Proponiamo ai lettori di Sudpress, da Il Fatto Quotidiano, l’editoriale del direttore Marco Travaglio che ci sentiamo di condividere. Anzi, siccome non mi sono confrontato con tutta la redazione ed è domenica sera, dico meglio: lo condivido io. Buona lettura.

 

“C’è qualcosa di peggio del titolo di quel ribaldo provocatore che è Vittorio Feltri su Virginia Raggi?

Sì c’è: l’ipocrisia di quasi tutta la stampa che da settimane scrive con frasette allusive e ammiccanti le stesse cose che Feltri ieri ha tradotto in quel titolo da trivio. E cioè che la Raggi avrebbe promosso Salvatore Romeo a suo capo-segreteria triplicandogli lo stipendio perché aveva una relazione sentimentale con lui. Relazione tutt’altro che esclusiva perché, leggendo fra le righe i giornaloni, si era già colto più di un accenno ad altre presunte liaison della sindaca: con l’ex vicesindaco e ora solo assessore Daniele Frongia e con l’ex vicecapo di gabinetto e poi capo del Personale Raffaele Marra.

Chi ora insorge, giustamente ma tartufescamente, contro il titolo sessista di Libero si era ben guardato dal fare altrettanto con l’assessore Berdini, che aveva confidato ben di peggio a un cronista della Stampa, e i giornali progressisti e democratici che avevano partecipato voluttuosamente alla lapidazione della Messalina capitolina, lanciando il sasso e nascondendo la mano. Nel silenzio assoluto delle paladine del femminismo e del cosiddetto Garante della privacy, che esce dal letargo solo quando c’è di mezzo un potente.

Si dirà: ma qui la privacy non c’entra, perché sono in ballo incarichi pubblici. Vero: e infatti, se la Raggi avesse scelto come suoi collaboratori dei quivis de populo senz’alcun titolo, sarebbe legittimo domandarsi e domandarle il perché. Anche sfrucugliando nella sua vita privata. Ma Frongia lavora all’Istat, insegna all’università, è stato consigliere comunale e presidente della commissione Spending review; Marra ha 4 lauree, è un dirigente comunale, ex ufficiale Gdf con encomi solenni e onorificenze al Quirinale (oltre a un’accusa di corruzione che nessuno, al momento della nomina, poteva sospettare); Romeo è un funzionario laureato in Economia, esperto di bilanci e partecipate. Se la sindaca si fidava di loro, aveva il sacrosanto diritto di nominarli in incarichi fiduciari. Quanto agli stipendi, sono o fissati per legge o inferiori a quelli assegnati alle stesse figure dalle giunte precedenti. E questo dovrebbe bastare, a prescindere dai rapporti personali.

Due anni fa, quando l’ex sindaco di Bari Michele Emiliano fu eletto governatore di Puglia, fu crocifisso perché aveva confermato in Regione la sua ex portavoce in Comune, una brava giornalista intanto diventata la sua compagna: anche quello di portavoce è un ruolo fiduciario e spetta al governatore scegliere di chi fidarsi: purché il nominato abbia il curriculum adatto.

Ciò detto, se la prova della liaison Raggi-Romeo sono le due polizze da lui a lei dedicate senza dirglielo, bisognerebbe ipotizzare che Romeo avesse rapporti sentimentali anche con i 7 o 8 beneficiari inconsapevoli (maschi) delle altre. Quindi c’è da domandarsi perché mai Berdini e molti giornali si siano avventurati su un crinale così spinoso, sessista e inutile, specie dopo aver appreso dalla Procura che le polizze non nascondono reati.

Feltri poi azzarda paragoni con le olgettine di B. Non scherziamo: fermo restando che, come abbiamo sempre scritto, B. poteva andare a letto con chi gli pareva, quella vicenda ebbe tutt’altra genesi e sbocco: la presenza di minorenni nel suo harem svelata dalla moglie prim’ancora che dai pm; la promozione di belle ragazze senz’alcun titolo a candidate in Parlamento, in Europa e in Regione; i ricatti di quelle al premier, accusato di averle pagate per tacere o mentire; i processi per prostituzione e corruzione giudiziaria; gli attacchi ai giudici e le leggi per farla franca. Che c’entra tutto ciò con Romeo e Raggi?.

Ma liquidare questa storiaccia come un ordinario caso di sessismo sarebbe riduttivo. Se i corridoi del Parlamento parlassero, non la finirebbero di raccontare storie di letto fra politici e collaboratori. Ma raramente, per fortuna, questi spifferi di portineria finiscono sui giornali. Salvo che siano gli stessi protagonisti o qualche atto giudiziario (i casi Sircana, Marrazzo, Mele & C.) a divulgarli.

Siamo sicuri che, se al posto di Berdini che sparlava della Raggi ci fosse stato un piddino che si sfogava su un ex premier e un’ex ministra, le sue maldicenze non sarebbero rimaste nel registratore? A noi bastò un’innocua vignetta sulla Boschi per attirarci fulmini e scomuniche.

Nel caso della Raggi, invece, si ritiene lecito tutto ciò che, per gli altri, è proibito e scandaloso: i pettegolezzi sulla sua vita privata hanno invaso i media fin dal suo insediamento. Qualunque atto della sindaca è sbagliato o sospetto a prescindere, per un pregiudizio negativo che non di ricorda a proposito di nessun altro politico. Anche quando non c’era ancora il senno di poi che oggi fa apparire sbagliata questa o quella nomina. Chi era scelto dalla Raggi diventava un paria (ricordate il linciaggio della Muraro, divenuta un simbolo del male e additata anche lei per una presunta relazione con un dirigente alemanniano dell’Ama, senz’alcuna attinenza con le indagini per reati ambientali né col suo ruolo di consulente della municipalizzata dei rifiuti, dove era approdata ai tempi di Veltroni ed era rimasta in quelli di Marino e Tronca?), per poi venir promosso a cavaliere senza macchia e senza paura, a integerrimo “supertestimone” (sempre contro la Raggi) appena veniva allontanato. Intanto, a Milano, Sala nominava assessori un suo socio e una manager di Microsoft in macroscopico conflitto d’interessi (non di cuore: d’affari), e tutti zitti.

Il sessismo è una brutta malattia, ma è talmente plateale che è facile da diagnosticare e dunque curare. Il doppiopesismo e l’ipocrisia, invece, sono mali incurabili.”