L’ex deputato democristiano, già corrente Mannino-Cardinale, governa ininterrottamente l’ente regionale da oltre 13 anni. Un record assoluto, adesso ne è Commissario Straordinario da anni, senza neanche revisori dei conti né un minimo di rispetto delle norme sulla Trasparenza. Oggi assegnerà, con Crocetta ed Ardizzone, “L’VIII premio per la Legalità”

L’IRCAC, per chi non lo sa,  è un ente pubblico economico istituito con la legge regionale 7 febbraio 1963, n. 12, dotato di personalità giuridica di diritto pubblico.

Quindi, è pacifico: si tratta di un ente pubblico!

Apprendiamo da una pubblicità a pagamento apparsa in evidenza su varie testate che il Commissario Straordinario dell’IRCAC, avvocato Antonio Carullo, alla presenza del presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta e del Presidente ARS Giovanni Ardizzone, consegnerà nel corso di una manifestazione i riconoscimenti per l’VIII edizione del “Premio per la Legalità”.

Ircac Publbicità

Quindi, il Commissario Straordinario dell’Ente Pubblico IRCAC avv. Carullo decide i “campioni della Legalità 2015”.

Singolare, anzi paradossale e forse anche grottesco che a ritenere di avere i titoli per assegnare patenti di “legalità” sia un ex politico, appunto Carullo (qui una sintesi del curriculum),  che governa un ente pubblico totalmente illegale sotto il profilo del rispetto delle norme sulla trasparenza. Tanto per cominciare dall’aspetto più evidente appena si accede al sito istituzionale. 

L’avv. on. Carullo, in effetti, rappresenta già di per sé più di un record: è alla guida dell’IRCAC ininterrottamente dal 2002, ben 13 anni con tre diversi governi: Cuffari, Lombardo e Crocetta.

Nel giugno del 2014 si diffuse notizia che la giunta Crocetta avesse nominato quale nuovo commissario l’ex presidente della LegaCoop siciliana Elio Sanfilippo, ma dopo gli auguri istituzionali ed i canonici comunicati, di quella nomina non si seppe più nulla.

Ed oggi, infatti, è ancora l’avvocato Carullo a continuare a distribuire patenti di legalità.

Dicevamo della Trasparenza, ferreamente regolata dalla legge che evidentemente nell’Autonomo Regno dell’IRCAC carulliano non trova alcuna applicazione.

Nessuna sezione “Amministrazione Trasparente”! Neanche di quelle “per finta” come in alcuni altri enti, dove  è presente quanto meno il logo in home page privo però di qualsiasi contenuto. Sul sito dell’IRCAC neanche questo. 

Addirittura, ed è il colmo, nella sezione dedicata agli organi societari, i revisori dei Conti risulterebbero “in attesa di nomina”, e ci auguriamo che non sia così atteso che si tratta di un ente con centinaia di milioni di euro pubblici decisamente in bilico tra crediti in sofferenza, incagliati e “transazioni” che hanno già meritato un timido ma significativo appunto da parte dei revisori dell’epoca in sede dell’ultimo (e unico) bilancio che risulta pubblicato: il 2010.

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In quel bilancio i revisori evidenziano alcune poste, tra le quali le spese per pubblicità e convegni, ma soprattutto quelle per spese e consulenze legali, raddoppiate rispetto all’anno precedente e nonostante l’IRCAC abbia un apposito ufficio legale interno per i cui dipendenti spende una parte consistente dei circa 6 milioni destinati al personale.

Nel corso di quell’esercizio 2010 sono state accertate perdite definitive per complessivi euro 7.069.174 (oltre 7 milioni!) e si leggono alcuni passi della relazione dei revisori particolarmente inquietanti: “Occorrerà attentamente analizzare la ragione per la quale oltre i 3/4 del totale dei crediti al valore nominale è rappresentato da crediti in sofferenza (€ 309 milioni/444 milioni circa). La circostanza che la svalutazione operata sugli interessi di mora sia addirittura superiore alla svalutazione operata sul capitale e accessori (€ 128 milioni/119 milioni circa) lascia supporre che i crediti in sofferenza siano assai risalenti nel tempo, mentre non si ha evidenza di una adeguata e incisiva azione per il loro recupero che, sola, rappresenta lo strumento principale per ridurre le perdite di esercizio accumulate.”

Abbiamo letto bene, nel 2010, dopo otto anni di “gestione Carullo” i tre quarti del totale dei crediti era già finito in sofferenza, 308 milioni su 444.

Semplicemente pazzesco.

Ma, continua la relazione, dando un taglio persino ironico: “A questo fine si segnala che, opportunamente, l’Ente si è dato, come obiettivo gestionale interno, per l’anno 2011, tra gli altri, la “tutela del pubblico danaro, in relazione al recupero dei crediti in sofferenza”. Le linee lungo le quali l’Istituto intende perseguire detto obiettivo si traducono non solo nella possibilità di predisporre, secondo la vigente normativa, nuovi criteri per la valutazione delle sofferenze e il censimento delle garanzie prestate, ma anche, conseguentemente, e questo preme al Collegio sottolineare, in una valutazione delle proposte transattive per lo meno coerente con le valutazioni contabili, ancorché non da queste soltanto determinata.”

L’ultimo, quello sulle “transazioni”, è un inciso inquietante, che sembra quasi buttato lì per caso, ma che nel linguaggio sempre equilibristico di quei collegi e professionisti chiamati a  “revisionare” i conti di chi poi paga la parcella, può avere significati sottintesi: a quali transazioni ci si riferisce e con quali criteri eventualmente concluse?

Resta il fatto che, anche sorvolando su quanto sopra rapidamente segnalato, e che merita una più approfondita inchiesta (oggi lo spunto è solo il “premio per la Legalità 2015”!) una gestione ininterrotta di 13 anni da parte di un ex politico come l’avvocato Carullo, e con queste modalità di assoluta mancanza di trasparenza e persino senza più revisori, resta un’anomalia del tutto tipica di una Sicilia che non riesce a diventare né moderna né civile.

Rivoluzioni a parte.