La strada statale 417 che collega Catania a Gela è solo uno tra gli esempi possibili. Ma è significativo perché la merce esposta ai suoi bordi è a disposizione anche in pieno giorno. Ragazze in gran parte minorenni in hot pant, top aderente e capelli ricci vaporosi o raccolti in treccine, aspettano sedute su appoggi di fortuna o percorrono senza sosta quei quattro o cinque metri che fanno da limite alla loro postazione. Immancabilmente corredata da rifiuti di ogni sorta. Sono le nigeriane al lavoro.

La visione è surreale: è mai possibile che qualcuno mentalmente in salute possa approfittare di loro anche solo per qualche minuto? Domanda retorica: certo che è possibile, altrimenti non sarebbero lì.

Ma sarebbe meglio dire non sarebbero qui e in tutto il resto d’Europa. Perché esattamente come per ogni altra merce anche in questo caso la domanda crea l’offerta. È una domanda che sfrutta queste ragazze non è nemmeno paragonabile al sesso mercenario che esiste da sempre. Qui non c’è scambio consenziente tra colui che offre denaro e che fornisce un servizio, uno scambio moralmente opinabile ma non escludibile a priori. Qui ci sono solo violenza e rassegnazione su enorme scala. In una parola schiavitù. Come si fa, ripeto, come si fa signori uomini ad accettare uno scambio fisico di questo genere?

Eppure…

E’ questa una forma di schiavitù a cui nessuno sembra fare più caso, in Sicilia come in tutto il resto d’Europa, eppure i numeri che la descrivono sono sconcertanti, e sono numeri in aumento.

Ma andiamo con ordine. Dall’inizio del 2017 si registra un incremento degli arrivi di migranti provenienti da paesi dell’Africa occidentale a discapito di quelli provenienti dal Corno d’Africa (Somalia, Eritrea, Sudan). A partire dall’anno precedente la nazionalità con maggior numero di arrivi è stata la Nigeria, con un particolare aumento di donne e di minori. Rispetto al 2014 il numero delle donne provenienti da questo paese è aumentato del 600 per cento (da 1.500 nel 2014 a 11.000 nel 2016). Stando ai dati raccolti (OIM) l’80% di queste ragazze sono giunte in Europa con uno scopo ben preciso. C’è una rete internazionale africano-europea che le utilizza per lo sfruttamento sessuale.

L’età media rilevata è compresa tra i 13 e i 24 anni (ma dal 2016 la media è scesa ancora) e provengono per l’80% dello stato di Edo (la Nigeria è una confederazione) il restante 20% da Delta, Lagos, Ogun, Anambra e Imo che sono gli stati d’origine più citati dalle stesse. Il loro livello di istruzione è sempre basso e spesso si tratta di primogenite di famiglie numerose

Gli operatori presenti durante gli sbarchi raccontano che le vittime della tratta sono sempre ragazze timide e silenziose, talvolta controllate da altri migranti che rispondono per loro o si oppongono a un’intervista privata alla potenziale vittima. La relazione tra le vittime di tratta e i trafficanti da cui vengono manipolate 
è sempre potente e  il controllo che l’accompagnatore (la madame o il “boga”) ha sulle vittime non si nutre solo di violenza fisica, la superstizione è un altro strumento largamente utilizzato: in moltissime di queste ragazze  esiste la convinzione di non poter in alcun modo violare il giuramento che hanno sigillato con un rituale voodoo rito di iniziazione primitivo con cui la vittima si impegna ad onorare un accordo) tipico delle credenze religione juju 
di questa zona.

Ma a schiantare la volontà di queste ragazze interviene pure il senso di responsabilità nei confronti della famiglia di provenienza che comporta la paura di ritorsioni da parte dei trafficanti sui familiari nel paese d’origine. Sono in moltissime a confermare di non aver pagato nulla per i raggiungere l’Europa, perché qualcuno ha finanziato i loro spostamenti. Di cui difficilmente sono in grado di ricostruire con esattezza la traccia: di certo si sa che quando la durata è breve significa che l‘organizzazione di cui sono vittime è particolarmente efficiente. Come nel caso di qualsiasi altra merce, il capitale impegnato deve fruttare il più a lungo ma anche il più rapidamente possibile. Molto spesso le ragazze divengono vittime di violenza durante il viaggio (nei centri di detenzione libici lo stupro è all’ordine del giorno) o restano segnate da disturbi psicologici causati da altri forti traumi subiti.

Ma se ciò non è accaduto a Sud c’è sempre qualche disposto ad accelerare i tempi appena le ragazze hanno raggiunto la sponda Nord del Mediterraneo. Per essere ricollocate immediatamente dopo sulla S/S147 Catania-Gela, la SP 40 Melegnano-Binasco o a Barcellona, Madrid, Parigi o Berlino, Glasgow e Londra. Si calcola che siano oltre 100.000 le vittime di questo orribile traffico, solo in Europa.

 

 

 

 

 


Aldo Premoli, milanese di nascita, vive tra Catania, Milano, New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1980 e il 1982 collabora con le riviste “Belfagor” di Luigi Russo e “Alfabeta” di Nanni Balestrini. Nel 1984 cura l’edizione di “Moda e Musica nei costumi di Sylvano Bussotti”. Giornalista professionista, tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”, “Vogue Pelle” e “Vogue Tessuti”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione e trend forecasting ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post Italia” e Global “Risk Insight”, nel 2016 ha pubblicato – insieme all’economista Maurizio Caserta – “Mediterraneo Sicilia Europa. Un modello per l’unità europea” e ha fondato, con Maurizio Caserta ed Emma Averna, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.
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