Giuseppe Siracusa, biologo e artista poliedrico, interviene nel dibattito avviato dall’intervista di Aldo Premoli a Gian Maia Tosatti dopo la sua installazione a Palazzo Biscari e dal seguente intervento di Carmelo Nicosia pubblicato da SudPress.

L’arte, si sa, non ha confini o non dovrebbe averne.

In verità i confini ci sono, e si chiamano sponde culturali; l’alveo dentro cui scorre il flusso dei creativi quindi è differente per portata e percorso da paese a paese, da epoca a epoca.

Si deve ammettere che l’esplosione telematica ha messo in contatto velocemente tutti sul pianeta, persino senza viaggiare.

Ne consegue che, assai più di prima, le differenze tra i vari distretti artistici si percepiscono chiaramente.

In teoria l’Italia, per via del suo assetto culturale e politico, potrebbe far parte di quei paesi dove ogni artista ha la possibilità di esprimersi liberamente e godere di adeguata visibilità proiettando liberamente i suoi desideri e le sue convinzioni nelle sue opere.

In pratica questo avviene con difficoltà in seguito a resistenze forse insite nella natura stesso dell’italiano medio che tende ad aggrapparsi a ciò che conosce, manifestando palesi difficoltà a riconoscersi in forme di pensiero differenti.

Immaginiamo di avere a disposizione uno strumento per incasellare ogni opera d’arte esistente in una scala che evidenzi quanto l’artista si sia attenuto a parametri consoni agli standard culturali del contesto in cui è inserito, e quanto invece si sia distanziato da questi “medium” per collocarsi nell’ambito dell’esagerazione, dello scandaloso, dell’inopportuno… o addirittura dell’estremo.

Con questa tipo di operazione riusciremmo meglio a comprendere cosa, a mio avviso, avviene in Italia e, nel nostro caso, a Catania.

La città etnea al momento è più che altro un distretto culturale consolidato per l’arte nella scala di mezzo, che non vuol dire, si badi, necessariamente mediocrità o banalità.

Catania relativamente alle arti figurative, è un panorama culturale, ove si veicolano artisti validi ma non realmente anticonformisti, mai estremi nel loro linguaggio e nel loro messaggio.

Perché sarebbe invece importante veicolare artisti “fuori scala”?

Perché sono gli unici in grado di ampliare i margini culturali forzando la situazione, allargando insomma quelle sponde esistenti che darebbero spazio a nuovi flussi, nuova cultura.

Al momento a Catania non si vedono spazi per vera nuova cultura.

Si rincorrono ormai da tempo agli stessi parametri, sempre confortevoli e affidabili: ci si illude di trasgredire affidandosi alla sempre più dilagante “arte concettuale” che certo è interessante ma inafferrabile, tendendo sempre più ad allontanarsi dai quei parametri estetici che da sempre ci permettono di riconoscere nella creazione artistica un archetipo di bellezza.

Qualche  tempo fa un gallerista a cui mi ero rivolto con le mie opere sotto il braccio mi disse: “Se non si proviene da un’Accademia, difficilmente ci si può inserire nel vero mondo dell’arte, ai miei studenti consiglio vivamente di conoscere le dinamiche del marketing”.

Mi citò anche un libro da leggere a tal riguardo. Le sue osservazioni mi hanno fatto riflettere.

Queste dinamiche, fruttuose sul piano del business, le ritengo tuttavia una zavorra per la cultura nel suo significato libero e profondo.

Nell’esplosiva era delle comunicazioni veloci, complesse, globalizzanti, l’arte è praticamente veicolata da enti che la promuovono per commerciarla.

Entità che non possono permettersi il lusso di non tenere d’occhio ciò che tutti cercano, non possono più cercare il “fuori classe”, devono fare i conti col trend.

Ancor più di prima, in un’epoca in cui si può valutare quali siano i prodotti artistici trainanti grazie a facili indagini sul web, ci si trova a non avere mai avuto una sola occasione (se non in ambiti privati) di imbattersi in un’artista senza parametri, il cosiddetto “bel selvaggio”, come me lo definì il gallerista con cui dialogai.

Non è importante che il bel selvaggio diventi noto e ricco, non è questo il punto.

Conta più il fatto che costui diventi portatore di parametri estetici nuovi ed impensati, di spunti differenti, crei spazio per nuova cultura.

Quanto un distretto culturale sia realmente prolifico lo si vede da quanto i suoi figli presenziano le scene internazionali. Da sempre, i poli culturali, producono artisti, ma questi devono potersi veicolare ed affermare altrimenti tutto resta immobile.


Giuseppe Siracusa è biologo, geobotanico e dottore di ricerca in scienze ambientali. Ha lavorato per l’Università degli studi di Catania ed è stato direttore di riserva naturale. Scrive di tetro. E’ pittore e fotografo.