Durante il dibattito organizzato per ricordare la morte di Giuseppe Fava, il procuratore aggiunto di Messina Sebastiano Ardita ha indicato il modello catanese come “vincente” nella storia della mafia. Come nella Catania di Pippo Fava, mafia, imprenditoria ed istituzioni sono oggi un’unica realtà intrecciata

La mafia comanda (ancora) a Catania? questo il nome dell’incontro moderato da Antonio Condorelli a cui hanno partecipato Claudio Fava, Lirio Abbate, Rosy Bindi e Sebastiano Ardita. Prendendo spunto dal celebre libro di Claudio Fava, in cui si raccontano i motivi che hanno portato all’uccisione del padre Pippo, il procuratore aggiunto Ardita ha provato a rispondere a questa domanda. Una domanda certamente dolorosa da porre, soprattutto nel giorno in cui si ricorda la morte di quello che ormai è un pilastro del giornalismo d’inchiesta catanese, ma alla quale il magistrato non sfugge parlando della trasformazione della mafia.

La mafia catanese è sempre stata certamente la più pericolosa, la più violenta – racconta Ardita – il modello iniziato da Calderone è lo stesso che ha “ereditato” successivamente Santapaola.Le stesse alleanze con i vertici delle istituzioni, le stesse modalità attuative, gli stessi rapporti. Santapaola però si spinge oltre, alleandosi sia con i vertici della mafia palermitana, i Corleonesi ormai potentissimi, sia con i vertici dello Stato, delle istituzioni e dell’imprenditoria catanese“. 

In cosa consiste il cosiddetto “modello catanese”, lo spiega bene il magistrato messinese, quando descrive i rapporti di prossimità tra impresa, istituzioni politiche, istituzioni religiose e la criminalità organizzata.

Il modo di intendere la mafia che stringe accordi con i settori “sani” della società è tipicamente catanese ed è stato esportato poi come modello vincente da tutti i soggetti che operano a livello territoriale come criminalità organizzata. Il gruppo Provenzano, ad esempio, prende esempio dal modello catanese”. 

Un sistema velenoso, un cancro, una vera e propria “piovra” che infetta tutti i settori che vengono toccati dai suoi tentacoli. “Il sistema era ormai unico – conclude il magistrato – Qualcuno chiese ai Santapaola di eliminare Pippo Fava. Era tutto controllato, molte istituzioni, la politica, l’impresa. Rimaneva soltanto il tessuto sano di Pippo Fava. Per questo è stato eliminato“. 

Il problema è quindi prima di tutto politico, civile e culturale. Come ribadiscono tutti i partecipanti all’incontro, una propensione alla corruzione ed alla genuflessione nei confronti dei sistemi criminali.

Sottolinea Claudio Fava: “Non è un caso se in questa città i nomi delle famiglie mafiose egemoni sono sempre gli stessi da trent’anni. Il potere mafioso si è cementificato in un sistema di connivenze. Angelo Ercolano veniva utilizzato sino a qualche anno fa come esempio di buona imprenditoria nel settore dei trasporti. L’aver inserito questi nomi nella white list oggi è l’esito di un’antica abitudine secondo la quale si deve seguire l’esito di un processo penale prima che il buon senso”. 

Un sistema di potere ben preciso che oltrepassa i confini siciliani ed arriva ad intaccare tutto il territorio nazionale. Ma, per concludere, il vettore di questo movimento di collusione non va più soltanto dal “basso” verso “l’alto” di questo paese, ma si intreccia in rapporti collaterali tra criminalità di ogni regione. E’ questo il caso di Mafia Capitale. Come spiega Lirio Abbate: “Roma Capitale è una nuova mafia che non controlla il territorio ma che mette le mani sui grandi affari che dalla capitale arrivano a Catania tramite la politica”. 

Abbate conclude con un appello, al quale ci sentiamo di unirci: “Tocca a noi porre fine a questo sistema, facciamoci un esame di coscienza e capiamo cosa possiamo fare senza aspettare per forza l’intervento della magistratura”.