I 175 Km di costa che separano Tripoli dal confine tunisino provenivano gran parte delle barche di legno e dei gommoni messi in acqua nel Canale di Sicilia per tentare lo sbarco sulle coste italiane. I numeri sono importanti per capire l’entità del fenomeno: dal 2015 questa tratta di essere umani ha significato almeno 5000 annegati e centinaia di migliaia di profughi giunti a destinazione, con un impatto devastante sulla reso la situazione politica italiana prima ed europea poi.

Tra luglio e agosto di questo 2017 però i numeri in questione sono crollati: rispetto allo stesso periodo del 2016 sono diminuiti del 68%: 44.846 lo scorso anno, 14.391 questo. Il record è di agosto, con una caduta dell’86 %. https://data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean/location/5205

Il Ministro italiano degli Interni Marco Minniti (che nella realtà in questo governo ha svolto funzioni che avrebbero dovuto essere appannaggio del Ministro degli Esteri e talvolta scivola su posizioni da Premier) sembra raccoglie così aver raccolto i frutti dei continui viaggi verso la Libia e di tanti summit con i partner europei.

Ma ogni cosa ha un prezzo e i libici sanno esporlo molto bene: vogliono denaro e hanno fatto presente che l’aiuto da portare alle persone bloccate lungo la rotta verso la costa non deve dimenticare le necessità dei residenti impoveriti da anni di guerra, per loro di alternativo ci sarebbe solo il traffico di armi e la droga…

Nel 2016 la UE (su principale insistenza della Germania di Angela Merkell) la UE ha versato al premier turco Recep Tayyip 6 miliardi di Euro, la rotta balcanica si è interrotta e la Grecia ha smesso di ricevere barconi carichi di disperati o cadaveri fluttuanti sul mare.

Per consolidare il piano di intervento concertato da Minniti si parla di altri 6 miliardi in arrivo dalla UE e alcuni milioni (ma qui non ci sono certezze) versati a getto continuo dagli 007 italiani agli scafisti che stanno bloccando le partenze dalla costa libica. Il Ministero degli Interni ha ripetutamente, sdegnosamente smentito la notizia.

Ma si tratta davvero di una fake news?

Difficile crederlo soprattutto vista l’inaffidabilità dei partner disposti sulla costa sud del Mediterraneo. http://www.centerformigrationstudiesmse.org/it/nord-africa-fra-la-crisi-umanitaria-la-destabilizzazione-globale/

Sin al 2011 sotto il pugno di ferro di  Gheddafi la Libia era un classico petrolstato: dipendenza assoluta del petrolio e del gas, ma grandi introiti da riversare su un territorio a bassa intensità demografica. In pratica dalle risorse naturali provenivano e provengono il 95% delle entrate all’esportazione, per l’86% destinati all’Europa. Schierati in mezzo al deserto  stanno impianti dell’Eni (Italia), della Total (Francia), Repsol (Spagna), Wintershall (Germania), sino alle americane Occidental, Conoco Phillips, Marathon e Hess. Poi ci sono le canadesi Suncor e PetroCanada, l’austriaca OMV e la russa Gazprom. Attivi o meno a seconda dell’andamento degli eventi. Dopo il 2011 l’estrazione è drammaticamente scesa. Da 1,7 milioni di barili al giorno sino ai 400mila del 2015.

 

Dal 2011 non ci son più solo impianti di estrazione ma sono fioriti i campi di detenzione dedicati alla nuova lucrosa attività, quella del commercio di carne umana proveniente dai limitrofi Niger, Mali e Ciad. Cosa accada in questi centri dove centinaia di uomini donne e bambini vivono in condizioni insopportabili ormai è di dominio pubblico. Un esempio? A Surman, 150 km all’interno rispetto alla costa ad ovest di Tripoli è un ammasso di cemento in mezzo al nulla: 250 prigionieri tra donne e bambini davanti a una porta chiusa a chiave con un lucchetto: cibo e acqua insufficienti, si partorisce per terra, nessuno ha mai visto un medico da queste parti. Ai funzionari delle Nazioni Unite e agli operatori delle organizzazioni umanitarie non è permesso raggiungere questi luoghi: per “ragioni di sicurezza”.

Un po’ meno noto è che intanto la guerra non si è affatto fermata. Nella seconda metà dello scorso mese l’esercito statunitense ha effettuato svariati attacchi aerei contro postazioni ISIS presenti in quel paese . Gli strike americani hanno colpito martedì 26 settembre 160 chilometri a sudest del porto di Sirte e dei suoi terminal petroliferi.

 


Aldo Premoli, milanese di nascita, vive tra Catania, Milano, New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1980 e il 1982 collabora con le riviste “Belfagor” di Luigi Russo e “Alfabeta” di Nanni Balestrini. Nel 1984 cura l’edizione di “Moda e Musica nei costumi di Sylvano Bussotti”. Giornalista professionista, tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”, “Vogue Pelle” e “Vogue Tessuti”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione e trend forecasting ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post Italia” e Global “Risk Insight”, nel 2016 ha pubblicato – insieme all’economista Maurizio Caserta – “Mediterraneo Sicilia Europa. Un modello per l’unità europea” e ha fondato, con Maurizio Caserta ed Emma Averna, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.