A quasi quattro anni dal suo insediamento il Sindaco di Catania dà conto ufficialmente dell’attività svolta. Si descrive una città felice, tecnologicamente avanzata, in piena occupazione, con istituzioni solide, culturalmente vivace, esempio di tutte le amministrazioni del paese. In verità, lo spirito che si coglie è più quello del capolavoro di Billy Wilder, Il Viale del Tramonto, che quello di un atto di responsabilità politica e amministrativa.

La foga creativa porta persino a dire che i territori di Catania, Ragusa e Siracusa producono da soli l’ottanta per cento del PIL siciliano.

Sembra di vedere il mondo di Norma Desmond, interpretata dalla grande Swanson, prendere corpo davanti a noi. Come accade nel film, dove il maggiordomo Max cerca in ogni modo di proteggere la diva dalle cattiverie dei giornalisti, anche qui una mano misericordiosa ha espunto dalla relazione qualsiasi riferimento al Museo Egizio. Troppo recente la malacumpassa nazionale per poter ammannire al pubblico anche quella ‘cosa fatta’.

Purtroppo la questione è seria e va affrontata con serietà.

Come il resto del paese e dell’isola, la città soffre.

Investita anch’essa dal fenomeno dei mercati globali, vede i capitali, i talenti e le idee trasferirsi altrove, attratti da rendimenti migliori.

In un quadro così nuovo e diverso tutti, a partire dall’Unione Europea, hanno bisogno di ridefinire la propria identità. Non può sottrarsi a questo ripensamento la Sicilia e un pezzo importante della Sicilia, come la città e il territorio di Catania.

Ci sono tre ambiti nei quali occorre ripensamento ed innovazione, ambiti nei quali l’attuale amministrazione catanese si è rivelata assai insoddisfacente.

L’ambito politico, l’ambito economico e l’ambito finanziario.

Non vi è certamente nel Consiglio Comunale di Catania una netta delimitazione tra una maggioranza a sostegno dell’amministrazione ed una opposizione.

Non è certo una singolarità; lo stesso problema esiste in tante altre assemblee deliberative del paese. Né l’evoluzione delle forze politiche verso aggregazioni innovative è necessariamente una involuzione.

In Sicilia c’è sempre stato una sorta di partito della nazione ante litteram.

Il problema è che è stato costruito più sugli interessi politico-affaristici che su un vero progetto politico. Purtroppo l’amministrazione catanese è l’esempio peggiore di questa tendenza. Forse quelle stesse forze che si sono unite più sugli interessi affaristici che su quelli politici potrebbero fare lo sforzo di sviluppare un progetto politico. Magari ci riescono e potrebbero offrire all’isola e al paese un contributo importante.

Non esiste un vero piano di sviluppo economico dell’isola e del nostro territorio.

Un vero piano di sviluppo richiede l’individuazione dei settori trainanti e dei principali asset del territorio.

Su questa base poi si orienta la spesa pubblica e privata.

Catania ed il suo territorio metropolitano possiedono tre grandi asset: il vulcano più importante d’Europa; una spiaggia lunga molti chilometri; una agricoltura di qualità.

A questo si aggiungano una delle più antiche università europee; un teatro lirico di grande tradizione; una discreta effervescenza culturale e artistica.

Si tratta di asset capaci di generare beni e servizi assai competitivi. Ciò è noto a tutti da sempre. Dovrebbe essere facile, dunque, formulare un piano di sviluppo che parta da quegli asset.

Ma ciò non avviene: esso disturberebbe l’equilibrio politico-affaristico-criminale che governa il territorio.

Sarebbe necessario, infatti, smantellare alcune produzioni ed alcuni settori non più competitivi, i quali non sono disposti a rinunciare alle rendite che ottengono con la copertura politica ed amministrativa locale.

Questa amministrazione non è riuscita a smantellare quel sistema che opprime l’economia locale perché ne è parte integrante.

Infine l’amministrazione comunale catanese non è riuscita ad innovare sul piano finanziario.

Essa è sull’orlo del dissesto finanziario da almeno 10 anni.

Due assessori al bilancio hanno recentemente buttato la spugna. La pressione fiscale sui cittadini è al massimo livello possibile. Il piano di riequilibrio avviato nel 2012 non è stato sufficiente a riportare la finanza locale su un terreno di sicurezza. La nuova amministrazione non ha saputo o potuto intervenire seriamente a correzione. L’innovazione su questo campo, infatti, è difficile e richiede personalità coraggiose, capaci di guardare lontano. Quella innovazione non può non passare da una rottura dei perversi equilibri esistenti. Richiede: un significativo ridimensionamento della macchina comunale, soprattutto nel segmento delle partecipate; una capacità di raccolta direttamente dal pubblico, su progetti specifici e mirati; un massiccio efficientamento di tutta la macchina amministrativa.

Il futuro potrebbe essere perfino peggiore del presente se non si affrontano seriamente le tre questioni indicate, che certamente sono connesse tra loro.

Infatti, solo spezzando l’opprimente nesso politico-affaristico-criminale, si potranno aprire spazi per forze nuove del mercato e dell’economia sociale, che permetteranno di tollerare con maggiore facilità l’inevitabile ridimensionamento dell’azione della pubblica amministrazione.


Maurizio Caserta è professore Ordinario di Economia Politica presso l’Università di Catania. Dal 2010 fa parte del Consiglio di amministrazione della Fondazione Sicilia. Dal 2011 della Fondazione RES. Affianca alla sua attività di ricerca scientifica, che le lo vede coinvolto in organismi nazionali e internazionali, quella di saggista su temi di economia politica. A Catania, la sua città di origine, è particolarmente conosciuto per il suo impegno civile. È presidente dell’Associazione, Mediterraneo, Sicilia, Europa. Progetto Maurizio Caserta