Abbiamo chiesto a Fabio Perna, appassionato melomane che gira il mondo in cerca dei timbri più emozionanti, di andare a vedere per noi la “prima mondiale” de La Capinera prodotta dal Teatro Massimo Bellini di Catania con grande battage pubblicitario e notevole enfasi per la presenza di firme prestigiose: Gianni Bella, Mogol, Dante Ferretti. Ma neanche queste presenze stellari sono riuscite a scaldare un Teatro ormai troppo stanco e che ha bisogno di un deciso cambio di passo. Per conto nostro abbiamo ricevuto più di una segnalazione su una sala con troppe poltrone vuote e parecchie lamentele. Pare sia stato un flop la prova generale con biglietti a 20 euro. Aspettiamo che vengano pubblicati i borderò per valutare meglio. Ma intanto, a Fabio Perna è piaciuta?

È sempre emozionante aspettare l’apertura del sipario del Bellini. Che Teatro stupendo.

Se poi è la Prima di una Prima, l’attesa è più golosa!

È la Prima de “La Capinera”.

Melodramma moderno, così recita la locandina, in due atti da Giovanni Verga. Libretto di Giuseppe Fulcheri, liriche di Mogol (propio Lui) su musiche di Gianni Bella (propio Lui).

Mi siedo e mi guardo attorno, la sala si va riempiendo di amateurs, di Sindaci vecchi e nuovi, di Rettori di Università, di spettatori insomma.

Serata in tiro e tutta catanese!!!

Giovanni Verga come nume ispirativo e Gianni Bella a musicare.

Wow!

Certo mi frulla in mente un dubbio: che si avranno da dire? Qui. In un tempio dell’opera?

La Materia verghiana non è nuova a questo mondo.”Cavalleria rusticana” è melodramma conosciutissimo e classicissimo. “Storia di una capinera”, oltre che conosciuto, bel soggetto lo è.

Giuseppe Fulcheri e Geoff Westley (orchestratore ed arrangiatore) hanno esperienze nel musical. Che è già qualcosa.

Ma l’ottimo Bella?

E Mogol?

L’Opera è altro, rimugino.

Se devo dirla tutta poi, la cosa che più mi insospettisce è la definizione di “melodramma moderno”.

Definizione assai enfatizzata dagli autori. Perchè non è un musical, per carità!!! Si inaugura un nuovo e virgineo genere. Così ci salviamo dai paragoni? Avaia, ora basta! Non sono certo il pio difensore di un tempio diroccato. Si comincia.

Catania. Mercato pieno di gente, musica arabeggiante (perchè?).

Arriva il Colera in persona (Carlo Malinverno) che, spietato e mortale com’è, spaventa tutti. Più per l’aspetto che per il canto che quasi non si sente.

Andrà meglio nel secondo atto.

Scappano tutti da Catania morente.

Persino le novizie di un convento, candidate alla clausura, raggiungono le loro famiglie in campagna.

Maria (Cristina Baggio), orfana di mammà, è una di queste. Rivede il padre (Francesco Verna), vecchio e rimaritato, ormai da donna fatta. E questi si pente di non averla recuperata prima. Come una Heidi trecastagnese, Maria, inconsapevole della sua sensualità, “non fa altro che correre nei campi, raccogliere i fiorellini e ascoltare il canto degli uccellini”. Le caprette non sono previste.

Intorno a lei però ne succedono di tutti i colori.

Nino (Andrea Giovannini), il fidanzato della sorellastra, si innamora perdutamente di Maria sino a dichiararsi durante una processione religiosa (della Madonna? di Sant’Agata? Bhò…di Mariagata dai!). Le ire funeste della sorellastra(Sabrina Messina) e della Matrigna (Sonia Fortunato) si abbattono sulla ragazza e, alla prima occasione, la rispediscono in convento. Non prima di ricoprirla di improperi e averle fatto venire un container di sensi di colpa. Non solo, ma i due fidanzati si sposano nella chiesa dove è rinchiusa la povera Maria.

E il Colera? Non vi dico… Sta lì a lamentarsi, a torcersi, che non voleva essere così cattivo, che forse non l’hanno capito, che è pentito e che non vuole morire. Però muore e non gliene frega nulla a nessuno. Mai vista una malattia infettiva col rimorso. E Maria? Finalmente, dopo mezz’ora di pentimenti, rimpianti (per Nino) e un monologo con una suora pazza, subito dopo aver preso i voti, muore. Povera Maria!

Non so se abbiamo assistito ad un nuovo genere teatrale.

La cosa che ha funzionato di più in questo spettacolo? La regia di Dante Ferretti, coadiuvato assai validamente da Marina Bianchi. La scenografia, fatta di pannelli e grandi teloni dipinti, ha reso bene lo spazio in cui si svolgeva l’azione. Anche affiancare ai personaggi cantanti degli alter ego danzanti mi è sembrata una bella trovata.

Ma è stato assai difficile, per la regia da sola, tenere insieme lo spettacolo.

Infatti, pur con melodie spesso bellissime e struggenti (un plauso a Gianni Bella!!!), la musica non mi è sembrata in grado di dare unità alla narrazione.

Zoppicante e spesso imbarazzante mi è apparso il testo.

Un esempio? “Povera sorella che non si lamenta, che non commenta. Che seppure ha fretta è sempre lenta. Tranquilla come un’anatra, una polenta”.

E via cantando.

Menzione a parte merita l’orchestra del Teatro Bellini, ottimamente diretta da Leonardo Catalanotto.

In scena sino al 18 Dicembre