Inchiesta

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Le mani della mafia anche sulla dialisi

E’ solo la punta dell’iceberg” sostiene il Procuratore Zuccaro. Non si tratta solo del reato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, ma dalla lettura delle carte emerge pesantemente l’ombra delle cosche.

Nell’inchiesta “Bloody Money” della DDA di Catania viene scoperto l’interesse diretto della mafia e accertato il ruolo di una coppia di medici “vicina” al clan Santapaola.

Nella carte dell’inchiesta delle Fiamme Gialle, coordinate dai PM Tiziana Laudani e Marco Bisogni della DDA e convalidata dal GIP Rosa Alba Recupido, si leggono retroscena inquietanti, con un “Business trasversale” di gestione della terapia dialitica portato avanti in base ad un accordo tra personale sanitario (infermieri e medici) e titolari o responsabili delle strutture private.

A fare luce sui dettagli degli affari anche il collaboratore di Giustizia Gaetano D’Aquino, che già nel 2010 in alcune dichiarazioni riferiva come “la gestione dei pazienti in dialisi avesse suscitato ”l’interesse“della criminalità organizzata”.  All’epoca dei fatti- spiega D’Aquino- “l’affare” era nelle mani dei fratelli Maugeri Salvatore e Mario,detti “ammuttapotti”.

Tutto parte da una vicenda che riguardava uno zio dello stesso D’Aquino, ricoverato in una clinica in viale Mario Rapisardi che necessitava di un trattamento dialitico. Un dipendente aveva infatti contattato D’Aquino comunicandogli l’inadeguatezza della struttura a fornire le cure e la conseguente necessità di trasferire il parente altrove.

D’Aquino quindi si informava con un amico arrivando all’indicazione di un infermiere, Giovanni Freddo, che si rivelerà il protagonista principale dell’indagine perché è proprio l’oggetto dell’anonimo giunto in procura che ha dato il via a tutta l’inchiesta, dove si segnalava “un massiccio sviamento di pazienti in dialisi dalle strutture pubbliche alle strutture private”. 

Freddo risulterebbe, secondo alcune ricostruzioni, proprio l’affidatario per conto dei Maugeri della gestione dei dializzati che venivano convogliati presso la clinica Sofia (CataniaSud Sr.l. il cui legale rappresentante è Orazio Sofia)

D’Aquino racconta di aver tentato un approccio (insieme ad Antonio Aurichella) per conto del clan Cappello, con i fratelli Maugeri, “soci occulti” della clinica Sofia “Catania Sud S.R.L.”, per verificare la possibilità di una “gestione comune” visto il settore particolarmente remunerativo. 

Maugeri però aveva comunicato a Nuccio Mazzei (esponente del clan dei “Carcagnusi”) che non vi era possibilità di raggiungere un accordo, nonostante nella questione fosse intervenuto anche Giovanni Colombrita, capo del clan Cappello. In sostanza l’accordo era naufragato a causa delle vicende che avevano interessato il suo clan e ne aveva indebolito il peso.

D’Aquino con le sue rivelazioni ha confermato che l’intera gestione delle cliniche per dializzati fosse nelle mani della criminalità organizzata; che medici ed infermieri dirottassero i pazienti presso le cliniche ottenendo un compenso per ogni paziente  avviato alla struttura privata (a capo delle quali si trovavano soggetti “puliti”); che presso l’Ospedale Vittorio Emanuele era in servizio una coppia di medici intenti in similari manovre di dirottamento,per conto del clan Santapaola.

Dopo complessi accertamenti è proprio il GICO della Finanza a verificare che la “coppia” di medici coinvolti nell’associazione a delinquere di cui parla D’Aquino, ritenuta “vicina” al clan Santapaola era  composta da Guarino Salvatore ed Elvia Sicurezza.

Intanto le indagini proseguono per accertare ulteriori profili di responsabilità.