In un teatro semivuoto, ieri è andata in scena Sakuntala, di Franco Alfano; settimo appuntamento della stagione lirica e di balletti del 2016. 

 

La genesi di quest’evento sembra essere in linea con la complicata storia dell’opera stessa.

Sakuntala venne rappresentata per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma nel 1952, con Gavazzeni sul podio.
L’opera è un rifacimento della Leggenda di Sakuntala, che vide il suo debutto nel 1921, al Teatro Comunale di Bologna, sotto la direzione del maestro Serafin.
L’avverso destino volle che la partitura, conservata negli archivi di casa Ricordi, si perdesse in tempo di guerra, a causa di un bombardamento; partitura che a sorpresa saltò fuori dopo settant’anni. Il destino che aveva fatto scomparire la Leggenda di Sakuntala, ci ha regalato quindi due opere: “La Leggenda di Sakuntala” e “Sacuntala”.

Il teatro Massimo Bellini, alla vigilia della rappresentazione, non è stato dispensato dal destino che sembra seguire quest’opera lirica.

Sakuntala viene rappresentata per la prima volta a Catania. Un avvenimento che merita certamente attenzione e che va preparato con cura, sia dal punto di vista artistico, che pubblicitario.

E qui casca l’asino.

La preparazione di quello che sarebbe potuto essere un evento, fiore all’occhiello per la stagione in corso, ha invece visto il totale disinteresse del pubblico. Pubblico che va preparato ad un avvenimento del genere.

Per quanto riguarda l’allestimento e gli artisti, tra rinunce e contestazioni, dei due cast necessari a portare avanti le sette recite e la prova generale, ne è rimasto solo uno. Unica eccezione, Anusuya, l’amica di Sakuntala, che vede alternarsi la Kravchenko e la Cilli.

Per non parlare del grossolano errore della dirigenza, che nel cartellone, per tutto il 2016, ci ha presentato “La Leggenda di Sakuntala”. Per fortuna nelle ultime settimane è stato cambiato il titolo.
Forse un po’ di attenzione potrebbe giovare, soprattutto in un periodo tutt’altro che roseo, per il nostro amato teatro.
L’opera di per sé non è facile, né per gli artisti, né per il pubblico che, ripeto ancora una volta, sarebbe stato meglio preparare.
Alfano è noto come compositore verista per via della sua più celebre opera, la tolsotjana Resurrezione.
Né Resurrezione, né la più bella (a mio avviso) e orecchiabile Cyrano de Bergerac, né tante altre opere e composizioni, tanto meno Sakuntala, lo hanno fatto passare alla storia. Il pubblico lo ricorda per quelle poche battute conclusive dell’incompiuta Turandot di Giacomo Puccini.

La conclusione dell’opera, redatta comunque sugli appunti lasciati dal compositore toscano, gli fu affidata, anche su indicazione del grande Toscanini, proprio perché si ravvisavano delle affinità musicali con La Leggenda di Sakuntala.
Una Sakuntala che sembra essere stata scritta solo per l’orchestra.

La sensazione che si ha è che, per quelle circa due ore, vi sia una competizione tra buca e palcoscenico. Competizione che vince l’orchestra perché la lotta è impari.
Sakuntala non è scritta per le voci. E le voci degli artisti non si sentono, se non nei pochi attimi in cui l’orchestra scende di volume.

Sia ben chiaro. Non mi riferisco a una direzione d’orchestra poco attenta, Niksa Bareza ha ben fatto, così come l’orchestra, è proprio la partitura che sembra concepita senza tener conto dell’esistenza di artisti sul palcoscenico.

Un’opera che è tutta incentrata un’orchestra di wagneriana mole, che fa spesso suonare le sezioni tutte insieme, coprendo tutti i suoni provenienti dal palcoscenico.

Tutto ciò che sta al di dietro del golfo mistico scompare.

Anche il fatto che la tessitura per le voci è piuttosto incentrata sui centri e che non esistano arie chiuse, rende arduo il compito degli artisti.

Per tal ragione non è possibile formulare un giudizio relativo alle prove fornite dai cantanti, dei quali certamente apprezzo l’impegno. Resto fortemente perplesso sulla conduzione delle prossime recite. Cantare ogni giorno un’opera che necessita di volumi così importanti sarà un arduo compito per tutti.

Relativamente al coro, vale quanto sopra. La composizione non si occupa neanche delle masse, dal punto di vista musicale. Non vi è lirismo e il coro, che spesso è artefice dei successi di tante opere, qui è relegato a un ruolo di contorno.

La regia e i costumi, sono consequenziali a un libretto piuttosto banale. Tanti colori, costumi semplici (a parte lo sgargiante costume di Sakuntala nel secondo atto, che ricorda un ferrero rocher) e movimenti disordinati non rendono l’opera fruibile al pubblico.
Sintomatico è stato l’abbandono della sala di molti spettatori, al termine del primo atto, che hanno reso ancora più triste, il già vuoto teatro.

Come sostengo spesso, il pubblico è il vero critico.

Gli artisti sono stati giustamente applauditi da chi ha avuto la pazienza di arrivare alla fine dell’opera, ma senza particolare trasporto. Un freddo e rispettoso applauso, tributato ad artisti che hanno compiuto con dedizione il loro difficile lavoro.
Speriamo di non dover assistere più in futuro a un simile scoraggiante spettacolo. Le poltrone vuote sono quanto di più triste si possa vedere in una platea.

Anche perché adesso siamo in piena campagna abbonamenti e un’opera di repertorio ben eseguita avrebbe certamente invogliato gli appassionati a rinnovare la sottoscrizione per la stagione 2017.

 

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