La mozione della deputata pentastellata Marialucia Lorefice discussa alla Camera è stata bocciata, ma lei insiste: “Mineo è un centro di interessi illeciti, ma a Renzi non interessa. Deve rimanere aperto, ne va della tenuta del Governo”. Qual è la soluzione?

Tre inchieste della magistratura, tra Roma Caltagirone e Catania a nulla sono servite fino a questo momento, perché le luci del centro d’accoglienza più importante d’Europa sono ancora accese e chi deve gestire lo fa ancora in autonomia.
membri  del M5S della commissione Cie-Cara lo scorso luglio hanno visitato il  Cara di Mineo  definendolo“fucina di illegalità”.

Alla Camera si è discussa la mozione presentata dalla deputata Maria Lucia Orefice con la quale si chiede la chiusura del centro d’accoglienza richiedenti asilo di Mineo, ma il Governo boccia la mozione scatenando aspre polemiche.

Il centro d’accoglienza più grande d’Europa è da sempre stato sotto i riflettori, all’interno dell’intervento della deputata non viene in realtà indicata chiaramente l’alternativa alla chiusura. La deputata pentastellata ripercorre la storia del Cara ponendo moltissimi interrogativi a partire proprio dalla scelta della location di proprietà della Pizzarotti Spa per istituire il Centro d’accoglienza, ma il governo dice no.

Ecco l’intervento:

“Su questa vergogna si è detto tanto in quest’Aula in questi tre anni e mezzo di legislatura; si è detto tanto nella Commissione di inchiesta sui centri di accoglienza e durante le ispezioni, così come ha scritto tantissimo anche la stampa. Nonostante ciò e nonostante ben tre indagini in corso presso le procure di Catania, Caltagirone e Roma, il Governo non si è minimamente posto il dubbio che qualcosa non funzionasse e che dei provvedimenti sarebbero stati più che mai legittimi e necessari, con urgenza. E, invece, eccolo lì Mineo, vivo e vegeto, con gli stessi problemi di sempre e, ci sarebbe da dire, eccola lì “Mafia Capitale”. Mineo è un centro di interessi illeciti, è l’esempio più evidente di come il fenomeno migratorio possa diventare strumento per lucrare sulle presunte emergenze. È l’esempio di un sistema d’accoglienza fallimentare sotto tutti i profili, quell’economico e quello della tutela dei diritti e della dignità delle persone.Ma ripercorriamo la vicenda.
È il 2011 e c’è l’emergenza Nord Africa: emergenza vera o creata ad hoc? Io propenderei più per la seconda ipotesi. 

Al prefetto di Palermo dell’epoca – già questa è la prima anomalia, perché in contraddizione con il proclamato carattere nazionale dell’emergenza – venne dato l’incarico di requisire una struttura nella zona del calatino per dare accoglienza ai migranti sbarcati sulle coste italiane, a seguito dell’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti ai Paesi del Nord Africa. Caso vuole – ma sicuramente è un caso – che nel calatino ci fosse giusto una sola struttura abbastanza capiente da poter accorrere in aiuto, struttura che, sempre per puro caso, da appena due mesi era vuota a causa della disdetta del contratto di locazione tra le Forze armate statunitensi e l’impresa proprietaria, la Pizzarotti Spa.
È interessante osservare che la disdetta della locazione fu notificata agli inizi del 2010, per essere esecutiva a gennaio 2011. Il 2011, tanto per capirci, è l’anno dell’emergenza Nord Africa. Già nel 2010 Pizzarotti avrebbe avviato delle trattative con le istituzioni per riconvertire quella struttura ad altro uso. Si ipotizzò proprio di utilizzarla come un centro d’accoglienza per i migranti. Era all’epoca del Governo Berlusconi, quindi, presumibilmente, questa interlocuzione potrebbe essere avvenuta con i membri del suo Governo, per esempio, con il Ministro dell’interno Roberto Maroni, oppure con quel Gianni Letta la cui sorella era presidente della Croce Rossa Italiana Lombardia; Croce rossa alla quale viene stranamente affidata la gestione dei profili umanitari e assistenziali del centro di Mineo. Forse, la Croce Rossa di Catania non andava bene. Per le iniziative d’urgenza venne autorizzata una spesa a favore della Croce Rossa Lombardia di circa 15 milioni di euro. Va precisato che si tratta di un affidamento diretto, perché siamo in emergenza.

 Si tratta di un affidamento ad un prezzo decisamente fuori mercato: non i soliti 40, 45 euro pro capite pro die, ma circa 65 euro pro capite pro die, per di più senza alcuni servizi che il capitolato del Ministero dell’interno solitamente impone. 

Ma ritorniamo a Pizzarotti. Sembra che Pizzarotti all’epoca fosse gravato da un consistente mutuo, per cui la requisizione della struttura non poteva arrivare in un momento migliore e, tra l’altro, a un prezzo assai superiore ai costi di mercato: insomma, una manna dal cielo.

Do solo due numeri per capire la portata dell’affare: 6 milioni e 800 mila euro più IVA per la requisizione e 2 milioni e 3 mila euro più IVA per la manutenzione.
Sì, perché a Pizzarotti viene affidata anche la manutenzione del Residence degli Aranci, con la clausola che al momento della dismissione del centro le ben 400 villette dovevano essere riconsegnate in perfetto stato. Ebbene, chi ha fatto un giro lì dentro si renderà conto che ciò è praticamente impossibile, quindi saremo costretti a pagare, probabilmente, una sorta di penale e tutto ciò per Pizzarotti significherà un ulteriore guadagno.
Tra l’altro, visto lo stato in cui versa quel centro, penso che la manutenzione non l’abbia neanche vista da lontano.

Quindi, la domanda che legittimamente ci poniamo è: uno dei motivi per i quali fu scelta quella struttura fu quello di fare un piacere a Pizzarotti ? 
  Ma continuiamo. A maggio 2011 il prefetto Gabrielli, capo Dipartimento della Protezione civile, succede al prefetto di Palermo in qualità di commissario delegato all’emergenza. Dato il regime d’emergenza, l’attività della Protezione civile può andare avanti per deroghe, deroghe che, difatti, legittimeranno interventi di spesa al di fuori dei regimi ordinari. Gabrielli nomina soggetto attuatore per la Regione siciliana l’ingegnere Pietro Lo Monaco, capo dipartimento protezione civile regionale.
Ad un certo punto, però, questo rinuncia e a lui succede, in qualità di soggetto attuatore, Giuseppe Castiglione, cioè l’attuale sottosegretario alle politiche agricole, che all’epoca era presidente della provincia di Catania
. Ecco che l’aspetto politico della faccenda comincia ad avere contorni sempre più nitidi. Anche questa scelta appare piuttosto anomala e oggi possiamo legittimamente sospettare che fosse stata dettata non da una nobile causa, quale l’accoglienza, ma da interessi personali, politici innanzitutto, visto, tanto per fare un esempio, la percentuale di voti che NCD ha avuto nel calatino durante le ultime elezioni, nonostante le percentuali da prefisso telefonico a livello nazionale.
A tratteggiare il ruolo di Castiglione in questa storia è Luca Odevaine. È Odevaine a sottolineare, nelle intercettazioni, il peso elettorale di questi in Sicilia: Mineo e dintorni rappresentano il fortino elettorale di NCD.
È Castiglione che costituisce, ad un certo punto, un consorzio di comuni che diventerà soggetto attuatore, al suo posto, ma di quel consorzio Castiglione è il presidente, ruolo che poi passò, in un secondo momento, al sindaco di Mineo Anna Aloisi, anche lei di area NCD, tanto per cambiare. Gli amministratori dei comuni, secondo gli inquirenti, avrebbero orientato le assunzioni nel centro per ricevere in cambio un massiccio sostegno elettorale. Sono tutti uomini di Castiglione quelli presenti nel territorio, quelli che nei pressi del Cara prendono migliaia di voti, preferenze e si fanno sentire anche nel panorama nazionale.
Odevaine in una intercettazione, ad un certo punto, dice: «Mineo, se glielo vai a leva’, quelli si arrabbiano, perché ovviamente è un meccanismo che crea non solo consenso, ma crea occupazione, crea benessere: 4 mila migranti che spendono 2 euro e mezzo al giorno, so’ 10 mila euro al giorno». 
 Sembra che la costituzione del consorzio di comuni fosse stata voluta non solo da Castiglione, ma addirittura sollecitata dal Ministro dell’interno, paventando una soluzione non condivisa nel caso in cui il territorio si fosse mostrato contrario. Insomma, i comuni non avevano molta scelta: o entravano in quel gioco, in cui tutti avrebbero guadagnato, o comunque la scelta sarebbe stata loro imposta.
Maroni, inoltre, avrebbe manifestato la volontà di non far gestire direttamente il centro dalla Prefettura, quel Maroni al quale non abbiamo potuto chiedere spiegazioni, per potersi anche difendere, perché si ostina a non voler venire in Commissione d’inchiesta. 
Ma ritorno ad Odevaine. Chi è Luca Odevaine? Potremmo semplicemente definirlo l’uomo del business dei migranti, l’uomo di «Mafia capitale» appunto.

 Grazie al suo ruolo nel tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per richiedenti asilo, riusciva a orientare i flussi dei migranti, dando parecchio lavoro alle imprese amiche.

In cambio del suo ruolo di facilitatore riceveva mazzette e a Mineo non fu da meno. Castiglione si avvalse di lui per la gestione del centro: famoso anche il pranzo fra i due al quale avrebbe partecipato anche quel Salvo Calì, presidente del gruppo Sisifo, indicato da Castiglione come una delle persone con maggiore esperienza per poter gestire un centro come Mineo e per rendere tra l’altro credibili le sue parole, quasi a voler sottolineare che non avesse alcun interesse personale, evidenziò il fatto che tale gruppo era riconducibile più al centrosinistra che non al centrodestra.

Sisifo divenne il capofila dell’associazione temporanea di imprese che subentra alla Croce Rossa.
Della stessa facevano parte anche il Consorzio Sol. Calatino, la Casa della Solidarietà, Senis Hospes, la Cascina, nota anche per essere finanziatrice delle campagne elettorali del centrodestra e vicina a Comunione e Liberazione, e appunto Pizzarotti S.p.A. Questa cordata di larghe intese si aggiudicherà anche gli appalti successivi servendosi di un regime di proroga. Sulle gare d’appalto si concentra una delle indagini della procura di Caltagirone e su quella del 2014 vengono notificate tre ipotesi di reato: abuso d’ufficio, turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente.
La madre di tutte le gare, un giro d’affari di 97 milioni di euro, è definita illegittima dall’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, il quale affermò che la scelta procedurale è avvenuta in contrasto con i principi di economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento e trasparenza.
Eppure il Consorzio Calatino Terra d’accoglienza decide di non tener conto del parere dell’ANAC ma la procedura è talmente dubbia da motivare l’ANAC a trasmettere gli atti alla procura della Repubblica competente: insomma anomalie su anomalie. 

  Non possiamo poi non parlare del sistema clientelare delle assunzioni: le dinamiche con le quali si assumevano gli operatori sfuggivano talvolta anche ai sindaci del consorzio provocando malumori o ancora dei contributi a cui si accedeva con la scusa di voler realizzare delle iniziative di integrazione dei migranti ma quei progetti non avevano minimamente l’ombra di integrazione e poi della truffa dei badge per ben un milione di euro.
Tra gli indagati funzionari, dirigenti e vertici delle cooperative. Gli indagati, sei, sarebbero stati accusati di aver gonfiato il numero dei migranti anche mediante la certificazione della loro presenza laddove invece si erano allontanati da tempo. E sa, Presidente, qual è la cosa più assurda ? Queste persone sono ancora lì a ricoprire gli stessi incarichi di primo piano e con il rischio di poter anche inquinare le prove.

Mineo – lo ripeto – è un covo di illegalità. Durante le ispezioni abbiamo avuto modo di appurare l’esistenza di situazioni assurde. Non c’è trasparenza nella selezione del personale, non ci sono gare per la selezione dei fornitori, gli ordini vengono fatti anche telefonicamente e attorno a queste telefonate ruota un giro d’affari di 10 milioni di euro l’anno solo per l’acquisto di prodotti e poi bazar abusivi, migranti che aspettano la prima audizione nella commissione territoriale anche per più di un anno.

L’integrazione non esiste: i migranti non parlano una parola di italiano e il sovraffollamento costante non aiuta di certo a intraprendere percorsi personalizzati di inserimento.

Il servizio sanitario locale non è in grado di far fronte a cure né di medicine di base né di secondo livello. Manca personale adeguato per un’assistenza psicologica e legale. Questo posto lede i diritti e la dignità di qualsiasi essere umano.

Per questo ne chiediamo la chiusura e invece è il Ministero dell’interno, sempre quota NCD, si noti, cosa decide di fare? 

Decide di ampliarlo ulteriormente e di adibirlo anche ad hotspot con tanto di bando di Invitalia per la nuova recinzione, ignorando il lavoro della Commissione d’inchiesta e il lavoro e la voce autorevole dei procuratori della Repubblica che l’hanno definito un caso di Stato. 

Tenerlo aperto a questo punto è solo una scelta politica così come lo è stata quella di aprirlo per far contento chi, con ogni probabilità, non voleva fare arrivare i migranti al nord, chi voleva risolvere i problemi finanziari di Pizzarotti, chi voleva avere dei riconoscimenti in chiave elettorale sul territorio e chi dell’immigrazione ha fatto un lavoro e, dopo la disamina fatta, credo che i nomi ormai siano chiari a chi ci ascolta”.