Da qualche tempo, dalla direzione di Tommaso Cerno direi e poi adesso con Marco Damilano, il settimanale del gruppo che edita anche La Repubblica è tornato ad essere davvero interessante, un piacere leggerne gli articoli che offrono analisi del contemporaneo approfondite e mai banali, al di là delle opinioni. Nel numero per gran parte dedicato al cataclisma elettorale che ha attonìto l’Italia, mi sono imbattuto, nelle pagine della Cultura, in un dibattito che vede la scrittrice catanese Elvira Seminara protagonista di una “polemica alta”, cui stanno partecipando altri autorevoli autori, con al centro l’importanza ed il futuro del “linguaggio letterario”. Non è dibattito per intellettuali annoiati, quanto occasione per riflettere sul rischio che l’adeguamento del linguaggio, il suo impoverimento, imposto dalla “frenesia tecnologica”, produca in realtà un proporzionale decadimento della nostra capacità di elaborare una Realtà che diviene sempre più complessa e che richiede per affrontarla il massimo della raffinatezza intellettuale e culturale, non certo la brutalità del whatsapper

Il dibattito è aperto da tempo, sul futuro della carta stampata, dei giornali, addirittura dei libri: ormai tutto è digitale e persino il Linguaggio rischia di rimanerne irrimediabilmente travolto, con conseguenze inimmaginabili.

Perché è proprio il Linguaggio che definisce più di ogni altro aspetto l’essere umano. Ogni singola persona.

L’informazione viaggia in nanosecondi, ti raggiunge ovunque, anche quando non vorresti.

Siamo giunti alle soglie di una terza guerra mondiale scatenata via Twitter da un paio di dementi al governo di potenze nucleari: in poche rozze battute il futuro di un pianeta.

E la “Velocità“, l’ultimo mito della modernità, divora tutto senza lasciarti nemmeno il gusto di rassettare le scorie dei tuoi pensieri: non te ne da il tempo, nessuna possibilità di recuperare nei cassetti della memoria spunti per un futuro sempre più affollato di appuntamenti già presi e subito dimenticati: un caos frenetico.

L’esigenza, sociologicamente e persino socialmente corretta, di essere letti e possibilmente compresi dal più alto numero di lettori possibile viene risolta con il ricorso ad un linguaggio che tende alla semplificazione estrema, ai limiti della sciatteria.

Quando si ha un dubbio, nella scelta di un sinonimo si attinge, piuttosto che al raffinato Sabatini Coletti o magari al più noto Devoto Oli, al “Vocabolario di Base” di Tullio De Mauro, il più grande linguista italiano di tutti i tempi che individuò i 2.600 vocaboli di maggiore comprensione.

Una selezione selvaggia, una semplificazione belluina di una capacità espressiva che alla fine produce e denuncia un’ altrettanto barbara attitudine a comportarsi nel proprio contesto sociale: volgarmente, violentemente, irresponsabilmente.

La padronanza, e di conseguenza l’uso, di strumenti culturali quali il Linguaggio non è quindi vezzo benestante di chi non ha pensieri di sopravvivenza quotidiana, al contrario è occasione di elaborazione e risposta proprio alle nostre urgenze: parlando(ci) meglio, con maggiore ricercatezza e attenzione, è molto più probabile riuscire a trovare il bandolo di matasse che si intricano nella volgarità di vite senza altra direzione che quella delle bollette da pagare invidiando, e magari odiando, quelli che ce la fanno.

Digressione per tornare al piacere provato, con la corrispondente necessità di condividerlo, nella lettura di questi interventi su L’Espresso dell’autrice de “L’indecenza”, il primo romanzo di Elvira Seminara che sin dal primo rigo le presentò la necessità di difendere il suo linguaggio, e quindi se stessa, il suo Essere.

Elvira Seminara

Quel libro si apre con la frase: “Non si era mai visto, a casa mia, un autunno così smodato”.

L’editor assegnato da Mondadori, racconta Seminara su L’Espresso: “mi chiese di sostituire l’aggettivo smodato, effettivamente mai associato ad una stagione, con particolare. L’incipit sarebbe stato dunque Non si era mai visto a casa mia un autunno così particolare, francamente grossolano e per me inaccettabile. Smodato rendeva esattamente la mia idea di un autunno irregolare, imprevisto, perturbato, e direi sgraziato nelle sue esternazioni. Concetti peraltro manifesti nelle due pagine successive. Non avevo proprio intenzione di correggerlo.”

In questo aneddoto tutto il valore di uno scontro epocale, e forse definitivo, tra la pretesa commerciale di consumare anche il Pensiero e la necessità vitale di preservarne lo Spazio.

Nella difesa di Seminara di quel suo inusuale, creativo, personalissimo “smodato”, il senso dell’originalità di ciascuno che attraverso il proprio linguaggio segna il passaggio su questa terra, afferma il proprio proprio essere unico ed attraverso l’elaborazione di fonemi e persino punteggiature, afferma il suo ruolo e ne elabora la realtà.

Una Realtà, quella contemporanea, che ha più che mai bisogno di eleganza e raffinatezza per interpretare ed affrontare l’orrore e la violenza di questi tempi.

Viva la Letteratura ed i suoi Libri.

Viva il Linguaggio che non si arrende a Whatsapp.

E neanche a Twitter.


(PS: in terza riga, quell”attonìto” non esiste: l’aggettivo attònito trasformato in complemento verbale non si trova sui dizionari, ma mi è parso renda l’idea, smodatamente… per esempio.)

(PS2: nono capoverso “un’altrettanto barbara attitudine”, l’un va apostrofato o no? È dibattuto, in genere gli avverbi non si apostrofano, ma in questo caso il sostantivo a sostegno è “barbara“, femminile, quindi quell’un sta per una e va accentato…per esempio.)

(PS3: e il punto, va dentro o fuori la parentesi?)