La puntata del 18/11/2018 de “I dieci comandamenti”, andata in onda su RAI3 col titolo “pane nostro”, ha letteralmente atterrito chiunque l’abbia seguita.

E’ stato un reportage ben documentato e condotto in modo serrato da Domenico Iannone.

Verteva sul polo petrolchimico che occupa un vastissimo territorio ricadente nei comuni di Melilli, Priolo Gargallo e Augusta, tutti in provincia di Siracusa, tra i più estesi d’Europa.

Una serie di interviste a cittadini e professionisti legati alle vicende di questa realtà hanno generato sui telespettatori un impatto emotivo e una necessità di approfondimento decisamente notevole.

Questo gigantesco agglomerato industriale nasce negli anni 50, si sviluppa velocemente stritolando e soffocando un territorio paesaggisticamente splendido e ad alta naturalità; archeologicamente di valore inestimabile, contiene infatti la necropoli di Thapsos e Megara Hyblaea, città greca.

Tutto questo, venne violato, avvilito, triturato, smembrato nel nome dello sviluppo economico.

Circa 70 anni dopo restiamo perplessi alla vista di un paesaggio fatto di tubi industriali, ciminiere sfiatanti, aliti di fiamme da bocche su alte torri d’acciaio, surreali padiglioni abbandonati o in uso, dedali di strade polverose, spesso malandate, in alcuni tratti costeggiate da incustoditi sarcofagi nei pressi di Megara. Questo scempio è l’unico punto fermo di questa vicenda che invece ha visto il declino di molte attività industriali. Col tempo, in seguito a diverse dinamiche legate a logiche internazionali, molte attività sono cessate. Il territorio tuttavia, da un punto di vista occupazionale, resta fortemente legato a questa realtà pagandone amare conseguenze.

Le vittime del petrolchimico

Nel programma ricorre più volte la parola “ricatto” per definire il vincolo che lega le industrie a cittadini e lavoratori: se si gode di un salario e di un benessere si devono accettare anche le ripercussioni.

Il motto che serpeggia tra gli abitanti è “meglio morire di cancro che di fame”! Ebbene si! Assistiamo alla tragedia nella tragedia!

Come se non fosse bastato l’annientamento ambientale e di una bellezza storica nobile ed unica, si è abbattuta sugli abitanti la scure delle neoplasie legate all’inquinamento proveniente sia delle attività a regime, sia da quelle dismesse a cui non ha fatto seguito bonifica; entrambe continuano a seminare malattia e morte!

Di questa faccenda, che è sotto gli occhi di tutti, se ne parla diffusamente da tempo, ma non si è mai sollevato questo coperchio per avviare inchieste che disinnescassero questo gioco perverso di necessità e morte. Proprio la maggior parte delle vittime di questo olocausto, da cui dovrebbero partire iniziative corali di cambiamento (è proprio la coralità ad essere la grande assente in questa faccenda), non scendono in campo per paura di retrocedere in termini di benessere economico e occupazionale.

Le “altre” vittime

Poi ci sono altre vittime, quelle che non vivono in quei luoghi, che sanno che quel coacervo di tubi e luci produce morte, ma che non intervengono perché, nonostante siano sinceramente affrante per la strage in corso, sono alla guida della propria auto che va …a benzina; benzina che è il prodotto dell’attività di quegli stabilimenti o di altri simili in tutto il mondo!

Le altre vittime sono i restanti umani del pianeta, siamo NOI.

E’ spaventoso e imbarazzante il riconoscerci dipendenti delle dinamiche del consumismo e del benessere, pur sapendo che sta nuocendo e lo farà sempre più.

Non siamo in una situazione psicologica differente dal fumatore che non riesce a smettere pur conoscendo il danno che sta generando. La faccenda è estremamente complessa perché le cose di cui privarci sono tante, troppe.

La puntata, che racconta di un pezzo di Sicilia violata, in realtà sta sollevando un “all’erta!” che riguarda l’intero pianeta.

Qualsiasi evento rilevante in un qualsiasi luogo specifico della terra, interesserà tutti i viventi della Terra, indistintamente.

Le ceneri vulcaniche di un’eruzione non ricadono forse dappertutto? Le emissioni di anidride carbonica, da qualsiasi stato provengano, non rafforzano il globale effetto serra? La plastica abbandonata ovunque non sta formando immense chiazze galleggianti in punti dell’oceano assai lontani da noi? Quante altre cose che riguardano tutti dovremo scoprire!

Dipendenza dal benessere

Le soluzioni? Quelle concrete, se si volesse, paradossalmente sarebbero le più semplici da attuare.

Basterebbe decidere di orientare diversamente le nostre azioni verso il “progresso” così come per il fumatore basterebbe che non accendesse più la sigaretta.

La questione è estremamente complessa e immutabile perché interiorizzata nei nostri moduli culturali, psicologici, chiaramente legata alla sfera della dipendenza.

La paura o la saggia cautela verso una evoluzione tecnologica che procede senza una precisa direzione se non quella del profitto, non ci sta facendo astenere dal seguire strade pericolose che ci appaiono le uniche percorribili.

Possiamo rinunciare a tutto?

I quasi otto miliardi di essere umani del pianeta, una volta che hanno intrapreso tutti assieme una direzione univoca di progresso, possono tornare indietro? Non credo sia possibile, lo ipotizzo con amaro realismo.

Ammettendo che tutti gli esseri umani, da un giorno all’altro, decidessero di abbandonare città e abitudini comuni, imitando le tribù amazzoniche e vivendo solo di natura, probabilmente lo scenario possibile per la sopravvivenza sarebbe quello del cannibalismo e di un veloce tragico declino. Le risorse spontanee del pianeta non sono più adeguate a sostenere così tanti Homo sapiens.

Un’unica civiltà e cultura

Siamo tutti su un treno che non torna indietro, giorno dopo giorno allunghiamo le rotaie senza progettarne la destinazione.

Non sappiamo dove ci porterà, se si fermerà e, se dovesse fermarsi, dove si fermerà.

Per adesso è in corsa, sempre più accelerando.

Non possiamo rallentarlo, né dirottarlo.

Possiamo però controllarlo, gestirlo, essere adeguatamente critici e circospetti, studiare sia il nostro possibile futuro che il nostro presente. Dobbiamo studiare quello che ci circonda e che stiamo modificando.

Niente è superfluo o fine a se stesso nelle discipline ambientali.

Sono le chiavi del nostro futuro proprio perché stiamo alterando gli ecosistemi, capirli meglio potrebbe aiutarci.

L’agglomerato industriale di Melilli è la metafora dell’umanità globalizzata e riunita in un unico intento.

Siamo oramai un’unica grande civiltà con unica cultura e non vogliamo ammetterlo!

Abbiamo tutti i medesimi obiettivi ma ci ostiniamo a sottolineare differenze che a breve scompariranno.

Golem rappresenta la metafora più calzante.

Abbiamo creato, tutti assieme, il nostro gigante, una società forte, complessa, competitiva, gelida, senza anima ma non sappiamo gestirla, né farne a meno.

Siamo palesemente prigionieri delle nostre necessità non primarie ma fondamentali che ci portano ad essere al contempo vittime e carnefici, al pari di quegli abitanti del siracusano schiacciati dal loro stesso desiderio di allinearsi agli standard sociali ed economici di altre realtà sociali miraggio.


Giuseppe Siracusa è biologo, geobotanico e dottore di ricerca in scienze ambientali. Ha lavorato per l’Università degli studi di Catania ed è stato direttore di riserva naturale. Scrive di teatro. E’ pittore e fotografo.