“E’ stato fatto tutto in maniera sbagliata, tutto in maniera illegale“. Parole pesanti, ma che purtroppo riassumono perfettamente la situazione che si sta venendo a creare con l’avvicendamento delle ditte preposte ai servizi di assistenza alla didattica del nostro ateneo. A pronunciarle è stata una tra le tante lavoratrici e lavoratori che nella mattinata di ieri si sono riuniti in un sit-in sotto al palazzo della Prefettura per difendere i propri diritti. Abbiamo ascoltato le loro ragioni e fatto le dovute ricerche, e possiamo confermarvi che quanto accaduto in queste ultime settimane ha davvero dell’incredibile.

Il rischio per i lavoratori addetti ai servizi alla didattica è davvero serio: con la staffetta tra la “vecchia” ditta MPS e la “nuova”  subentrante PFE ben quarantaquattro dipendenti rischiano il posto, e tutti gli altri si vedono comunque decurtati monte ore e stipendi.  Ma come si è venuta a creare questa situazione?

Tutto ha inizio dalla nuova gara d’appalto triennale per i servizi di assistenza alla didattica, vigilanza armata e manutenzioni impianti speciali. La gara viene indetta nel dicembre 2017 con alcune importantissime variazioni rispetto al passato.

Difatti, come si legge sul capitolato ufficiale, l’Università degli Studi di Catania ha quest’anno richiesto esplicitamente la completa soppressione del servizio di portierato esterno, oltre ad una riduzione del 50% del monte ore di assistenza alla didattica rispetto al passato, per un totale di 140mila ore. Tutto questo ha messo già in partenza i dipendenti in una posizione scomoda, perchè, nonostante sia un sacrosanto diritto dell’Università cambiare le strategie di gestione dei proprio servizi, sempre rimanendo nei limiti della legalità e delle regole, è quantomeno ingenuo pensare che tutto ciò non avrebbe avuto ripercussioni sulle loro vite.

Fin qui era stato tutto, tristemente ma legalmente, regolare. I problemi sono da una parte le lungaggini burocratiche di una gara d’appalto che ha sicuramente qualche ombra, dall’altra le trattative sindacali che hanno penalizzato buona parte dei lavoratori della MPS.

In un contesto di questo tipo che fine hanno fatto le tutele per i lavoratori? Come sono cambiate le cose  nel passaggio da una ditta all’altra? L’Articolo 4 del Contratto Nazionale di Lavoro recita quanto segue: “L’impresa subentrante si impegna a garantire il mantenimento in organico senza periodo di prova di tutti gli addetti presenti in organico nell’appalto precedente, dimostrabili da documentazione che lo determini da almeno 4 mesi prima della cessazione d’appalto”. Questa legge era fin ora stata effettivamente rispettata, lo possiamo evincere anche dai verbali del C.d.a d’ateneo del 2015-016 , in cui si nota come siano stati concessi 35 giorni per favorire il “riassorbimento” del personale. Alla luce della legge, e della passata consuetudine, risulta ovvio che la PFE avrebbe dovuto assumere tutti i dipendenti dell’MPS. Ma evidentemente non esiste nulla di scontato.

In effetti giorno 30 novembre, tutti i 180 impiegati dell’MPS hanno avuto la possibilità di firmare un nuovo contratto con la PFE, anche se ovviamente per via dei nuovi criteri dell’appalto, ognuno di loro si è visto ridurre (in modo equo rispetto a qualsiasi altro collega), il numero di ore di servizio (da 30 ore a 15). Quel che accade dopo lo possiamo evincere dalla successiva vertenza stilata dai lavoratori:

In sostanza ancora proroga di 15 giorni alla MPS, e nuove contrattazioni sindacali per cercera di salvaguardare i dipendenti. Contrattazioni che probabilmente era meglio non fare. Difatti in data 7 dicembre i rappresentati della PFE e le sigle sindacali uiltucs, ugl terziario, usb lavoro privato, fiadel, asal, fesica confsal siglano un accordo quantomeno disastroso e iniquo. Le sovra citate associazioni sindacali hanno richiesto che non vi fosse una riduzione orizzontale e proporzionale delle ore di lavoro, ma che la ridistribuzione delle ore andasse fatta secondo una priorità di anzianità di cantiere. Tale proposta è passata, nonostante le opposizioni dei rappresentati sindacali di Fisascat Cisl, Cse Fulsacam, Snalv Confsal.

Tutto ciò ha comportato non solo una riduzione non proporzionale delle ore di lavoro per tutti (difatti adesso ci sono persone che da 36 ore sono passate a 14, e altre che da 30 sono passate a 24); ma anche l’esclusione di 45 lavoratori, che per di più sono stati posti in un “bacino di utenza” dal quale potrebbero essere eventualmente richiamati qualora la PFE lo ritenesse opportuno (ma la ditta non ha alcun obbligo in merito). In questo modo non è stato possibile garantire il posto a tutti i dipendenti “originari” e i criteri con i quali sono state effettuate le scelte e le esclusioni sono quantomeno poco chiari.

Difatti tra i 45 esclusi figurano anche ben 6 dipendenti con disabilità (circa il 50% sul totale originario e almeno sulla carta categoria protetta), e sulla base di cosa stranno venendo estromessi, se hanno comunque tutti più di 6 mesi di servizio? Sono stati assunti dopo il 4 aprile 2016, tenete a mente questa data, perchè verrà utile in seguito. Inoltre in cosa consistono esattamente questi famigerati criteri di anzianità? E come sono state fissate esattamente le date per definirli? Vediamolo dal documento finale uscito dalla contrattazione del 7 dicembre:

“Si provvederà ad assorbire gli operatori che riportano anzianità di servizio compresa tra il 2 novembre 2011 ed il 22 settembre 2015, e poi tra il 14 marzo 2016 – in coincidenza con cambio d’appalto precedente – e il 4 aprile 2016”. 14 marzo, data quantomeno sospetta, come è possibile che in un cambio d’appalto siano presenti dei dipendenti assunti lo stesso giorno dell’inizio dell’appalto nuovo? Ma ammesso e non concesso che le persone “del 14 marzo” abbiano più diritto di quelle assunte il 29 dicembre 2015, per quale motivo si arriva fino al 4 di aprile? Quello stesso 4 aprile che ha consentito l’estromissione degli altri lavoratori?

Fino a quando non verranno date delle risposte trasparenti sui criteri che sono stati adottati i dubbi sono destinati a rimanere, così come il malcontento.