In un comune dissestato, che è costretto a vivere alla giornata, nel quale la nuova amministrazione sta facendo i salti mortali per non sprofondare in un baratro ancor più profondo di quello nel quale ci troviamo. In una “azienda Catania” che ha ammesso obtorto collo di essere fallita, dove i politici e i dirigenti che l’hanno traghettata in questo pantano sembrano essere impermeabili ad ogni assunzione di responsabilità, anche ciò che di bello e nobile ha prodotto la nostra città annaspa oggi nella fanghiglia…

E così il teatro Massimo Bellini, che per un secolo e mezzo è stato il biglietto di presentazione della più nobile e colta Catania, non può che essere specchio della triste situazione degli ultimi anni.

Le poltrone e i palchi vuoti sono ormai una realtà alla quale ci si è assuefatti; così come le, spesso, meno che mediocri produzioni, o i cast che un tempo sarebbero stati tutt’al più dei (forse) dignitosi secondi cast, spacciati per eccellenti; non parliamo di eventi (che farebbero tremare i polsi ai nostri conterranei compositori Bellini e Pacini) spacciati per opere moderne, che di opera non hanno nulla, perché chi compone opere liriche, solitamente è anche in grado di comporre sinfonie, arie da camera e si parte dal presupposto che provenga da un lungo e pesante percorso di studi.

Un esame di coscienza a questo punto sarebbe d’uopo, piuttosto che continuare con proclami ai quali credono ormai in pochi.

In una situazione del genere ci si aspettava una prima deludente, con un teatro semivuoto.

È venuto in soccorso del teatro nientepopodimeno che Wolfgang Amadeus Mozart, con la sua opera della maturità, Die Zauberflote (Il Flauto Magico ), opera dichiaratamente massonica.

Mozart fu iniziato alla massoneria il 14 dicembre del 1784, dal barone Otto von Gemmingen Hornberg, Maestro Venerabile e fondatore della Loggia Zur Wohltätigkeit (Alla Beneficenza).

Il suo ingresso nella libera muratoria ebbe una lunga preparazione, già dieci anni prima e forse più.

Die Zauberflote è solo la più celebre di numerose composizioni massoniche, un’opera luminosa, piena di significati allegorici e spunti esoterici, che parla allo spettatore attraverso la scienza dei simboli.

Un’opera lirica molto spesso definita, non a torto, una fiaba; composta poco prima della sua morte, in condizioni di salute già precarie.

La mozartiana creatura vide la luce il 30 settembre del 1791 al Theater auf der Wieden di Vienna; poiché in lingua tedesca non poteva essere rappresentata al teatro di Corte, teatro di opera tradizionale che prevedeva solo rappresentazioni in lingua italiana.

Compagno di viaggio di questa avventura musicale fu il suo fratello di loggia Johann Emanuel Schikaneder, baritono e attore, in questa occasione anche librettista. Non a caso Papageno, uno dei personaggi cardine, è un baritono e non a caso in quest’opera si da ampio spazio alla parte recitata.

È una composizione dai profondi significati che, celandosi dietro la maschera dell’opera buffa, tratta con estrema lucidità l’eterno conflitto tra bene e male, dove Sarastro, il cattivo della prima ora è invece il salvatore della principessa, che la rapisce per sottrarla alla cattiva Regina della notte, a sua volta scambiata per la buona madre disperata, nella prima parte della rappresentazione. Non manca la storia d’amore. Tamino, eroe di tradizione romantica, s’innamora della principessa Pamina ed è disposto a tutto pur di salvarla, a rischiare la vita e a sottoporsi ai “viaggi” iniziatici attraverso gli elementi. Papageno (l’uomo uccello) farà da contrappunto a Tamino, con la sua incapacità di affrontare le avversità dell’iniziazione e il suo desiderio di rimanere nel limbo e di rinunciare alla conoscenza, quella conoscenza che invece aprirà le porte del Tempio al coraggioso Tamino.

Insomma, c’è di tutto ed è sorprendente che, per quanto cambiato sia il mondo, questi contrasti, propri dell’animo umano, restano attualissimi.

La rappresentazione di ieri sera è stata una gradevole sorpresa, così come l’afflusso in platea e nei palchi, superiore alla scarsa media registrata negli ultimi anni. È bello vedere meno poltrone vuote del solito. Prenda atto la dirigenza del desiderio degli spettatori, pronti ad accorrere se si presenta loro qualcosa di pregevole.

Come sempre, l’orchestra ha confermato quanto vale; certo che, se a dirigerla c’è un fuoriclasse come Gianluigi Gelmetti, tutto è più semplice. Bene anche il coro, preparato dal maestro Luigi Petroziello. Conferme queste del fatto che anche un malato come il nostro amato teatro può sperare in qualche miracolosa terapia, a partire da ciò che di buono alberga nel suo tessuto connettivo.

Pier Luigi Pizzi è riuscito dal nulla a rappresentare un’opera lirica ostica per i registi. Nessun bosco, nessuno scenario naïve pieno di colori e animali provenienti dalla fantasia. Una scenografia che gravita attorno ad una libreria (che simboleggia il desiderio di conoscenza dell’uomo) e ad un tempio massonico. Scelta coraggiosa, perché la rappresentazione non è stata allegorica, Tamino ha svolto integralmente i viaggi iniziatici ed è stato accolto in una loggia, dove i coristi erano abbigliati con i paramenti in uso al Grande Oriente d’Italia.

Dignitoso il cast; hanno tutti ben figurato.

Giovanni Salaè stato un Tamino attinente alla tradizione; tipico tenore mozartiano, dall’emissione pulita e aggraziata.

Più che gradevole la Pamina di Elena Galitiskaya che, pur in precario stato di salute, ha interpretato il personaggio, senza rinunciare alle note filate e ai virtuosismi richiesti da Mozart.

Elena Bellocciha superato l’ardua prova della regina della notte, per niente in difficoltà e a suo agio con la tessitura stratosferica e le agilità, applaudita giustamente.

Il Sarastro, interpretato da Karl Huml è stato nel complesso di qualità, anche se un basso più profondo sarebbe stato più idoneo al ruolo.

Ottimo Andrea Concetti, Papageno, sia nella vocalità, sia nella recitazione. Padrone del ruolo è stato applauditissimo dal pubblico.

Anche Andrea Giovannoni ha delineato un credibile Monostatos, così come Sofia Folli è stata una deliziosa Papagena.

Pilar Tajero,Katarzyna Medlarskae Veta Pilipenko, hanno ben rappresentato le tre dame.

Un po’ meno credibili i tre fanciulli, interpretati da Giulia Leone, Gabriella Torre e Giuliana Ciancio.

Hanno ben figurato anche Riccardo Palazzo (Primo sacerdote – primo armigero), Oliver Purckauer (Oratore – secondo armigero).

Nel complesso una più che gradevole opera, correttamente eseguita, che fa sperare bene per un malato in agonia come il nostro amato teatro. Ne tenga conto la dirigenza e, se possibile, eviti eventi che nulla a che fare hanno con la tradizione e l’opera lirica.

Al nostro teatro serve ben altro adesso.