Sudpress ne tratta di storie brutte, ma vedere una mamma che scoppia a piangere più volte mentre racconta la storia incredibile che coinvolge il suo piccolo di nemmeno 3 anni ti lascia stordito, imbarazzato, impotente, arrabbiato. Si tratta sempre di storie molto delicate, nel raccontare le quali cerchiamo di essere il più possibile rigorosi. Il rischio di essere strumentalizzati è alto e per questo siamo severi nelle verifiche. Ma una volta convinti che la storia merita di essere portata all’attenzione pubblica, ce ne assumiamo tutte le responsabilità perché un cittadino che si trova a disagio di fronte alle istituzioni diventa un problema di tutta la comunità. E va affrontato, anche pubblicamente. Anche perché a noi questo provvedimento non  convince per niente.  

Il caso, per essere subito chiari, sorge nella prima sezione civile del tribunale di Catania, giudice istruttore dr.ssa Viviana Di Gesu.

Ilde, la mamma, si rivolge alla nostra testata per raccontare quello che sta vivendo con il suo bambino di appena tre anni coinvolto in una contesa per il suo affido. Nel procedimento è assistita con tenacia dall’avvocato Rosa Maria D’antone alla quale per nostro scrupolo chiediamo conferma della veridicità del contesto descritto dalla signora.

Contesto che sintetizziamo preferendo che sia lei a parlare nella video intervista che decidiamo di pubblicare integralmente a parte qualche taglio tecnico.

È molto lunga per un contenuto web, ma si è scelto di non intervenire per evitare anche solo involontarie alterazioni.

Ilde ci produce una notevole mole di documenti, relazioni e persino video di investigatori privati da lei assunti per dimostrare la concretezza delle sue paure rappresentate al giudice che però, a detta della signora ma confermato dagli atti in nostro possesso, ha ritenuto di non tenerne conto.

In pratica, per i primi due anni di vita del piccolo il padre si sarebbe reso del tutto assente sia fisicamente che economicamente, sino a che la signora non lo ha denunciato.

Da quel momento il padre ha preteso di irrompere nella vita del bambino per il quale era di fatto un estraneo e senza accettare quel percorso di avvicinamento graduale ritenuto indispensabile dai vari esperti che hanno studiato il caso.

Persino i due consulenti tecnici nominati dallo stesso giudice istruttore hanno confermato l’impossibilità in questa fase di sradicare il bambino dal suo domicilio presso la mamma, proponendo quel percorso di visite assistite in ambiente protetto che però non è mai stato attuato.

La mamma racconta, e documenta, alcuni episodi emblematici della difficoltà di rapporto e cita una relazione psicologica, prodotta nella causa di separazione dall’avvocato dello stesso ex marito, attestante significativi disagi comportamentali, oltre ad un background familiare complicato, con la sorella addirittura finita in ospedale a seguito di una lite con lui e che poi testimonierà in favore di Ilde sui comportamenti del fratello.

Il problema nasce probabilmente da una tendenza ormai consueta in diversi tribunali di dare priorità alla salvaguardia della cosiddetta “bigenitorialità”, garantendo pari diritti ai due genitori anche quando si trovino in uno stato altamente conflittuale: principio sano e giusto ma purtroppo non sempre attuabile.

Qua ci si trova infatti in una situazione in cui un bambino per due anni non conosce praticamente il padre e da un giorno all’altro se lo vede imposto come figura: complicato.

Infatti il bimbo appena lo vede scoppia a piangere e comincia ad avere disturbi vari del comportamento: non va bene.

Ma la prevalenza del principio della “bigenitorialità” pare avere la meglio nella visione del giudice del tribunale catanese ed al padre vengono assegnati i canonici giorni in cui dovrebbe stare col figlio, senza tenere conto della reale situazione.

Il bimbo non vuole andare con uno sconosciuto e non si riesce ad attivare il percorso di avvicinamento protetto con gli assistenti sociali perché il padre non si sarebbe mai presentato, pretendendo di esercitare a modo suo il diritto di visita.

In mezzo ci stanno una serie di fatti, tutti documentati, che mostrano senza alcun dubbio come i comportamenti assunti dall’ex marito meritano un serio approfondimento prima di decidere sul collocamento di un bambino di tre anni come fosse un pupazzo di pezza.

Di fatto però il tribunale questo “diritto” di visita lo aveva acriticamente sancito e la madre decide di non rispettarlo, subendo così una serie di denunce penali per inottemperanza.

Ma Ilde non se la sente di eseguire un decisione giudiziaria che non tiene conto non solo delle prove prodotte ma neanche delle risultanze delle perizie degli esperti nominati dallo stesso giudice istruttore.

E così, infatti, il giudice istruttore, quasi punendo la mamma che resiste a quella che considera una violenza nei confronti del proprio figlio, decide incredibilmente di affidare in via esclusiva il piccolo proprio a quel padre che neanche conosce e che ogni volta che incontra scoppia a piangere.

Il provvedimento, senza tenere in alcun conto di tutto quanto abbiamo scritto sopra (e molto altro che non abbiamo ritenuto di poter scrivere) è quasi banale nelle sue conclusioni: poiché la madre non ottempera all’ordine di consegnarlo al padre sconosciuto, lo si affida in via esclusiva a quest’ultimo e la madre dovrà anche contribuire economicamente al suo mantenimento!

È davvero il miglior provvedimento giudiziario possibile da applicare nell’interesse di un bambino di appena tre anni?

Noi ovviamente non lo sappiamo, ma quel bambino lo abbiamo incontrato, ha mangiato qualcuna delle nostre caramelle e quelle che non gli piacevano le ha sputate nel cestino: come fanno tutti i bambini e come tutti i bambini va protetto, anche e soprattutto da provvedimenti che sfuggono al comune buon senso.

Per questo abbiamo deciso che a questo bambino una risposta la si deve dare, bisognerà spiegargli perché può accadere che un giudice possa non tenere conto di prove e persino delle relazioni dei suoi stessi consulenti, bisognerà spiegargli perché deve andare con uno sconosciuto senza essere assistito in un percorso difficile e delicato.

Qualcuno questa vicenda la deve chiarire e noi siamo pronti ad accettare che questa assunta sia la migliore soluzione possibile.

Ma va spiegato, come deve essere affermato che i cittadini in difficoltà non devono sentirsi stritolati da quelle istituzioni che dovrebbero aiutarli a risolvere i problemi, non ad aggravarli.

Su questo elementare principio si basa la tenuta sociale di una comunità, tacere per non averne fastidi, che probabilmente avremo, fare finta che non siano problemi di tutti, significa diventare complici di un sistema che non va bene.

Sappiamo già cosa comporterà questo articolo, è già accaduto in passato, pazienza.

Ma non accettiamo che questo bimbo non possa andare serenamente nella scuola in cui non si è potuto iscrivere, con i suoi colori ed il suo cestino.

Non ce la siamo sentiti di fare finta di nulla.