L’assurda tragedia di Palermo, con un uomo che ne brucia a morte un altro per motivi di gelosia, ci richiama all’allarme per la barbarie in cui siamo precipitati, ma dai giovani si alzano voci di una speranza che nasce dall’impegno quotidiano: facciamogli largo.

È nelle piccole storie di periferia che spesso si trova la chiave di lettura del mondo.

Piccoli fatti di pezzi di città che in realtà nascondono i grandi drammi della società di oggi.

La sensibilità che nasce dalla prossimità con i poveri, praticata nella vita di tantissimi giovani in Sicilia, ci insegna a non lasciare cadere i segni che le città ci lasciano, nella banalità della quotidianità.

Siamo a Palermo, siamo nel 2017, anni di droni, robot, alta tecnologia, gli anni della morte dell’utopia, della dimissione del sogno, delle parole semplici e delle slide perché i “lunghi ragionamenti” sono demodè, gli anni dei giudizi tranchant.

Muore un povero, si chiama Marcello, un senza fissa dimora aiutato da anni dalle associazioni della città.

Muore bruciato, muore di delitto d’onore.

Ucciso da un altro siciliano.

Davanti ad un dramma simile che descrive bene quanto ancora siamo legati da antiche logiche si cerca in un primo momento il killer perfetto per innescare la catarsi forcaiola: “un nero!” “Degli sbandati”.

Un siciliano che uccide per gelosia sembra quasi troppo poco per gli aedi del giustizialismo.

Allora il giustizialismo di riserva va speso ed ecco subito il giudizio sui giovani: si parla di indifferenza dei giovani siciliani davanti ai drammi sociali.

Generazione perduta. Buoni a nulla.

Anche il termine neet delinea un giudizio sulla persona e non sulla società che il “neet” vive.

Il giustizialismo diventa faida generazionale dove invece di uccidere “l’ultimo assassino” si cerca di uccidere l’ultimo nato.

Attenzione perchè la faida diventa guerra ed una guerra generazionale dove sono gli adulti ad essere meglio armati crea più disastri di una guerra civile.

I giovani in Sicilia sono quelli che hanno pregato per la morte di freddo di Gindar e Salvatore senza fissa dimora di Messina amici dei giovani della Comunità, di Nunzio altro senza fissa dimora a Catania.

I giovani non si sono arresi davanti al dramma dei migranti ma continuano ad accogliere.

Sono quelli che da Catania, a spese loro, sono andati a Porto Empedocle a porgere un fiore sulle bare altrimenti spoglie di chi è annegato per la traversata.

Sono quelli che hanno abbracciato i profughi appena arrivati, con la salsedine e le ferite addosso, nel tempo in cui un adulto che si veste da giovane come Salvini ciarlava sulla scabbia.

I giovani sono quelli che lottano nei quartieri di mafia, che si commuovono per un bambino che settimana dopo settimana impara a leggere.

I giovani di questa generazione hanno semplicemente bisogno di qualcuno che gli dia il “permesso” di sognare.

Poi sanno sognare, eccome, il nostro sogno è come un tappo di spumante che finalmente viene aperto e ne esce festa, amore, voglia di restare in questa terra che sentiamo intessuta nel nostro cuore.

I giovani oggi pregheranno per Marcello a Palermo, lo ricorderanno, perchè questa piccola storia di periferia non si perda come ininfluente fatto di cronaca ma diventi un motivo per combattere contro una mentalità violenta, la mentalità del delitto d’onore che ancora non siamo riusciti ad eliminare.

Adulti!

Fate largo!

Abbiate un grande orecchio con cui ascoltarci, fidatevi, abbiamo voglia di cambiare, di restare, di investire sulla nostra Sicilia, sentiamo la nostalgia per la terra più dei brasiliani, e sentiamo il dolore dei poveri come insostenibile.

Forse i nostri sogni non sono i vostri, ma non è detto che non possiamo sognare insieme.

Iniziamolo a fare a partire dal ricordo di Marcello e dei tanti Marcello uccisi dalla violenza delle nostre città.


 Sebastian Intelisano,

classe 1989, si occupa di web e social media e dal 2006 è uno dei sempre più numerosi straordinari giovani attivisti della Comunità di Sant’Egidio