Un’Europa sostenibile e socialmente responsabile. Un’Unione con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile. Un’Europa pronta ad assumersi maggiori responsabilità, anche nel campo della difesa.

Queste espressioni si trovano nel documento firmato dai 27 leader dell’Unione Europea in occasione delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma.

In quel documento alla fine si riconosce pure che il futuro dell’Europa è nelle nostre mani, ossia nelle mani degli Europei.

Si tratta di affermazioni importanti, soprattutto tento conto del passaggio storico nel quale sono pronunciate e sottoscritte.

È come se i sessant’anni dell’Unione (già Comunità Europea) avessero fatto emergere una nuova maturità dei suoi membri. Da quel documento emerge la consapevolezza che il cambio di passo sia vitale, ma che l’idea dell’Unione di Stati resti ancora valida. Forse essere vicini al baratro costringe a vedere le cose in maniera diversa.

Il punto centrale, ancora forse non sviluppato in maniera compiuta, è quello della responsabilità, verso i suoi cittadini ma soprattutto verso il resto del mondo.

Ecco il passaggio cruciale: “Un’Europa più forte sulla scena mondiale: un’Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l’Africa e nel mondo.

C’è forse, dietro questa affermazione, la consapevolezza che qualcosa è cambiato nel rapporto con gli Stati Uniti.

Quel paese, per bocca del suo nuovo Presidente, comincia a mettere in chiaro che prima viene l’America e poi il resto del mondo.

‘America first’ è il nuovo mantra dell’amministrazione americana. Il fatto che da questa parte del mondo non sia risuonato un ‘Europe first’ è un segnale importante e rassicurante.

Preoccuparsi della stabilità e prosperità del mondo fuori dall’Europa, e dell’Africa in particolare, è un segno di notevole lungimiranza.

Innanzitutto perché l’Europa ha bisogno del mercato mondiale più di quanto ne abbiano bisogno gli Stati Uniti.

Questi ultimi vivono tranquillamente con un deficit commerciale. L’Europa non può permetterselo. Inoltre l’Europa registra sempre una crescita della produttività più lenta di quella americana. Non può permettersi, dunque, di frazionarsi e di chiudersi. Ha bisogno di investimenti ingenti per colmare il deficit di produttività esistente ancora con gli Stati Uniti.

Ma soprattutto l’Europa non può lasciarsi sfuggire una straordinaria opportunità che viene dal processo di riequilibrio globale.

L’Africa sarà il continente cruciale nei prossimi decenni.

Lì risiedono le più significative opportunità di crescita e di sviluppo.

La Russia e la Cina sono ovviamente interessate a partecipare alla distribuzione dei dividendi associati agli investimenti in quel continente.

L’Europa non può permettersi di restare fuori da questa grande operazione di sviluppo.

In questa competizione avrebbe un grande vantaggio: la sua stessa identità.

Come ricorda la dichiarazione dei 27: “Abbiamo creato un’Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare.”

Con l’America che si defila, e con Russia e Cina che certo non possono vantare i record indicati nel passaggio precedente, si apre uno scenario di grande interesse per l’Europa, se resta unita.

Il ‘modello europeo’, infatti, è sul mercato. E molti lo ‘comprano’ a giudicare dai grandi flussi di popolazione che si dirigono verso l’Europa.

È un asset su cui l’Europa può legittimamente reclamare una paternità.

Con questo patrimonio in mano, essa può competere con successo con le altre grandi potenze planetarie per rafforzare, con mutuo vantaggio, gli scambi con l’Africa.

Si comprende che in questa prospettiva l’Europa del Sud (e la Sicilia in particolare) hanno un ruolo speciale da giocare.

La dichiarazione dei 27, dunque, è un evento importante che potrebbe e dovrebbe condizionare gli eventi politici dei diversi paesi membri.

L’Italia faccia la sua parte; la smetta di giocare con i conti; avvii una seria politica di investimenti, in coordinamento con il resto d’Europa, e sfrutti le opportunità derivanti dall’essere un paese di confine con il continente più importante dei prossimi decenni.


Maurizio Caserta è professore Ordinario di Economia Politica presso l’Università di Catania. Dal 2010 fa parte del Consiglio di amministrazione della Fondazione Sicilia. Dal 2011 della Fondazione RES. Affianca alla sua attività di ricerca scientifica, che le lo vede coinvolto in organismi nazionali e internazionali, quella di saggista su temi di economia politica. A Catania, la sua città di origine, è particolarmente conosciuto per il suo impegno civile. È presidente dell’Associazione, “Mediterraneo Sicilia Europa Progetto Maurizio Caserta”.