La sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo del 13 giugno 2019, pronunciata sul ricorso di un detenuto condannato all’ergastolo c.d. ostativo, è illuminante e, se non fosse per la nostra classe politica, impaziente di inseguire il consenso elettorale e non il progresso del paese, potrebbe aprire ad importanti passi in avanti ed ammodernamenti sul piano della pena e della detenzione carceraria in fase esecutiva.

Per prima cosa occorre chiarire come l’art. 1 della legge sull’ordinamento penitenziario, stabilisce che il trattamento carcerario deve essere conforme ai principi di umanità e dignità dell’individuo.

Oggi la pena dell’ergastolo (il c.d. “fine pena mai”), dopo l’espiazione di almeno dieci anni dall’inizio della carcerazione, produce una graduale uscita dalle mura degli istituti di pena grazie a tutta una serie di benefici penitenziari quali ad esempio il lavoro all’esterno ed i permessi premio.

Insomma, il detenuto a vita ha comunque una speranza che la sua condizione, seppur dipendente dal comportamento tenuto negli anni all’interno del sistema carcere, possa produrre degli effetti tangibili e modificativi della sua condizione: egli, di fatto, possiede ancora una speranza di reinserimento nella società.

Il punto toccato dai giudici di Strasburgo investe una questione diversa ed intimamente legata all’autodeterminazione e dignità del detenuto, che la sentenza ha ritenuto in violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né pene o trattamenti inumani o degradanti”).

La questione sottoposta al vaglio dei giudici europei è quella legata all’ergastolo “ostativo”. Per intenderci quello che per determinati reati di particolare gravità ed in mancanza di “collaborazione” da parte dei detenuti assoggettati a tale regime, esclude la possibilità di poter accedere ai benefici carcerari.

Insomma, una situazione immutabile, a prescindere dal comportamento prestato durante la carcerazione: qui non si possono nutrire speranze di modifica o di reinserimento sociale.

L’unica possibilità che possiede il detenuto è la collaborazione con la giustizia.

La questione è questa e qui si scontrano e si scontreranno inevitabilmente, da una parte l’opinione pubblica e dall’altra i diritti (di tutti, nessuno escluso!).

Perché, così la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha sostanzialmente affermato, il fatto di subordinare la possibilità di accesso ai benefici penitenziari del soggetto condannato al carcere a vita alla collaborazione, appare in contrasto con il senso di umanità e di autodeterminazione.

In poche parole, al detenuto al carcere duro viene posta l’alternativa tra la collaborazione e la non collaborazione, obbligandolo a scegliere tra, da una parte, la propria dignità (quindi la capacità di determinare il percorso di uscita che deve passare necessariamente attraverso la collaborazione, venendo finanche elusa la propria proclamazione d’innocenza!) e, dall’altra, la propria vita o la propria incolumità e quella dei propri cari a causa delle probabili rappresaglie degli ambienti criminali.

Sostanzialmente l’attuale ordinamento ha costruito una semplice equazione-automatismo sulla base di un semplice binomio: collaborazione/mancanza di pericolosità e non collaborazione/presunzione di pericolosità.

Sul punto, nulla possiamo obiettare, anche questa volta la Corte Europea ha centrato il punto, ovvero la supremazia dei diritti di ciascun uomo (anche dei detenuti per reati molto gravi) sulla propaganda partitica e populista del momento (e non è la prima volta che i giudici europei bacchettano l’Italia sempre sulla violazione dell’art. 3).

A questa pronuncia ha fatto eco, naturalmente con effetti diversi, immediati e tangibili, la Corte Costituzionale che, con la sentenza del 23 ottobre 2019, ha dichiarato incostituzionale – quindi contrario ai principi ispiratori della nostra società – il c.d. ergastolo “ostativo” (o più precisamente l’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario),” nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione sulla giustizia anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale, sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata”.

Di fatto, la Consulta, ha restituito al detenuto la capacità di autodeterminazione e di scelta del percorso da intraprendere ai fini di un graduale reinserimento nella società, anche mediante i benefici penitenziari.

L’incostituzionalità qui equivale ad una sostanziale abrogazione dell’ergastolo c.d. “ostativo” che, nonostante le polemiche che ne nasceranno, rappresenta un momento di assoluto progresso nella conquista dei diritti.

E’ chiaro a tutti, tranne a coloro che guidano al buio la nazione, che l’Italia ha bisogno di progetti seri e di respiro generazionale e non certo di piani emergenziali su importanti settori, tra questi, quello giudiziario (le numerose leggi sull’indulto, ad esempio, rappresentano l’arrendevolezza dello Stato dinanzi alle problematiche del processo penale).

Nonostante queste novità – che, purtroppo, non sono arrivate dall’assemblea parlamentare – appare indifferibile riformare l’attuale sistema di esecuzione della pena in regime carcerario, ormai fallimentare sotto un punto di vista di politica criminale ed economicamente non più sostenibile.

Occorrerebbe, per prima cosa, effettuare una distinzione tra i reati intenzionali violenti da un lato (rapine, lesioni, estorsioni, ecc) e, dall’altra parte, tutte le residue violazioni che, seppur gravi e di allarme sociale, potrebbero delineare un profilo criminale ben diverso e gestibile fuori dalle mura del carcere.

Per quest’ultimi, occorrerebbe applicare una politica molto seria e rigida di misure alternative alla detenzione con espresso obbligo di svolgere lavori utili per le nostre città, sempre più al collasso economico ed incapaci di far fronte alle quotidiane esigenze.

Occorre dire che qualche passo in avanti è stato fatto, soprattutto con riferimento al rapporto reo-vittima ed alle condotte riparatorie.

Certo, anche l’applicazione della messa alla prova per gli imputati maggiorenni, ha avuto l’effetto di chiudere numerosi processi senza necessità di arrivare all’esecuzione della pena.

Timidi passi in avanti, ma occorrerebbe applicare l’istituto non solo con lo strumento dei limiti di pena (reati punibili entro i quattro anni), ma tramite l’individuazione di singoli reati, anche puniti con pene più severe.

Insomma, trasformare il detenuto da onere per l’erario a risorsa per la collettività.

Invero, il conto è presto fatto.

Un detenuto ha un costo quotidiano per lo stato italiano pari a circa 137,00 euro, per una cifra annua che si aggira intorno ai 50.000,00 euro.

Il dato appare allarmante se proviamo a moltiplicare l’importo ottenuto per l’intera popolazione carceraria (circa 63.000 detenuti) e senza considerare i costi del processo penale (videoconferenze, trasporto dei detenuti ed altro).

Sostanzialmente un detenuto costerà allo Stato più di quanto lo stesso potrebbe essere in grado di risarcire alla parte lesa in una vita intera, senza considerare i costi di un condannato con “fine pena mai”.

Sul punto, infatti, il dato economico non può essere sottaciuto, soprattutto perché gli eventuali risparmi di spesa, potrebbero essere investiti su altre voci importanti di bilancio, come ad esempio la scuola e gli stipendi degli insegnanti (tra i più bassi in Europa).

Oppure, senza andare lontano, si potrebbe integrare l’elemosina di Stato che viene concessa alle vittime dei reati intenzionali violenti in caso di mancato risarcimento da parte del responsabile, quantificati in 7.200,00 euro in caso di omicidio, in 4.880,00 euro in caso di violenza sessuale e 3.000,00 euro per le spese mediche nel caso di altra tipologia di reato.

Insomma, fare cose giuste e contro la pancia del paese non è proprio ciò che sta avvenendo adesso, anzi, di segno diametralmente opposto appaiono gli ultimi provvedimenti in tema di prescrizione del reato (sul quale gli Avvocati penalisti sono giustamente insorti!).

Dal gennaio 2020, infatti, entrerà in vigore la riforma della prescrizione che provocherà una ripercussione devastante su tutti i protagonisti del processo, sia colpevoli che innocenti: i reati diventeranno imprescrittibili dopo la sentenza di primo grado.

Quest’ultima rappresenta il metro di civiltà di un popolo, sacralmente inciso non solo nella nostra Costituzione all’art. 111, ma bensì all’interno della Convenzione Europea per i Diritti Umani all’art. 6.

Il diritto ad un equo processo vuol dire riuscire a garantire all’imputato (ed alla parte lesa) alcune garanzie inviolabili e sacre, tra tutti, una ragionevole durata dello stesso al fine di poter avvicinare quanto più possibile il momento della commissione del reato a quello dell’irrogazione della “sanzione”.

E tutto questo ha un chiaro significato: evitare che la pena comminata dal processo, trascorsi tempi eccessivamente lunghi dal fatto, possa colpire una persona profondamente diversa nella personalità e nella storia successiva, magari pienamente inserita nella società e nel mondo lavorativo: è evidente che in quest’ultimo caso (non certo raro!), lo scopo rieducativo della pena verrà certamente vanificato.

Nel nostro paese, a causa della presenza di un legislatore distratto, la Corte Costituzionale ha sempre avuto un ruolo importante nel progresso per la conquista dei diritti umani nel paese.

Tuttavia – per riprendere un pensiero caro a Martin Luther King – la posizione attuale presa dai giudici della Consulta, a prescindere dalle polemiche che ne seguiranno, non appare né popolare e né conveniente, ma sostanzialmente giusta.

 


Massimo Ferrante, avvocato catanese, classe ’77 e iscritto all’Albo degli Avvocati dal 2006.

Durante la formazione professionale ha frequentato importanti studi legali acquisendo esperienza nel campo del Diritto Penale comune e minorile, nella responsabilità medica, diritto penale ambientale-urbanistico, penale fallimentare, contraffazione, penale del lavoro – penale minorile – responsabilità delle persone giuridiche, penale dell’impresa, nonché penale internazionale occupandosi di trattare assistiti destinatari di Mandato di Arresto Europeo provenienti dalla Germania.

Nel 2008 ha partecipato all’XI Corso Specialistico dell’Avvocato Penalista svoltosi a Roma ed organizzato dalla Scuola Centrale dell’Unione delle Camere Penali Italiane, approfondendo tematiche afferenti il diritto penale sostanziale e processuale.

Negli anni ha maturato una significativa esperienza nel campo delle Investigazioni Difensive ed è fermamente convinto del ruolo dinamico della figura dell’Avvocato, impegnato non solo nella difesa, ma nella ricerca fattiva delle prove tramite gli strumenti messi a disposizione dal codice di procedura penale.

Ha seguito importanti casi di rilievo internazionale nel campo del diritto penale e della navigazione, come la strage del 18 aprile 2015, dove persero la vita 800 migranti e la strage di ferragosto sempre del 2015.  Il suo nome compare presso l’elenco dei Professionisti dell’Ambasciata Generale della Germania a Roma.

Ha ricoperto la figura di Tutor presso la “Scuola Forense di Catania”, Fondazione Vincenzo Geraci nell’ambito delle discipline penalistiche. Ha partecipato come relatore in convegni sulla violenza contro le donne.

Presidente e fondatore dell’Associazione “Difesa e Giustizia“, si occupa di diritti umani, con particolare riferimento al settore dell’immigrazione, del diritto di asilo e di cittadinanza.

Ideatore della campagna a tutela e garanzia dei diritti costituzionalmente garantiti #ituoidiritticontano e nei confronti del MIUR con riferimento alle modalità di eccesso alle Facoltà a numero programmato, #giustodirittodiaccesso.