Estorsioni, ricatti, connivenza ma anche giornalisti dalla schiena dritta, precari dell’informazione che rischiano la vita per pochi euro. “Catania Bene” il libro-evento di Sebastiano Ardita, presentato nella sede di Città Insieme e moderato da Antonio Condorelli, è stato il punto di partenza per una riflessione autocritica sullo stato della stampa catanese e sulla sua attitudine ad adulare il potere. Qualunque esso sia

Qualche voce critica ha accusato l’opera di Sebastiano Ardita di essere eccessivamente schiacciata sul passato e di non toccare, se non di sbieco, gli attuali assetti di potere che mettono in relazione la criminalità organizzata con le istituzioni catanesi. Quest’analisi però, se non accompagnata da una attenta lettura delle storie che il magistrato catanese rievoca con dovizia di particolari, rischia di risultare priva di fondamento per almeno due motivi. 

Il primo, quello fondamentale, è che il libro si inserisce perfettamente nel solco narrativo – e perché no, giornalistico – aperto da Pippo Fava, continuato dal figlio Claudio e dai “ragazzi” ormai non più ragazzi de I Siciliani, e che Ardita utilizza apertamente come repertorio di riferimento per la sua analisi. Un lavoro che, come quello del “Direttore”, mette insieme i pezzi di un puzzle a volte troppo complesso e frastagliato e lo organizza organicamente rendendolo sistema. Unisce i fatti del tempo, raccontati con la velocità della cronaca quotidiana, ponendoli all’interno di una stessa linea di continuità che descrive di fatto il profilo mostruoso dell’identità tra Cosa Nostra catanese e la buona borghesia cittadina. 

Il secondo, non meno importante, è che l’autore del saggio non è un giornalista ma bensì un magistrato di livello che ha lavorato e lavora in prima linea all’interno di delicate indagini che puntano al cuore delle organizzazioni mafiose. Senza considerare il fatto che, tutti i fatti raccontati da Ardita, proprio per l’egemonia ormai endemica del clan Santapaola-Ercolano sul territorio catanese, non possono che avere ripercussioni sull’analisi dello scenario mafioso attuale e dei suoi rapporti con la Catania “pulita”. 

Proprio il valore giornalistico del libro e la presentazione del primo rapporto della Commissione Nazionale Antimafia sull’Informazione da parte del Vicepresidente della Commissione Claudio Fava, hanno permesso agli ospiti dell’evento organizzato da Città Insieme di riflettere in modo autocritico sugli eventi che dagli anni raccontati da Ardita portano sino alla Catania di oggi. Una città che, come in un incubo dal quale non ci si riesce a svegliare, è governata esattamente dagli stessi assetti di potere di trent’anni fa: a partire da Mario Ciancio, il dominus dell’informazione ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. 

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La storia di Ercolano che va nell’ufficio di Mario Cianco e sbatte la scarpa sulla sua scrivania per essere stato indicato come rappresentante di una famiglia mafiosa l’abbiamo scritta e l’abbiamo denunciata – afferma Claudio Fava – L’ha fatto Walter Rizzo, e cos’ha fatto l’Ordine dei Giornalisti? Ha convocato Walter chiedendo conto e ragione di questo articolo. Ma perché non han chiamato chi ha organizzato questo teatrino? Quante volte queste cose le abbiamo apprese e le abbiamo messe da parte? Quel patto di impunità di reciproca protezione in cui Santapaola non c’entra più, che riguardava l’economia, la politica, è rimasto sotto il nostro sguardo ma non sempre sotto la nostra capacità di reazione. E oggi a conclusione di questo quarto di secolo queste vicende trascurate, finalmente vengono recuperate alla nostra memoria grazie all’attività di qualche magistrato”.  

Il rapporto malato tra stampa e criminalità si sostanzia secondo Fava anche nell’aver presentato alcuni personaggi contigui alle famiglie mafiose come onesti imprenditori, dedicando a questi anche prime pagine di famosi settimanali. 

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Ma non è solo un problema di sostegno o supporto diretto alla criminalità, il morbo che afflige l’informazione nostrana è soprattutto costituito dai silenzi. Troppi, anche secondo il magistrato Sebastiano Ardita che sottolinea come, ad esempio, si parli sempre meno della grave minaccia che incombe sul giudice palermitano Nino Di Matteo. Intervistato, infine l’Onorevole Claudio Fava ha spiegato i dettagli del rapporto sull’informazione ed ha parlato della posizione della Commissione sullo scandalo della gestione dei beni confiscati. 

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