In scena sino al 26 marzo, la Manon Lescaut è un’opera lirica di grande tradizione, composta da un Puccini ancora piuttosto giovane, pur nel pieno della sua produzione artistica e parecchio maturo, nonostante fosse poco più che trentenne.

Un’opera tanto amata da Puccini, ma contemporaneamente parecchio travagliata.

Rimaneggiata dallo stesso autore per tutta la sua vita, coinvolgendo vari librettisti, oltre ai “suoi” Illica e Giacosa, nonostante il trionfo alla prima rappresentazione torinese del 1893.

È andata in scena ieri sera al teatro Massimo Bellini di Catania.

Nonostante sia un’opera di repertorio, non c’era il pubblico delle grandi occasioni e di poltrone vuote, in platea e nei palchi, ahimè, se ne vedevano parecchie.

L’allestimento di Pier Francesco Maestrini e la regia curata da Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi sono stati di buon gusto e attinenti alla tradizione. Azzeccate le scene e i costumi. Curati i movimenti degli artisti e delle masse. Nessuna licenza “fuori luogo”.

Bene davvero.

L’orchestra ha ben fatto, anche se ancora sembra avere bisogno di qualche messa a punto in taluni momenti, così come il coro.

Certamente l’alternarsi di due direttori d’orchestra in sette rappresentazioni non giova e, francamente non ne capisco il significato. Spero proprio che la dirigenza riveda certe scelte, che non portano nulla di buono.

Buona nel complesso, comunque, l’esecuzione di José Miguel Pérez-Sierra.

Il mattatore della serata è stato il tenore Marcello Giordani, che ha delineato il personaggio di De Grieux con grande eleganza.

Come il buon vino, il Giordani, migliora col passar degli anni, arricchendo i centri, unico suo punto debole, in gioventù.

La voce si è proiettata sempre bene, arrivando anche quando i volumi dell’orchestra, talvolta troppo forti, coprivano le voci degli altri artisti.

Buona l’interpretazione e la presenza scenica. Belli, come sempre gli acuti.

Bravo davvero e applaudito a lungo.

La Manon di Alisa Zinovjeva, dal punto di vista della tenuta scenica è risultata credibile.

Purtroppo la voce non si presta al ruolo. È mancata la drammaticità ed anche il volume.

Ben inteso, non ha fatto male, ma si è avvertita più di una volta l’assenza di quella “polpa” che il ruolo richiede. Carenza evidenziabile soprattutto nei duetti, quando la voce del tenore spesso copriva quella del soprano.

Una figura centrale attorno alla quale ruota l’opera intera, che è mancata.

Giovanni Guagliardo, nel complesso, ha interpretato bene il ruolo di Lescaut, anche se è apparso un po’ discontinuo.

Certamente non gli giova essere l’unico interprete del personaggio per tutte e sette le recite (nove con le prove, generale e antigenerale).

Anche qui mi sfugge la logica che guida la costruzione dei cast.

Tra i comprimari segnalo la pregevole prova di Sonia Fortunato, nel ruolo del musico.

Bene anche il Geronte di Emanuele Cordaro.

Non pervenuto l’Edmondo di Stefano Osbat. La voce non si sentiva proprio.

Gradevole la performance di Gianluca Failla, nel ruolo del comandante e di Alessandro Abis, nel duplice ruolo di Oste e sergente.

Una rappresentazione che è uscita dalla mediocrità, in taluni momenti, solo grazie a uno strepitoso Giordani.

Un po’ poco.

I contenuti applausi a fine recita, ne sono la prova.

Peccato davvero.

Le poltrone vuote sono il segno di una crisi dalla quale il nostro teatro non sta riuscendo ad uscire.

Neanche la scelta di chiudere al pubblico le recite di prova generale riescono a contenere la crescente disaffezione degli abbonati, che in una domenica sera, un tempo sarebbe stato difficile contenere.

Restiamo in paziente attesa.