Può apparire insignificante di fronte ai “grandi temi” della cronaca contemporanea: il papà di Di Maio e quello di Renzi, la fidanzata di Salvini, i viaggi di Di Battista…E invece, se a due passi dalle nostre case, si consente nell’indifferenza di chi dovrebbe curarlo, la Regione, sta per scomparire una specie millenaria, non capiamo che quello che stiamo distruggendo è il nostro specialissimo mondo nel quale a breve dovremo girare con le mascherine antigas…che cretini e quanto ci crediamo furbi e all’avanguardia! Ce ne parla l’etologo Giuseppe Siracusa, una delle nostre “voci della città” alle quali affidiamo il compito, difficile, di proporre riflessioni fuori dal mainstream della cronaca corrente che troppo spesso ci annoia e in molti casi serve ad altro, soprattutto a …distrarre …(PDR) 

Il Trentino e l’abete rosso….come Tunguska…

Calamità naturali (tempeste, eruzioni, frane, valanghe, inondazioni, ecc.) possono danneggiare gravemente gli ecosistemi.

Si è assistito di recente allo sventramento di estese foreste di abete rosso (Picea exelsa) ad opera di eccezionali eventi meteorici in Trentino.

Riprese aeree hanno mostrato scenari impressionanti che mi hanno fatto tornare in mente vecchie foto in bianco e nero che documentavano uno spettacolo simile: milioni di tronchi schiantati in Siberia in seguito alla collisione con la terra di un probabile meteorite nel 1908 (evento di Tunguska).

In entrambi i casi si è trattato di eventi naturali estremi sempre possibili sul nostro pianeta e non è possibile tirare in ballo responsabilità civili né penali.

La tendenza umana a controllare e manomettere tutto, ci porta tuttavia ad atteggiamenti interventistici talvolta non necessari. Così, da più parti, già dal giorno successivo al disastro, si è sollevata la questione relativa al recupero dei fondi per intervenire per riforestare.

Ripristino della foresta, destino dei tronchi schiantati

E’ bene tenere a mente che tutti gli ecosistemi, in condizioni di naturalità, sono autonomi, e perfettamente in grado di rigenerarsi: questa è la resilienza.

Aggiungerei che la morte ciascuna creatura, per altri è inaspettata occasione di vita e di riproduzione.

Esiste infatti una foltissima schiera di esseri viventi, i degradatori, che aspettano la morte di un individuo (a maggior ragione se si tratta di una foresta intera) per colonizzarlo o nutrirsene. Sono batteri, funghi e un esercito di animali spazzini senza i quali il nostro pianeta avrebbe accumulato carcasse su carcasse indecomposte. Grazie a costoro ogni singola molecola rientra nel “sistema” per essere riutilizzata. Nel giro di alcuni decenni dei maestosi tronchi non resterà traccia.

Gli individui vegetali superstiti, ai margini dello squarcio, spargeranno semi che daranno individui che non avranno da competere con esemplari adulti. Si avvicenderanno fasi apparentemente caotiche più o meno lunghe, via via maggiormente in equilibrio con le risorse ambientali, fino al reinsediarsi di quella vegetazione evoluta e stabile (climax) che era stata distrutta.

L’ampia ferita nella foresta si rimarginerà in tempi che non devono essere sottoposti alle impellenze delle nostre agende. Se vogliamo fare gli interessi esclusivamente della natura direi che non è necessario intervenire. Ritengo inoltre che debba essere valutata attentamente l’ipotesi di rimuovere i grossi fusti schiantati per usarne il legname. Questa distesa di tronchi potrebbe proteggere il suolo, privo della originaria copertura arborea, dalla forza trascinante delle acque meteoriche. Un potenziale dissesto idrogeologico potrebbe essere attenuato intanto che riappaia nuova copertura vegetale a proteggerlo.

L’ abete dei Nebrodi e la biodiversità

Sarebbe tutt’altra questione se a rischio non fosse la semplice continuità di un bosco ma la sopravvivenza di una specie.

Nel cuore della Sicilia, nel Parco delle Madonie, esiste un piccolo, anzi piccolissimo bosco, costituito da poche decini di abeti, circa trenta.

Sono abeti speciali, crescono esclusivamente in questo territorio, sono endemici della Sicilia e contano esclusivamente questi pochissimi individui.

La specie in questione è Abies nebrodensis, l’abete dei Nebrodi o delle Madonie.

Conifera probabilmente ben affermata in passato sulle alture della Sicilia settentrionale, poi ha subìto un declino sicuramente accelerato dal disboscamento per mano dell’uomo.

Adesso è una specie a rischio di estinzione, per fortuna sono in atto tanti progetti che provano a mantenere in vita quanti più esemplari possibili.

Un evento calamitoso potrebbe cancellare per sempre questo fragilissimo ecosistema con resilienza bassissima, quasi nulla.

In questo caso gli interventi di tutela sono non solo giustificati ma necessari perché questo ecosistema, sull’orlo della scomparsa, non è più in grado di rigenerarsi.

Ogni specie che scompare è un patrimonio genetico che si perde per sempre, è la perdita di un codice che contiene il segreto del successo del legame di quella specie a quel territorio.

Perdere quelle preziose informazioni è rischioso; lo è a prescindere da quanto siamo in grado al momento di trasformare questi dati in immediate strategie in campo di tutela ambientale.

Sappiamo che tutto quello che c’è da sapere è contenuto nel patrimonio genetico e nella vita relazionata all’ambiente di ogni singola specie.

E’ questa la biodiversità.


Giuseppe Siracusa è biologo, geobotanico e dottore di ricerca in scienze ambientali. Ha lavorato per l’Università degli studi di Catania ed è stato direttore di riserva naturale. Scrive di teatro. E’ pittore e fotografo.