Un tema delicato ed importante, che rischia di passare in secondo piano confuso tra le migliaia di twitter infantili con cui non si fa altro che distrarre l’opinione pubblica dai veri temi e questo della riforma del sistema processuale riguarda le basi di uno stato di diritto: “Nulla a che vedere con le reali esigenze di giustizia” sostiene il presidente della Camera Penale di Catania che è scesa in campo.


“Giustizia coniugata all’infinito” è il titolo del documento stilato dalla Camera Penale in occasione dell’astensione dalle udienze cominciato il 20 novembre e appena concluso.

E, nel documento, c’è tutto il dissenso verso una “riforma”, quella di cui Bonafede il ministro Alfonso (o chi per lui) detiene il copyright, che, prevedendo il blocco del decorrere della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, ha un solo epilogo: il “fine processo mai!”.

Che, in fondo, è un po’ come il “Fine pena mai!”.

A riprova che il processo “di per sé è già una sanzione”.

E “Sud”, qualche giorno prima che le Camere Penali promuovessero una nuova astensione dalle udienze, prevista per il 17 e 18 dicembre, ha incontrato l’avvocato Turi Liotta, presidente della Camera Penale di Catania.

E la prima domanda che va domandata è quella di spiegarla ai “bambini” la prescrizione, in ossequio alla regola dell’ “uno vale uno” che rende tutti un po’ più piccoli…

“La prescrizione è il decorso del tempo, è un istituto di diritto sostanziale legato alla ragionevole durata del processo, che di per sé è già una sanzione; è necessario si svolga nel più breve termine, termine che è dato alla Stato per esercitare la pretesa punitiva, oltre il quale ne decade la podestà”.

Eppure non è la prima volta che l’istituto viene modificato (certo mai in maniera, per così dire, drastica), in principio fu il governo Berlusconi…

“In realtà la prescrizione è un istituto regolato dall’art.157 e seguenti del c.p. e venne, appunto, modificato nel corso dei governi Berlusconi; la modifica andò a incidere anche su alcuni dei processi che riguardavano il presidente del Consiglio perché portò a una contrazione dei termini di prescrizione generalizzata, soprattutto nell’ambito dei reati puniti fino ai sei anni, introducendo il riferimento al profilo soggettivo degli imputati, con il paradosso di aumentare invece i termini per le contravvenzioni”.

Da qui due luoghi comuni…

“Che la prescrizione salva i colpevoli e chi ha disponibilità finanziaria può pagarsi gli avvocati che riescono a far arrivare il processo alla prescrizione”.

In ultimo la riforma dell’ex Guardasigilli Orlando…

“I termini di prescrizione sono stati ulteriormente allungati: basti pensare che un reato grave si prescrive almeno dopo 15 anni”.

Ora appunto il “fine processo mai!…”

“La definizione più corretta di questa riforma è stata data da Giulia Bongiorno, “una bomba atomica”: dopo il primo grado, infatti, un processo potrebbe essere trattato dopo 10 anni, già oggi di anni ne possono passare anche sei o sette, del resto ci sono giornate di udienza in cui il giudice monocratico deve istruire 50 fascicoli, con tempi di prescrizione più lunghi il tempo del giudizio si dilaterebbe, oggi abbiamo già processi fissati nel 2021, nonostante, è bene sottolinearlo, la Corte d’Appello di Catania si sia data una razionale sistemazione cercando di trattare i processi più importanti in un periodo più breve. Se passasse la riforma nessun ufficio sarebbe sollecitato a darsi tempi più celeri”.

Ciaone! alla ragionevole durata dei processi…

“I paradossi sono tre: il condannato che avrà la “spada di Damocle” per tutta la vita, l’assolto che subisce l’appello del pm e che spesso per via dei carichi pendenti gli può esser preclusa, per esempio, la partecipazione a dei concorsi, quando non gravi limitazioni della libertà di partecipare a competizioni politiche o ad assumere cariche pubbliche. Infine, la parte civile che ha la possibilità di ottenere il risarcimento del danno patito dopo la conclusione del processo penale, dovrà attendere la fine del processo e soltanto alla fine del processo penale il giudice civile potrà stabilire l’entità del risarcimento ma, nel frattempo, l’imputato potrebbe privarsi del suo patrimonio”.

I sostenitori della riforma usano come termine di paragone l’ordinamento di altri paesi…

“Nel confronto con le esperienze europee si deve partire da un assunto: in molti altri paesi il sistema è fondato sulla validità del precedente; da noi, invece, il giudice è soggetto soltanto alla legge. Più che una comparazione bisognerebbe analizzare certi tratti del nostro sistema. Primo: obbligatorietà dell’azione che non può essere superata in modo surrettizio; il 58% dei processi si archivia per prescrizione in sede d’indagine, questo vuol dire che c’è già una scelta sul quando, come e dove, e come bisogna dare priorità alle indagini. Secondo: dire che nei processi che si sono conclusi con la prescrizione si è disperso il patrimonio di conoscenze e di risorse ottenute in fase di indagine vuol dire mettere al centro, appunto, le indagini e non il dibattimento. Terzo: a questo punto, se proprio dobbiamo guardare all’esperienza degli altri paesi, andrebbe separata la carriera della magistratura giudicante da quella della magistratura requirente, proprio come in quei paesi citati”.

Oltre il merito dell’attuale proposta, si è posta una questione di metodo…

“Si, il ministro ha accettato di ritardare di un anno l’entrata in vigore della riforma della prescrizione, per consentire una riforma più complessiva del processo penale. Ma questa classe politica ha volontà e capacità di confrontarsi su questi temi con l’avvocatura e l’accademia, oltre che con la magistratura? Non sono fiducioso, certo in altri momenti della nostra storia il legislatore seppe interpretare  i cambiamenti della società. La riforma del diritto di famiglia, nel 1975, avvenne addirittura prima che l’opinione pubblica manifestasse l’esigenza di cambiamento. Il legislatore, dunque, precedette il diverso mutare sociale capendo l’imminente mutare della volontà popolare. Altro esempio, la modifica del codice penale del 1989 che introdusse il rito accusatorio. Alla stesura del codice vi lavorarono Vassalli e, fra gli altri, i “nostri” Siracusano e Galati. In quel caso il potere politico, imponendosi, stabilì che dovesse entrare in vigore subito. Tuttavia, il progetto del codice fu preceduto dal confronto tra professori, avvocati e magistratura che intervennero nelle commissioni ministeriali, ci fu il coinvolgimento e tutti si impegnarono a trovare soluzioni”.

Adesso invece basta un emendamento…

“Si dice intanto cambiamo la prescrizione e poi inseriamo in una nuova chiave di lettura dell’intero processo. Il progetto è mediaticamente stuzzicante ma che nulla a che vedere con le reali esigenze di giustizia, se da un lato ne predicano l’urgenza dall’altro, per mediazione politica, ne hanno procrastinato l’entrata in vigore al 2020”.

Se vogliamo dirla tutta, anche il ruolo dell’avvocato è cambiato…

“La nostra professione è cambiata: siamo tanti, non troppi. Statisticamente, forse, meno del 50% degli imputati nei processi monocratici ha un proprio difensore di fiducia e il difensore di ufficio spesso non ha alcun rapporto col cliente. Pochi colleghi giovani, oggi, riescono a formarsi negli studi, e quindi la formazione viene delegata all’iniziativa dell’interessato oppure alle scuole forensi. Partendo da questi dati, le Camere penali si sono date il compito di formare i giovani penalisti al fine di giungere ad una migliore tutela dei diritti e delle libertà delle persone, il che ci impone competenza, formazione e onestà”.

Diritti e libertà delle persone, eppure Davigo sostiene che “non esistono innocenti ma solo colpevoli non ancora scoperti…”

“È una frase che colpisce sotto il profilo mediatico ma è indice di una distorta visione delle cose, dall’altra parte della nostra scrivania si siedono persone con l’angoscia di essere stati accusati molto spesso ingiustamente”.

Prossimo passo della Camera Penale…?

“Interloquire e discutere con la società; questo è uno degli obiettivi prefissati nel corso dell’ultimo congresso, in cui  stato eletto come presidente l’Avv. Caiazza. Ecco, appunto, come spiegare la prescrizione ai ragazzi”.

Avvocato Liotta, un libro da consigliare…

“La dittatura del calcolo”, di Paolo Zellini, sulla dittatura del metodo di lettura e determinazione dalla realtà incarnato dagli algoritmi; preferisco cento volte farmi giudicare da un magistrato che conosca il singolo e specifico mio caso piuttosto che da un computer che utilizzando un  algoritmo decida se sono colpevole e prevedere quello che potrei combinare da qua in avanti.”