A margine dell’immane tragedia di Casteldaccia, che ha sterminato due famiglie che festeggiavano un compleanno in una casa che non doveva essere costruita, si è consumato uno strappo diplomatico tra governo centrale e quello regionale che non ha precedenti e che ci pare emblematico di come in Italia non si stia capendo più niente.

Il fatto

Il premier Giuseppe Conte decide domenica di recarsi aPalermo per effettuare un sopralluogo sui luoghi del disastro di Casteldaccia e rendere visita alle vittime dell’alluvione al Policlinico.

Il presidente della Regione Nello Musumeci aveva ritenuto opportuno, anche per dare un segnale di unità, di affiancare il premier in questo impegno istituzionale per quanto estemporaneo, ma il prefetto di Palermo Antonella De Miro ne blocca l’iniziativa sostenendo che l’Ufficio del Cerimoniale di Palazzo Chigi inspiegabilmente non lo avrebbe consentito.

La reazione del presidente Musumeci è stata immediata e particolarmente dura, con il comunicato ufficiale di cui abbiamo dato conto ieri.

La querelle è proseguita con una maldestra nota di Palazzo Chigi che derubricava a “disguido” l’incidente diplomatico, dando notizia di una telefonata del premier al presidente siciliano nel corso della quale avrebbe spiegato di aver deciso all’ultimo momento di recarsi a Palermo e che non vi fossero i tempi per organizzare la visita congiunta richiesta da Musumeci.

Musumeci non ci sta e rilancia, cogliendo nella vicenda non un semplice “disguido”, ma un chiaro segno di inaccettabile superficialità se non addirittura la precisa volontà di depotenziare le autorità regionali.

E così, nuova dichiarazione del presidente siciliano: “Se il premier Conte dice di non avere dato disposizione in questo senso come mi ha detto al telefono, se il capo del cerimoniale dice alla mia struttura di non averne dato disposizione, allora la condotta del capo della Prefettura mi sembra inadeguata al ruolo. Sono portato a pensare che il capo del governo non stia mentendo, quindi o mente il capo del cerimoniale o il Prefetto di Palermo, e allora se così è spero che il prefetto venga allontanato“.

Era già accaduto che il presidente del consiglio Conte si recasse a Palermo senza informare le autorità locali in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico dell’istituto Pino Puglisi.

E infatti Musumeci rincara: “Per due volte il presidente del Consiglio è venuto in Sicilia e il presidente della Regione lo ha appreso col massimo ritardo. Pretendo rispetto non per quello che sono ma per quello che rappresento. Qualcuno lo deve dire a Roma che in Sicilia bisogna venire col cappello in mano.”

Per Musumeci l’episodio “costituisce un grave precedente nel momento in cui si tende col neo centralismo romano di condizionare e ridimensionare il ruolo e i poteri e le prerogative della Regione siciliana”.

È il caso trascinarsi in una simile polemica di fronte ad una tragedia immane come quella di Casteldaccia?
La risposta è si.
Ieri, a commento della notizia, il nostro lettore Geronimo ha scritto: “In un momento in cui decine di persone hanno perso la vita dobbiamo preoccuparci perché il presidente non era a fianco del presidente del consiglio?”
Ripetiamo la risposta del giornale: “Si, perché significa che le catene di comando non funzionano, non comunicano, non si rispettano, non hanno obiettivi generali comuni: è questo è un problema che poi rende inefficiente quel sistema che non riesce ad impedire le tragedie quando addirittura non le causa.
Se accade un incidente diplomatico proprio in questi frangenti, comunque lo si legga, è un fatto di grande interesse pubblico.
A non non interessa raccontare la cronaca, quello possono farlo tutti e lo fanno tutti, bene o male, a noi interessa raccontare ai nostri lettori cosa accade dietro o intorno alla cronaca. Per andare oltre, possibilmente avanti.
E non dobbiamo per forza essere d’accordo. Anzi.”
Questo perché la tragedia, purtroppo, rimane e dal suo accadere, come ogni volta, le redazioni dei giornali sono inondate dalla solita quantità esagerata di comunicati delle più svariate parti sociali e politiche, tutte addolorate, tutte sconvolte, tutte assolutamente inutili, incapaci di fissare un agenda che consenta quanto meno di cominciare a limitare le probabilità che queste assurde sciagure possano ripetersi.
Finché sarà consentita l’esistenza di abitazioni sui greti dei fiumi, a pochi metri dalle spiagge, alle pendici di montagne franose, inutile piangere ogni volta morti annunciate ancora una volta provocate da un sistema inadeguato e spesso criminale.
Queste abitazioni, tutte, vanno abbattute in tempi rapidissimi ed a cura dello Stato, posto che le autorità locali hanno troppi “vincoli di prossimità”.
Si apprende infatti che su quella casa teatro di morte pendeva da quasi dieci anni un’ordine di demolizione reso inutile da un ricorso al Tribunale Amministrativo che ancora non si sarebbe pronunciato. Semplicemente assurdo, un’Italia in cui non funziona più niente.
Allora, quello che registriamo, emblematicamente, è che, in una situazione in cui il paese si sta letteralmente sgretolando uccidendo i suo cittadini, le istituzioni responsabili e deputate quanto meno a cominciare ad affrontare seriamente il problema,  non si rispettano e neanche si parlano.
Per noi la notizia è questa.