E’ Rosario Di Perna, già condannato per altri reati, l’imprenditore agricolo che aveva costituito un’associazione, operante a Paternò e in Romania, preordinata al reclutamento di manodopera rumena per l’impiego nelle campagne paternesi in assenza delle garanzie minime di tutela spettanti ai lavoratori, secondo le forme e modalità del cd. caporalato. L’imprenditore avrebbe anche minacciato e pagato solo 25 euro al giorno i lavoratori dell’est europeo, per un’attività massacrante di parecchie ore, riuscendo ad accumulare per sé un patrimonio ingente 

Per questo dalle prime ore del mattino è in corso, da parte degli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Catania, diretta dal 1° Dirigente della Polizia di Stato, Renato Panvino, l’esecuzione di un decreto di sequestro di beni, emesso dal Tribunale – Sezione Misure di Prevenzione – di Catania, su proposta del Direttore della D.I.A., Nunzio Antonio Ferla. Il patrimonio sequestrato comprende un’impresa individuale ed una società operanti nel settore agricolo, rapporti bancari, numerosissimi immobili ubicati tra la provincia di Catania e Messina e una decina di automezzi, per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro.

Rosario Di perna

Tra i beni sequestrati la ditta Difruit di Paternò, dedita al commercio all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli, la ditta intestata al figlio Calogero Di Perna operante del settore delle colture agrumicole, 20 fabbricati, 48 appezzamenti di terreno per un totale di 50 ettari tra in comuni di Paternò, Belpasso, Biancavilla, RAmacca, Floresta e Patti, otto automezzi e vari rapporti bancari in corso di quantificazione.

I lavoratori tutti di nazionalità rumena, tra cui anche alcune donne, venivano sfruttati e fatti vivere in modo disumano, all’interno di container in lamiera e fatiscenti, senza servizi igienici e decurtando dalla paga giornaliera, già di per sè misera, anche le spese per i beni di prima necessità, senza alcuna pietà.

I braccianti, circa una trentina, venivano reclutati e gestiti da connazionali con la promessa di un buon lavoro che consentisse loro di mantenere le famiglie. In realtà, erano poi costretti a sostenere turni lavorativi massacranti anche di 12 o 15 ore al giorno.

Grandissima soddisfazione espressa dal Direttore della DIA Panvino: “Finalmente con la nuova norma del 2016 è possibile sequestrare i beni ai “caporali” e confiscarli dopo una condanna in I grado. Abbiamo bloccato un’organizzazione criminale senza scrupoli, che si approfittava di povera gente, capeggiata da chi aveva negli anni truffato l’INPS, per circa 3 miliardi di vecchie lire, passando a setaccio conti correnti bancari, bilanci e società, per un’indagine durata 1 anno, su un periodo ventennale”.