cui differenze sociali e culturali possono trasformarsi in valore e speranza che si possa riuscire a recuperare la voglia di andare avanti.

Nella mattinata della “riappropriazione“, termine foneticamente non bellissimo ma che preferiamo ad “occupazione”, si era sparsa voce di un imminente intervento delle Forze dell’ordine: ci auguriamo che non accada perché, come dicono loro, “le istituzioni dovrebbero spiegare alla Città perché trattano così male i beni pubblici e ne impediscono una sana ed utile fruizione”.

Siamo convinti, e per questo passiamo la linea del nostro dovere di cronaca passando al sostegno dichiarato, che sia un tentativo importante per questa città ed un bel segnale di vitalità: non lasciamoli soli.

Domenica la presentazione ufficiale alla città.

 



12 commenti

  1. Lino schio

    E’ una occupazione abusiva: è un reato e non è né può essere una cosa bella!
    Non si può stare con chi viola il codice penale.
    Sono e devono essere altri gli strumenti da utilizzare per sollevare il problema dei beni immobili comunali abbandonati.

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    1. emmeci

      Ritengo che il fine ragionamento di Poirot riporti l’operato di questi laboriosi, lodevoli cittadini nei limiti della legalità. Come un vero e proprio ‘leading case’!
      Non lo ritengo, però, un avallo necessario.
      Mi sento, comunque, di guardare con ammirazione all’iniziativa di questi “individui” e alla “complicità” del nostro Pierluigi, e considero il loro “reato” una forma coraggiosa di disobbedienza civile.
      Ha mai pensato, signor Schio, che fare la cosa giusta non coincide sempre con il rispetto della legge? che la legalità non è sempre un’attenta custode della giustizia?

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      1. lino schio

        Disobbedienza civile?
        Si trova sempre un motivo per disobbedire civilmente:
        NO TAV, NO €, NO TARSU/TIA, NO EQUITALIA, NO PROIBIZIONISMO…l’elenco potrebbe continuare.
        Quali potrebbero essere le conseguenze?

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        1. Pierluigi Di Rosa Autore articolo

          In questo caso non siamo di fronte al solito e facile NO, ma è proprio il GIGANTESCO SI della gente del Midulla che ci convince della bellezza del loro impegno: “SI, FACCIAMO NOI QUELLO CHE NON FA CHI DOVREBBE FARLO!” E’ UN GIGANTESCO SI!

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        2. emmeci

          Mi vengono in mente i cosiddetti “scioperi al contrario” – ne spiega il significato la locuzione stessa: lo sciopero realizzato lavorando – nati nel mondo rurale, quando i contadini occupavano le terre abbandonate dai latifondisti per lavorarle e dimostrare che erano produttive. O quando gli operai laziali, disoccupati – siamo nel ‘51/52 – lavoravano per realizzare strade, lavatoi, opere idrauliche, argini ai fiumi e reti fognanti, tutte opere di interesse pubblico, ma illegalmente realizzate.
          Ovviamente essi subirono la repressione poliziesca, e per alcuni dei protagonisti della laboriosa ribellione ci furono arresti e condanne, che, però, non misero in crisi le convinzioni di questi originali scioperanti, non ne produssero il pentimento: i ‘disobbedienti’ ebbero solidarietà dai partiti e dai parlamentari della sinistra (quella vera), dai sindacati (quelli veri), e la stampa mostrò loro una grande, generale attenzione…
          Sull’argomento, La invito alla lettura di un buon libro dello storico Giuseppe Cantarano: “Alla riversa: per una storia degli scioperi a rovescio, 1951-52”.
          Probabilmente gli ‘scioperi al contrario’ le ricorderanno anche un personaggio famoso qui in Sicilia in quel periodo: Danilo Dolci e la sua nonviolenza. Lo chiamarono il Gandhi siciliano.
          Iniziò la sua azione di ribellione non violenta con un episodio tragico, lo sciopero della fame in casa di un bimbo morto per denutrizione, in un paese poverissimo e abbandonato della provincia palermitana. La stampa non lo trascurò e la risposta delle istituzioni fu positiva e tangibile: l’acqua giunse nelle case di quel paese, vi fu costruita una strada e la rete fognaria.
          I digiuni di Dolci continuarono e nel ’56 egli partecipò a uno sciopero ‘arriversa’, realizzato a Partinico da operai disoccupati che intendevano sistemare una strada dissestata: anche qui la ‘legge’ volle fare la sua parte, intervenne la polizia e Dolci fu arrestato, subendo poi il processo. La stampa pubblicizzò l’avvenimento, l’opinione pubblica e molti rappresentanti della politica si schierarono a suo favore. Dolci ebbe in tribunale la difesa di Piero Calamandrei.
          Alla requisitoria del Pubblico Ministero che sosteneva che i giudici non dovessero lasciarsi coinvolgere dalle “correnti di pensiero”, il grande avvocato rispose: “Cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che carta morta. [...] le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l’aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà.” [dall'arringa tenuta da Calamandrei nel marzo ‘56 davanti al tribunale penale di Palermo, pubblicata sulla rivista "Il Ponte" nell’aprile ‘56].

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  2. H. Poirot

    Occupazione abusiva?

    Non sono un giurista, ma come usano far i veri i veri giuristi, è bene distinguere lo jus, dalle ratio e le genesi della legge.
    Sicuro, trattandosi di proprietà comunale appartiene ad una persona giuridica da un lato (il Comune).
    Ma il Comune è una rappresentazione giuridica di tutti i residenti di una città, alla stessa stregua di un Condominio.
    Ma il Condominio, ben rappresentato dal codice civile rappresenta una società di fatto che rappresenta proprietà indivisibili (come travi o pilastri di un fabbricato), quindi singolarmente indefinibili d inalienabili da un singolo condomino.
    In casi estremi la proprietà condominiale può essere venduta e suddividere il ricavato tra i condomini, in proporzione alle quote millesimali generali.
    Il paragone col comune quindi calza alla perfezione: se gli amministratori p.t. lasciano in abbandono la proprietà, ne pagano le conseguenze, in primis presi a calci nei sederoni, a seguire, citazioni per danni.
    Non conosco i dettagli dell’occupazione, ma in fatto di principio alcuni condomini (i cittadini facinorosi) hanno provveduto per il bene della proprietà condominiale (l’ex cinema), ad occuparlo per non mandarlo n rovina e non per carpirne titolo di possesso, in analogia al diritto di indire un’assemblea condominiale senza coinvolgere l’amministratore, del resto ad acta latitante, e di decidere.
    Naturalmente mancherebbe la decisione a maggioranza, ma vige il principio, spesso invocato dal giudice, di far operare la parte più diligente, per esclusivo interesse di tutta la collettività, nei casi di somma urgenza.
    Me la giocherei in Cassazione.

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    1. emmeci

      Straordinaria linea difensiva, monsieur!
      Non ci avevo riflettuto. Strano… trattandosi di pensiero intelligente! :-)))

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  3. Hercule Poirot

    Paradossi del diritto e diritto dei paradossi.
    Speravo che la mia boutade logical-giuridica sortisse il giusto putiferio tra i tanti giuristi che qui spiano quotidianamente i pruriti della la cronaca nera cittadina.
    Naturale che il mio saccente articolo , pur basato su osservazioni fondative del Diritto, nell’usuale applicazione del principio di analogia, si riferiva sul supposto reato penale di occupazione abusiva, tralasciando le ovvie conseguenze del mondo della realtà, ossia probabile assenza di requisiti di agibilità, dettata da mancanza delle autorizzazioni per eventuali ristrutturazioni, inosservanza delle norme di sicurezza relative agli adeguamenti degli impianti elettrici, igienici, fognari, e il nulla osta dei VV.FF. e i conseguenziali risvolti penali .

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  4. eiaeiatrallallà

    tranquilli, arriveranno i manganelli a restaurare l’ordine delle cose, ripristinare la legalità è fare si che questa città continui a marcire, come è giusto che sia.

    avvenne già al CPO Experia, sottratto ai bambini sovversivi del quartiere e restituito all’umidità grazie ai valorosi Pogliese, Messina e legalitari vari.
    avverrà di nuovo, ma in veste post-democratica.

    illegale è occupare, non sperperare speranze.
    cittadino! obbedisci! A NOI!

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  5. andrea

    Comprendo l’entusiasmo del dott. Di Rosa, ma la questione è delicata perchè si inserisce in un quartiere in cui persistono due fenomeni: l’illegalità diffusa e l’assenza delle istituzioni. Di fronte a queste mancanze siamo certi che un atto illegale, anche se animato da nobili ideali, sia la soluzione migliore? Non c’è il rischio di instillare nei giovani del quartiere l’idea che se lo Stato è assente ci si può arrangiare in altri modi?
    Se la raccolta rifiuti sotto casa mia fa pena io potrei decidere di pagare a cottimo qualcuno per pulire il marciapiede e raccogliere l’immondizia, decidendo di non pagare la tari: scelta comprensibile, ma ovviamente illecita.
    Cosa fare dunque?
    Sommessammente credo che le varie associazioni avrebbero potuto scegliere una via più tortuosa ma nell’alveo della legalità, ad esempio con una continua e quotudiana azione di pressione a mezzo stampa, web e social nei confronti del Comune, per avere in affidamento temporaneo la struttura.
    C’è un altro aspetto non secondario e che, immagino, sarà immediatamente colto dalle opposizioni. Fra i sostenitori dell’azione di occupazione ci sono associazioni culturali che svolgono un lavoro meritorio nel quartiere, organizzando eventi, incontri culturali o semplici attività di intrattenimento, spesso con il patrocinio del Comune e in alcuni casi ricevendo contributi pubblici. Potrà il Comune continuare ad intrattenere rapporti istituzionali e commerciali (penso banalmente alla concessione di suolo pubblico) con associazioni che hanno occupato abusivamente un bene di proprietà dello stesso ente?
    Se io fossi sindaco o assessore alla cultura o commercio continerei a farlo, ma presterei immediatamente il fianco alle accuse dell’opposizione (“il sindaco in combutta con gli abusivi! ” e cose simili) o addirittura vere e proprie denuncie in sede civile e penale.

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