L’immagine è del direttore di Ienesicule Marco Benanti, che me l’ha mandata su wapp e scrive un bell’editoriale sul suo giornale. Ed è tutto in questa foto l’esito di una memoria che non siamo sicuri sia omaggiata nel modo giusto, tra opposti “interpreti autentici” di un pensiero, quello di Fava, oramai utilizzata solo per legittimare rendite di posizione che non hanno prodotto nulla. Grandi assenti da queste “esercitazioni di sedicente antimafiosità”: i giovani, con quelli che si definiscono tali ormai vicini ai settant’anni.

In molti di noi, che Fava lo abbiamo conosciuto e lo chiamavamo “Zio Pippo”, continuiamo a ricordarlo quando arrivava al Club della Stampa, sempre abbronzatissimo, che si immergeva col suo gancio a caccia di polpi che poi consegnava ai bambini per farli giocare prima di finire in insalata: un grande intellettuale attaccato ad una vita semplice che non accettava fosse inquinata da poteri parassitari.

Ma adesso è veramente a dir poco stanca, e forse anche stancante, questa liturgia delle celebrazioni di un Pippo Fava che ci pare sia stato definitivamente strappato alla sua natura di intellettuale anti potere lontano mille chilometri da quel settarismo da troppo tempo professato in suo nome.

In troppi, i più “autorevoli”, stanno dimenticando di essere stati alla corte di quel Sistema Montante al cui confronto la mafia è soltanto un mero concorrente e a volte persino socio. Di minoranza.

Orribile quanto accaduto in occasione del solito corteo autoreferenziale in cui l’assessore Cantarella ha dovuto ricorrere alla protezione delle forze dell’ordine per non essere aggredito: Ma da chi? Ma chi sono questi personaggi che continuano, senza mai concludere niente, ad arrogarsi il potere di decidere chi può partecipare e chi no a a qualcosa? Ma roba da matti, che brutta deriva sta prendendo questo vivere incivile in questa città.

Leggiamo da qualche parte: “Il cinque gennaio non c’è posto per assessori e politici, di oggi o di ieri, nè per i collaboratori di Ciancio, che ancora osano prendere le sue difese: ma solo per i catanesi onesti, per i cittadini liberi, per i giovani coraggiosi.”

Eccoli, autonominati “Giudici del Popolo”, sarebbero loro a decidere chi è onesto e chi no, chi merita e chi no: una violenza intellettuale, una povertà culturale, una miseria di ragionamento che rischiano di diventare pericolo fisico quando interpretato da gente che non ha nulla da fare e pretende di interpretare lo smarrimento di questi tempi troppo difficili.

Da un lato, quindi, gli eredi diretti della memoria, tra loro sempre contrapposti. Da una lato il figlio Claudio che riunisce l’establishment di quell’antimafia trasformata in holding dal fantasmagorico mondo di Libera & C., dall’altro gli eredi della rimpianta Elena, una Signora, che hanno affidato la Fondazione ad un’anziana professoressa, che non ricordo come si chiami, che da sempre ritiene anch’essa di avere titolo per rilasciare patenti di moralità: chissà perché.

Ai margini, appunto, quei gruppi “antagonisti” che pare abbiano l’unica abilità di appropriarsi di ogni memoria possibile, utile a giustificare qualche riunione sempre più triste e qualche occupazione di immobile: lo fanno con Fava come con Scidà, più difficilmente con Falcone e Borsellino, troppo “laici” per utilizzarli a questi fini.

Insomma, quest’anno, tra scarsa partecipazione e tentativi di settarismo violento, abbiamo l’impressione che nel 35esimo si sia celebrato l’ultimo atto di una celebrazione che merita ben altro spessore.

La Memoria, per trasformarsi in Impegno, un impegno utile al Cambiamento della nostra comunità, ha proprio bisogno di altro, molto altro.

La metafora è tutta lì, in quell’immagine del sexy shop occultato per l’occasione, mentre la pornografia sta altrove.