I due deputati nazionali protagonisti della nostra rubrica settimanale, Giuseppe Berretta del PD e Basilio Catanoso di Forza Italia, offrono ai lettori di Sudpress il loro punto di vista circa l’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna


image
Il giudizio del popolo è sempre sacro: siamo in democrazia. O no??  Per me è legittimo che i cittadini del Regno Unito abbiano scelto di uscire fuori dall’Unione Europea attraverso lo strumento referendario. Sono convinto che non si tratti affatto, né per loro né per chi rimane a fare parte dell’Unione Europea, di una “tragedia” così come i media, spinti da chiari condizionamenti dei cosiddetti poteri forti e da interessi economi planetari, hanno cercato di far credere sin dall’inizio. Peraltro alla Gran Bretagna era stato per giunta consentito uno status particolare (senza reali giustificazioni) che metteva quella nazione in una posizione di chiaro, seppure incomprensibile, privilegio.

Nel giorno del Brexit sarebbe un errore imperdonabile, antistorico e impolitico, pensare di poter ridurre tutto ancora una volta a una mera analisi economica o a posizioni paraideologiche, in una direzione o nell’altra. E, sia chiaro, personalmente sono convinto che l’Italia debba restare nell’Unione per migliorarla e per averne dei benefici ma, tutto questo, sino a quando ci converrà. Fermo restando il rispetto dei nostri interessi e dell’identità del nostro popolo.

Ormai credo appaia chiaro ai più che l’Europa Unita, così com’è, non è sempre gradita ai cittadini. Spero che questo “stop”, dovuto all’uscita della Gran Bretagna – purtroppo senza alcun mea culpa da parte dei sostenitori senza se e senza ma dell’attuale modello di Ue – possa servire a fare esperienza e a modificare l’atteggiamento dei vertici europei e della burocrazia di Bruxelles verso il rispetto dei legittimi interessi, delle tradizioni e delle identità delle varie nazioni.

L’Unione, secondo noi, ha senso da sempre e non da quando vanno di moda i cosiddetti “populismi”, solo se si sostiene l’idea forte di una “Europa dei Popoli” formata da nazioni sovrane che costruiscono in armonia anche la politica estera comune e l’unione delle forze militari e di difesa, e non, invece, l’attuale Europa economica e delle “banche”.
Già alcuni decenni fa si vide giusto a Destra nel sognare una Europa “libera e indipendente”, proiettata nella creazione di una vera unica comunità costruita su un denominatore comune, fatto di idee, di filosofie, di tradizioni e di progetti.

Oggi l’Unione Europea va ripensata da capo adottando la visione su esposta, l’unica possibile per rispettare i cittadini di questo continente e, soprattutto, quelli dell’aerea Mediterranea fin troppo snobbati da una “certa nomenclatura di Bruxelles” (quella degli accordi voluti e votati dal centrosinistra renziano contro gli agricoltori italiani sull’olio d’oliva, quella della regole sulla pesca create contro i pescatori mediterranei secondo una logica tutta nordista etc) non a caso palesemente allergica all’esercizio democratico del voto. C’è la possibilità di ripartire facendo tesoro degli errori passati e seguendo la stella polare degli interessi dei vari popoli, delle Nazioni che oggi costituiscono l’Europa. Speriamo che adesso si capisca che è necessario farlo subito.

Basilio Catanoso  – deputato nazionale Forza Italia

 

berretta1La scelta della Gran Bretagna di lasciare l’Unione Europea é certamente una brutta notizia, ma non può e non deve arrestare il processo – nato col Manifesto di Ventotene – che ha come obiettivo la costituzione degli Stati Uniti d’Europa. 

Certo la Brexit suscita rammarico (nonostante questa decisione venga da un Paese da sempre euroscettico), in particolar modo per i cittadini che hanno votato per il “remain” e anche per chi si é già pentito di quella scelta o lo farà presto. Perché le conseguenze negative ci saranno, ci sono già, a partire dalle restrizioni della libera circolazione di persone, merci, investimenti industriali e finanziari. Ma la scelta è fatta. La volontà popolare si rispetta, ha poco senso pertanto parlare di altre vie d’uscita: si presterebbe ancora una volta il fianco alla rabbia di chi vede nell’Ue un apparato burocratico lontano dai cittadini.  

Oggi l’Unione Europea ha questo e altri difetti, ma prima è utile ricordare i tanti vantaggi che ha portato alla nostra vita. Le attuali generazioni, soprattutto i più giovani, danno per scontati elementi che invece sono stati una conquista storica: da 70 anni in Europa non ci sono guerre e questa non è mai stata una cosa scontata. Abbiamo vissuto decenni di prosperità e benessere, in cui si è affermato il sistema socio-economico più avanzato e equo al mondo: l’economia sociale di mercato fondata sul welfare. La libera circolazione delle persone è uno straordinario patrimonio grazie al quale si sono mescolate culture, tradizioni, lingue, conoscenza. In fondo, anche se non tutti lo dicono e ne sono coscienti, ci sentiamo cittadini europei, avvertiamo questo status di libertà. 

Anche in Italia l’euro scetticismo conquista consenso. Ma non ha senso prefigurare una presunta rivalsa nazionale, fuori dalla Ue: nell’era globale né il nostro né altri Paesi europei possono competere con le sfide del terzo millennio; sono le sfide economiche, produttive, quelle legate alla democrazia, all’affermazione dei diritti umani e della pace. Inoltre dovremmo ricordarci che nell’Euro noi siamo entrati in ginocchio, piegati da un debito pubblico che era cresciuto in modo esponenziale: l’Euro ha garantito il nostro enorme debito e ci ha fatto pagare tassi d’interesse molto bassi. Ancora oggi è così. Con la Lira saremmo andati a gambe all’aria. L’ingresso della moneta unica doveva essere gestito meglio dal governo Berlusconi, ma ci ha dato stabilità.

Di contro, l’Unione è giustamente avvertita come distante, poco democratica, troppo burocratica. Le grandi decisioni vengono prese secondo il metodo intergovernativo: i capi di Stato e di Governo decidono con trattative, scontri, mediazioni al ribasso, in cui i Paesi hanno un peso diverso tra loro.

La teoria funzionalista, secondo cui la cooperazione tra gli Stati membri deve essere limitata a settori determinati e a obiettivi precisi, non é più adeguata. Serve un grande slancio di integrazione politica, macroeconomica, fiscale, di politica estera e di sicurezza comune; dobbiamo costruire una vera solidarietà europea per contrastare la povertà dei nostri cittadini e per gestire l’emergenza migranti; l’Europa deve lanciare vigorose politiche di sviluppo per dare lavoro e benessere ai suoi abitanti. 

È forse il momento di decidere che la Ue si concentri meno sugli aspetti di dettaglio delle attività economiche e più sui grandi indirizzi che determinano il destino di tutti per molti anni.

Non deve più essere un tabù l’Europa a due velocità: chi ha più coraggio e visione deve procedere con nuovi obiettivi di integrazione. I Paesi dell’area Euro hanno il dovere di prendere questa strada, lo consente anche il Trattato di Lisbona. Dopo, gli altri Paesi potranno sempre unirsi.

Come diceva il filosofo francese Ernest Renan: “Non sono i confini, l’eredità storica o il territorio a fare le nazioni, ma uno sguardo comune verso il futuro”. L’Europa deve diventare uno stato federale, gradualmente, ma con decisione. Ci servono un Parlamento europeo con pieni poteri, una Commissione che sia un governo forte, legittimato dai cittadini. 

In Italia gli unici ad avere una visione per il futuro, che non insegue ricette apparentemente facili ma in realtà suicide, siamo noi del Pd. Vogliamo cambiarla questa Europa, non certo conservarla. Ma per darle un orizzonte ricco di integrazione, non per ricacciare tutti nei nazionalismi di nani politici e economici. La Lega di Salvini e il M5S cavalcano tutte le pulsioni peggiori. Il centrodestra moderato, nella sua debolezza, ha spesso sostenuto posizioni scettiche e prive di un progetto. I fedelissimi di Grillo poi devono destreggiarsi sulle montagne russe delle posizioni del Movimento: euroscettici oltranzisti, europeisti improvvisati, propugnatori dell’uscita dall’Euro ma non dalla Ue. Le posizioni le hanno snocciolate tutte! Il 10 maggio 2012 Grillo sosteneva che l’uscita dall’Euro non poteva essere un tabù. Il 22 settembre correggeva il tiro: “non ho mai detto via dall’Euro, ho chiesto un referendum”. Il 23 maggio 2013 il referendum diventava doppio: per la moneta unica ma anche per la permanenza nell’Unione. Ma il 18 dicembre 2014 tornavano le certezze: “l’Italia deve uscire dall’Euro prima che sia troppo tardi”. Come strategia di governo niente male.

Gli autori del Manifesto di Ventotene furono, anche in questo, profetici, anticipando le divisioni, oggi sempre più marcate, tra europeisti e anti-europeisti. Scrissero: “La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Io sono, da sempre, convintamente progressista. Io voglio battermi per un’Europa democratica e solidale. Molte volte abbiamo trovato nelle difficoltà energie nuove per un rilancio: anche la Brexit può essere occasione per migliorare l’Unione europea, mettendo in pratica quella vera unità internazionale di cui oggi abbiamo più che mai bisogno.

 Giuseppe Berretta – deputato nazionale Partito democratico