La tragedia della ragazzina di appena 14 anni che ieri si è tolta la vita pare perché non accettasse la separazione dei genitori, ha creato sgomento ma purtroppo non si tratta di un caso isolato. Anche tra gli adulti i suicidi sono in aumento, forse a causa della grave crisi economica ma anche della crisi più in generale dei valori sociali tradizionali ai quali si sono sostituiti principi legati ad altri e più effimeri parametri come l’ostentazione della ricchezza, l’opulenza nel vestire e così via. I consigli su come fare a gestire la difficile età dell’adolescenza.

La dottoressa Maria Costanzo, psicologa dell’Asp 3 di Catania, ci aiuta a capire come poter riconoscere i sintomi di un disagio dei giovani di cui spesso genitori, famiglia e scuola non si accorgono.

“Solitamente il ragazzo che compie questi gesti – premette la dott.ssa Costanzo- non ha neanche la consapevolezza di ciò che sta facendo. I casi di questo genere, ma anche i tantissimi tentativi di suicidio, quelli in cui i ragazzi si danneggiano profondamente con alcool, droghe ma anche con il fenomeno del “cutting”, (l’infliggersi tagli a costo di gravi sofferenze fisiche ndr), sono dovuti ad una grave crisi della famiglia e dei valori a livello sociale”.

“Sono due le dimensioni in cui normalmente ci si muove per dare una spiegazione a quanto succede: da una parte la mancanza di dialogo con i genitori, di comunicazione dei propri stati d’animo che genera un isolamento che può sfociare in depressione; dall’altro la voglia di dimostrare che si è padroni di se stessi, un narcisismo che spesso si manifesta quando giungono le prime delusioni e ci si confronta con un mondo che è tutt’altro rispetto a quello  immaginato. 

E queste due dimensioni devono essere affrontate sin da bambini. Io consiglio sempre il dialogo tra genitori e figli sin da quando questi sono piccoli, la compartecipazione alle esperienze, la condivisione per esempio anche dei profili facebook, delle chat, il non fargli guardare la televisione da soli, non dare loro il cellulare per farli giocare, non farli stare in condizione di isolamento, ma condividere insieme gli interessi, senza isolarsi, naturalmente rispettando anche le aree di chiusura dei giovani”.

“Certo anche il far credere ai propri figli di vivere nella famiglia del Mulino Bianco dove tutto è bello, è sbagliato -precisa la psicologa-. E’ importante renderli consapevoli della realtà, il far loro comprendere che oltre al bianco e nero esiste anche il grigio li aiuterà a gestire in maniera consapevole le delusioni che prima o poi arriveranno. La nostra società è così competitiva che anche un “due” a scuola può essere motivo di grave frustrazione, e invece lo stare vicino ai nostri figli, l’aiutarli a saper controllare le situazioni di tristezza o di felicità, l’ascolto emotivo rende tutto molto più semplice. Anche l’aiutarli ad annoiarsi in determinate circostanze, senza dire “sei triste, annoiato? Usciamo che ti compro qualcosa”. Niente di più sbagliato!” ammonisce la dott.ssa.

“Spesso i genitori sono portati a credere che il proprio figlio sia perfetto -prosegue- non avendo mai dato problemi e per questo non bisognoso di particolari attenzioni, senza vedere i profondi vuoti interni che il ragazzo può avere. A volte, gli adolescenti, non volendo deludere i genitori, tengono nascosti bene i propri stati d’animo come, ad esempio, la paura di comunicare la propria omosessualità pensando che sia un fattore negativo”.

“Così il figlio cresce con questo senso di insicurezza mentre i genitori lo vedono già grande e spesso ripetono frasi come “ma non mi ha mai dato motivo di preoccupazioni, è solo un pò introverso”, oppure “E’ un ragazzino in gamba, non si sarebbe messo mai nei guai, io l’ho avvertito”. Ma non vanno oltre. E questo anche in situazioni di separazione tra i genitori, in cui il più delle volte madre e padre sono talmente in conflitto che non portano i figli in consultazione da uno specialista per non venire insieme, continuando a fare finta di nulla”.

“Mi rendo conto -afferma Maria Costanzo- che se non si è instaurato un dialogo con i propri ragazzi è difficile recuperare una comunicazione nella fase adolescenziale, però il genitore che si accorgesse di una tale chiusura deve chiedere aiuto. E non far capire al ragazzino di essere lui ad averne bisogno, ma porre la nuova condizione in maniera diversa, ad esempio comunicandogli che è la mamma o il papà a volere un sostegno e di supportarli in tal senso. Per non far credere al ragazzo di essere matto, perché a volte, erroneamente, il giovane è portato ad associare l’aiuto esterno con l’essere affetto da una patologia. Un buon modo per superare tutto ciò adesempio è dire al figlio “io intanto chiedo aiuto perché voglio stare bene con te”. Quindi è come se fosse l’adulto a modificarsi e l’adolescente ad aiutare il genitore ad andare in consultazione”.

Rivolgersi ad uno specialista, uno psicologo, un neuropsichiatra infantile per capire se il bambino ha bisogno di essere seguito, è dunque fondamentale.

“Una cosa importante -aggiunge la dottoressa Costanzo- è anche l’effetto mediatico di queste notizie, in cui i social network fanno da cassa da risonanza e a volte parlare molto di queste tragedie può avere un brutto effetto, perché entra in gioco la dimensione narcisistica. Non scendere nei dettagli, dunque, è importante per non generare forme di godimento che in questo periodo sono molto ricercate”.