Pordenone, da 36 anni capitale nazionale (addirittura mondiale) del cinema muto, con le sue “Giornate” dedicate ai silent movies delle avventurose origini, ha rivolto quest’anno alla Sicilia un’attenzione particolare. E lo ha fatto in grande stile riesumando nella sezione “Canone rivisitato” due film di “matrice siciliana”: “L’emigrante” (1915), con il grande Ermete Zacconi e “Il Fauno” (1917), quest’ultimo a cent’anni dalla realizzazione, entrambi firmati dell’eclettico regista-sceneggiatore e soggettista messinese, di famiglia aristocratica, Alfredo Giovanni Leopoldo Rodriguez (in arte Febo Mari)

Mari vanta il primato d’essere stato il solo metteur en scène a dirigere Eleonora Duse in “Cenere” (1916), unica interpretazione cinematografica della grande attrice teatrale italiana, mentre emergono tra le sue più note apparizioni cinematografiche “Il fuoco” (1915), suo il soggetto e la sceneggiatura, che godette d’uno strepitoso successo di pubblico e fece assurgere la siciliana Pina Menichelli nell’empireo delle grandi dive) e “Tigre reale” (1916), tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Verga, ambedue diretti Giovanni Pastrone, regista del celeberrimo “Cabiria”, l’opera più nota di tutto il cinema muto italiano).

Fotografato da Giuseppe Vitrotti, <<Il Fauno>> è interpretato da Nietta (Antonietta) Mordeglia (<<Fede>>, già primattrice giovane della compagnia Galli e della compagnia Di Lorenzo), Elena Makowska (<<Femmina>>), Vasco Creti (<<Arte>>), Ernesto Vaser (il carrettiere), Fernando Ribacchi, Giuseppe Pierozzi (un giocatore). Nel cast anche il catanese Oreste Bilancia (Catania, 24 settembre 1881-Roma 31 ottobre 1945) – che  con i suoi oltre cento film interpretati a partire dal 1914 e fino al 1944, è in assoluto l’attore siciliano più presente nel cinema nazionale ed europeo – nei panni di <<Astuzia>>. Oreste Bilancia “con l’eterno monocolo nell’orbita…” , dal faccione simpatico e cordiale rappresenta l’idealtipo di comico vecchia maniera, dal gusto facile e plateale, amabile e fracassone. <<…. la sua fama di attore e la sua “comunicativa” durarono a lungo e costituirono uno dei fenomeni più singolari del cinema italiano del “muto” e del primo “sonoro” >> (cfr. “Filmlexicon degli autori e delle opere”, B&N, Roma, 1958), fama oggi purtroppo sprofondata nel più nero oblìo, del tutto rimossa  perfino nella città che gli ha dato i natali. Destino, purtroppo, comune a molti artisti.

Turbinosa la sinossi del “Fauno”: uno scultore che ha intagliato nel marmo la statua di un fauno lascia nel suo studio una sua amica (Fede). Costei si addormenta e sogna che la scultura si animi, s’innamori di lei e la porti con sé in un luogo primitivo. Svegliatasi, la donna apprende che la statua è stata venduta ad una principessa (Femmina), sicché tenterà inutilmente di appropriarsene…Ma è tutto un sogno e quando la donna si risveglia il fauno (simbolo d’amore incontaminato, destinato a soccombere) è lì sorridente.

Sempre di Mari nella stessa sezione è stato proiettato il drammatico <<L’emigrante>> (1915), triste storia d’un povero emigrante che dopo essere stato ingannato a seguito d’un incidente è costretto a riprendere la via di casa, dove troverà sconvolgenti mutamenti. Interpretato da Ermete Zacconi e la stessa Frascaroli, “L’emigrante” è purtroppo giunto fino a noi in versione gravemente incompleta, dei 1182 metri della versione originaria ne sono sopravvissuti solo 486. I due film (ovviamente in 35 mm.) provengono dal Museo Nazionale del Cinema di Torino.

Un programma sontuoso questo delle “Giornate”,  a tratti perfino cavillosamente filologico, che dal 30 settembre al 7 ottobre ha incollato i sempre più numerosi aficionados (anche giovani) alle poltrone del Teatro Verdi, passando dai sette film della prima parte di una retrospettiva scandinava, a quelli della Cineteca Italiana (tra cui “Il Fiacre n.13”, 1917, di Alberto Capozzi e Gero Zambuto); e ancora dai film di viaggio sovietici, con filmati di spedizioni etno-antropologiche in luoghi remoti abitati da minoranze linguistiche e vari gruppi etnici, a film muti giapponesi, ma distribuiti con colonna sonora postsincronizzata, alla Grande Guerra, fino a giungere alle “Origini del West”. Tre le opere scelte per omaggiare la polacca Barbara Apolonia Chałupiec (in arte Pola Negri), stella di prima grandezza del firmamento hollywoodiano qui agli inizi d’una strepitosa carriera, tra cui “Carmen” (1918) di Ernst Lubitsch.

Del grande regista-documentarista e produttore cinematografico milanese Luca Comerio le “Giornate” hanno poi proiettato ben 15 documentari, mentre dell’altro grande documentarista Roberto Omegna è  passata una antologia di filmati neuropatologici.

Cinque programmi ha mostrato la sezione “Nasty women”, le irrefrenabili signore spregiudicate della commedia americana degli anni 10. L’espressione “nasty women” nasce dallo spregevole fiotto di rabbia di Trump avverso Hillary Clinton durante la campagna elettorale (“such a nasty woman”, ossia “che donna odiosa”) che da allora è diventato un hashatg virale su Twitter, vero e proprio simbolo di rivendicazione femminista.

Il celebre “The Crow” (“La folla”, 1928), capolavoro di King Vidor, è stato scelto come evento di apertura, con esecuzione dal vivo dell’Orchestra San Marco di Pordenone, diretta da Carl Davis. Di grande interesse sono apparsi l’americano “A fool there was” (1915) di Frank Powel, protagonista la vamp Theda Bara, la donna-vampiro  (da cui deriva il termine “vamp”) e il fantascientifico russo “Aelita, regina di Marte” (1924) regia di Jacov Protazanov.

Dunque, donne e ancora donne, senza esclusione delle italiane Anna Fougez (al secolo Maria Annina Pappacena), la sciantosa per antonomasia, protagonista dell’unico film ritrovato (e da lei stessa scritto), “Fiore selvaggio” (1921) regia di Gustavo Serena, quindi Leda Gys interprete di “Trappola” (1922) di Eugenio Perego e Gigetta Morano  (“Il Fiacre n. 13”).

Altro capolavoro, per quanto poco riproposto e qui fortunatamente ripreso, è il pacifista, antibellicista e umanissimo inglese “Dawn” (1928) di Herbert Wilcox (storia dell’infermiera britannica Edith Cavell, fucilata dai tedeschi all’alba del 12 ottobre 1915 a Bruxselles); due i film antibolescevichi di provenienza USA, da sempre ossessionati dal “pericolo rosso”. Altri programmi sono stati “Victorian Cinema”, “Tableaux Vivants” e la sezione “Riscoperte e restauri”, dove sono stati proiettati, tra gli altri, circa venti minuti dell’americano, ritrovato al Narodni Filmovy Archiv di Praga,  “Now we are in the air” (“Aviatori per forza”, 1927) di Frank R. Stayer, con la celeberrima Louise Brooks (una delle dive più amate e icona del cinema muto, allora all’apice della carriera).

Evento di chiusura “The student price in old Heidelberg” (“Il principe studente”, 1927) di Ernest Lubitsch, esecuzione dal vivo dell’Orchestra San Marco di Pordenone diretta Mark Fitz-Gerard. Omaggio a Buster Keaton con il film “The busche boy” (1917). Ottime, come sempre, le performaces pianistiche e dei vari musicisti che hanno superato la terribilità dell’immagine muta con composizioni originali, decuplicando con l’indispensabile supporto sonoro l’emotività e la commozione umana (ed estetica).

Le “Giornate” sono organizzate dalla Cineteca del Friuli (diretta da Livio Jacob, 18mila titoli in pellicola,  30mila in vari formati ed una biblioteca specializzata ricca di oltre 25mila volumi e centinaia di riviste). Sostegni vari, sponsor privati e collaborazioni, risultano tuttavia drammaticamente insufficienti a reggere finanziariamente un Festival che ha visto progressivamente e pericolosamente ridurre i contributi (nel clima di generale riflusso della cultura in Italia), al punto da metterne a rischio perfino la sopravvivenza.