Grande successo alla 65° edizione del Festival Internazionale del Cinema di Taormina targato Videobank con l’attesissimo intervento di Pierfrancesco Favino che ha presentato l’ultima opera di Marco Bellocchio “Il Traditore” con una masterclass d’eccezione.

Buscetta ha scelto di entrare a far parte della mafia e non è un eroe; di eroe ce n’è solo uno, nel film come nella realtà, e il suo nome è Giovanni Falcone.

Con queste parole Pierfrancesco Favino ha voluto riassumere il film Il Traditore, che parla proprio del declino di Tommaso Buscetta e del suo pentimento.  Siamo così certi che Buscetta avrebbe ugualmente deciso di collaborare con lo Stato se Totò Riina non avesse dato vita alla mattanza del Triangolo del Terrore? Oppure senza quei massacri oggi staremmo parlando di “Don Masino” come Capo dei Capi? La risposta non ci è dato saperla, quello di cui, però, lo stesso Favino è certo è che Buscetta sia stato un “abilissimo manipolatore della realtà.”

Pur mostrandoci la storia e gli eventi dal punto di vista del criminale, la pellicola Il Traditore da grandissimo risalto alla figura del giudice Giovanni Falcone, per il quale lo stesso Boss dei Due Mondi finisce per provare ammirazione e addirittura affetto. La morte dello stesso giudice riesce ad essere in qualche modo l’unico pretesto che convince il boss a tornare in Italia per collaborare ancora con la giustizia. Quello tra Falcone e Buscetta non è solo uno scontro dal punto di vista legale e istituzionale, ma una collisione ideologica tra il modo di vedere la mafia come una “faccenda d’onore” e quello di vederla per com’è, cioè “una montagna di merda”. Buscetta, durante il colloquio con il giudice, sembra schifato da Cosa Nostra, non per le sue azioni deplorevoli ma per la perdita, a suo dire, dei valori sui quali la vera mafia sarebbe nata.

La proiezione e la disamina di un film di tale spessore con i protagonisti che gli hanno dato vita e in un festival del cinema importante come quello di Taormina è un’occasione importantissima. Ricordare gli orrori, dei quali la nostra terra è stata palcoscenico, è l’unica via concreta per evitare che questi vengano ripetuti in futuro. Inoltre, sentire lo stesso Favino smontare il personaggio da lui interpretato- personaggio per il quale, inevitabilmente, si finisce per provare empatia- significa assumere ulteriormente quella consapevolezza necessaria per allontanare e rinnegare la mafia e tutti i suoi comportamenti. Perché ricordiamolo: non si è mafiosi solo prendendo in mano una pistola e sparando. Si è mafiosi nella prepotenza, nell’omertà e nell’indifferenza.