Le crisi del debito sono tutte uguali. C’è qualcuno – una famiglia, un’impresa, un comune, uno stato, una nazione – che ha speso più di quanto poteva permettersi. La crisi arriva quando questo stato di fatto diventa conclamato e nessuno è più disposto a prolungare i termini del debito.

Spesso il debitore prova a convincere il creditore che può ancora dargli affidamento.

Se questo tentativo non ha successo, può essere utile per tutti far partire una procedura di gestione della crisi destinata a soddisfare, nella misura possibile, i creditori e a evitare che il debitore continui a distruggere risorse economiche. Il dissesto finanziario degli enti locali è una di queste procedure.

Non si tratta pertanto di interventi punitivi, ma di procedure destinate a tutelare l’interesse generale.

Una crisi del debito non gestita può avere, infatti, due soluzioni estreme, entrambe pesanti: il debito viene interamente pagato dal debitore, il quale riduce corrispondentemente il suo capitale, oppure viene pagato interamente dal creditore, il quale dovrà cancellare dal suo capitale una somma corrispondente.

Entrambe le soluzioni possono avere conseguenze particolarmente gravi. Le procedure di gestione della crisi puntano invece a soluzioni intermedie, permettendo a creditori e debitori di continuare le loro attività.

Il Comune di Catania attraversa da tempo una crisi del debito.

Negli ultimi dieci anni le amministrazioni che si sono susseguite hanno fatto come qualsiasi debitore.

Hanno nascosto una parte del debito; hanno cercato di convincere i creditori di essere ancora affidabili; hanno chiesto altro credito; hanno promesso di tenere comportamenti virtuosi.

La crisi scoppia quando le omissioni vengono svelate; quando i creditori cominciano a farsi sentire; quando le altre fonti si esauriscono; quando le promesse appaiono mancate.

La Corte dei Conti per la Regione Siciliana lo ha attestato:
“Il Collegio, a tale specifico riguardo, rileva che, con riferimento ai debiti fuori bilancio, sulla base degli accertamenti svolti in sede di verifica sull’andamento del piano di riequilibrio, può affermarsi che la stima compiuta al momento dell’approvazione del piano è risultata considerevolmente sottovalutata e che, in ogni caso, l’anomala e non corretta procedura di gestione delle spese, già evidenziata a quella data, ha continuato a contraddistinguere, nel predetto settore, l’operato del Comune di Catania in assenza degli interventi richiesti, quale specifica condizione per la attuabilità del programma di risanamento, dalla già richiamata delibera di approvazione del piano”. (delibera n. 153 del 2018, pag. 34)

“L’accertamento delle gravi irregolarità contabili descritte nel corpo della presente deliberazione rende privo di significato il percorso di risanamento finanziario programmato non soltanto in quanto l’ammontare delle passività dichiarate è risultato sottostimato e non corrispondente alle reali dimensioni dell’esposizione debitoria incombente sull’ente, ma perché ha evidenziato il consolidamento di pratiche contabili in contrasto con le norme di riferimento e con i principi contabili che disciplinano la suddetta materia. (pag. 62)

Svelati questi comportamenti delle precedenti due amministrazioni, la crisi è conclamata.

E scattano le previsioni di legge a tutela dell’interesse generale.

Tuttavia, così come hanno fatto le due amministrazioni precedenti, godendo della coerenza politica con il governo nazionale, anche l’amministrazione corrente della città di Catania, godendo anch’essa della coerenza politica con il governo nazionale, ha chiesto al suo uomo forte, il ministro dell’interno, un aiuto per ‘salvare’ la città di Catania.

Ossia, in buona sostanza, soldi.

Chiedendo di non far partire la procedura di gestione della crisi e richiamando certamente le difficoltà che da un po’ di tempo a questa parte le amministrazioni locali hanno nel far quadrare i conti, in un periodo in cui le risorse provenienti dal gettito tributario e dai trasferimenti si riducono.

Occorre ricordare però che è solo il 5 per cento dei comuni italiani ad essere interessato da una procedura di dissesto o da un piano di riequilibrio finanziario.

Ciò significa che non tutti i comuni hanno subito le conseguenze nefaste della crisi economica e finanziaria.

Alcuni – in verità la stragrande maggioranza – hanno saputo reagire e non sono incappati nelle procedure destinate ai comuni deficitari.

Sarà dura quindi per il ministro dell’interno, da un lato, aiutare gli amici catanesi e, dall’altro, salvare il principio che non si premiano gli spreconi e gli inefficienti.

Sarà la politica a prevalere sull’economia o il contrario?

Le procedure di gestione delle crisi del debito hanno il compito di rimettere il debitore in carreggiata senza danneggiare troppo il creditore.

Se il Comune di Catania non ha sbandato e la Corte dei Conti ha preso un clamoroso abbaglio si saprà dall’esito del ricorso e non ci sarà nessuno da rimettere in carreggiata.

Ma se la sbandata c’è stata, e il Comune di Catania ha bisogno di essere rimesso in carreggiata, che si faccia valere la legge senza intrallazzi e sotterfugi.


Maurizio Caserta

Maurizio Caserta è professore Ordinario di Economia Politica presso l’Università di Catania. Dal 2010 fa parte del Consiglio di amministrazione della Fondazione Sicilia. Dal 2011 della Fondazione RES. Affianca alla sua attività di ricerca scientifica, che le lo vede coinvolto in organismi nazionali e internazionali, quella di saggista su temi di economia politica. A Catania, la sua città di origine, è particolarmente conosciuto per il suo impegno civile. È presidente dell’Associazione Mediterraneo, Sicilia, Europa sul cui sito è stato lanciato il progetto Public Space, uno spazio pubblico a disposizione per il confronto delle idee.