Aldo Premoli, direttore del nostro SudStyle e firma di Huffington Post e Artribune, proprio su quest’ultimo ha scritto della mostra allestita in questi giorni al Castello Ursino di Catania e curata dal critico Vittorio Sgarbi, che ha replicato in maniera insolitamente moderata alle perplessità manifestate. E per SudPress il direttore Premoli approfondisce. E rilancia…

Sono stato di recente accusato da Vittorio Sgarbi, in risposta ad un mio articolo su ArtTribune, di non aver capito nulla della sua mostra “Da Giotto a De Chirico. Tesori nascosti” allestita al Castello Ursino di Catania.

Sgarbi lo ha fatto replicando alla recensione che ho pubblicato su Artribune lo scorso 26 novembre.

Non è andato per il sottile: “La capacità di comprensione del critico di Artribune è piuttosto limitata” e ancora “Chi non è in grado di capire le opere, chi non gode ad ammettere di vedere cose sconosciute, cerca un senso dove non c’è e non si rende conto dov’è. Basterebbero prudenza e umiltà.”

A parte il riferimento all’umiltà – di cui Vittorio Sgarbi non mi sembra un campione – penso di essere stato frainteso.

Io non sono un Critico d’arte, sono solo un appassionato (un amateur si sarebbe detto un tempo). Certo di Mostre, essendo vecchietto, ne ho viste parecchie: a Milano, Tokyo, New York, Hong Kong, Parigi, Londra, Washington, Pechino, Shanghai, Lugano, San Francisco, Amsterdam, Monaco, Roma, Ginevra, Istanbul, Miami, Copenaghen, Il Cairo, Basilea, Tel Aviv, Atene, Berlino, New Delhi… Ne ho viste insomma di buone e meno buone, come è normale che sia.

Dopo la tirata d’orecchi che mi ha fatto il celebre Critico però sono tornato a ri-vedere la mostra: ma non ho cambiato idea, anzi.

E qui voglio spiegare il perché.

Andiamo con ordine. “Da Giotto a De Chirico. Tesori nascosti” recita il titolo.

Di Giotto ce ne è 1 e piccolino (cm.37,3 x41.5) e di De Chirico 1.

Il nucleo centrale della mostra in realtà è costituto da opere prodotte tra XIV e il XVIII secolo di cui Sgarbi è da sempre grande appassionato.

Il senso dell’operazione a me – che non sono né Critico né Artista, ma solo un individuo appartenente a “il pubblico” – sfugge.

Perché 600 anni storia dell’arte evocati un solo titolo e perché Giotto ? perché De Chirico?

La mostra che arriva da Napoli lì si chiamava Da Giotto a Morandi. Tesori nascosti.

Perché là Morandi e qui De Chirico?

L’allestimento al Castello Ursino comprende un video da cui speravo di ricevere lumi, ma il video è quello costruito per la Mostra di Napoli con tanto di inquadrature sul Golfo, sul Vesuvio e sulla bella Galleria Umberto I.

A Catania il Golfo non c’è, la Galleria non c’è, non c’è nemmeno il Vesuvio, però abbiamo l’Etna: forse il Critico ha pensato che la parentela fosse sufficiente…

E’ vero che io sono solo un appartenente a “il pubblico” non Critico o Artista. Però. Se il pubblico in una Mostra vede presentate solo opere di pittori minori, oppure opere minori (cm.16,5×11,5) di grandi come El Greco qualche domanda se la pone. D’accordo un’opera d’arte non si dovrebbe giudicare dalle dimensioni: però provate a chiedere a un gallerista se – a parità di autore – un grande formato ve lo vende allo stesso prezzo del piccolo formato.

Anche quando a fianco di 32 opere quello che trovate scritto è Collezione Fondazione Cavallini-Sgarbi oppure Collezione privata senza alcuna specifica qualche dubbio sorge (in altri Paesi a di fianco alla citazione “Collezione privata” almeno scrivono la città di provenienza).

Dettagli? Non proprio: vi prego di seguirmi ancora un attimo.

Mi è capitato di sentir dire da esperti – molto più esperti di me – che quando si vuole attribuire un valore di mercato crescente a un’opera si cerca di inserirla in più mostre possibili, meglio se di rilievo. Sarà vero? Io di opere importanti a casa non ne ho: sono parte de “il pubblico” mica Critico o Artista.

Proseguiamo.

Se “il pubblico” entra in una mostra allestita (così-così) al piano terreno con cartelli che indicano “La mostra prosegue ” che cosa fa? Ha pagato un biglietto da 12 Euro… e quindi prosegue.

Se al piano superiore trova, accanto alle sale che effettivamente fanno parte della mostra, altre che in nessuna maniera sono segnalate come estranee (e ospitano opere prodotte in quell’enorme lasso di tempo di 600 anni evocato da Sgarbi) che fa? Si confonde, ovvio: è “il pubblico” mica Critico o Artista.

Andiamo, non si può pretendere che “il pubblico” faccia un salto mortale carpiato facendo attenzione al diverso colore dei cartellini posti di fianco alle tele: “il pubblico” va aiutato, il curatore di una mostra serve anche a quello e non si dovrebbe distrarre…

Vittorio Sgarbi, va ricordato, non è solo un celebre Critico (anche un po’ Artista).

Da pochissimo è divenuto Assessore ai Beni culturali della Giunta della Regione Sicilia di Nello Musumeci. E’ vero, ha già detto che non sa per quanto tempo rimarrà: se si palesasse la possibilità di divenire Ministro della Repubblica per i Beni culturali lascia. Intanto non ha lasciato l’altro incarico che a Urbino lo vede Assessore alla Rivoluzione (si proprio cosìAssessore alla Rivoluzione”), quello però ha dichiarato lo farà gratis.

Esimio bi-assessore (e magari futuro Ministro della Repubblica ai Beni culturali): noi – “il pubblico”- la preghiamo di abbandonare le rarefatte vette del Critico e dell’Artista.

I meccanismi economici sottesi alle eventuali compra-vendite di opere, provenienti della sua o altre Collezioni private, in fondo non ci importano granché.

Però la invitiamo a considerare con più attenzione le esigenze di noi “il pubblico”: in questa mostra non c’è un solo pannello esplicativo (per 600 anni di storia dell’arte ….) perché non si possono dire tali un paio di suoi enormi virgolettati composti da una decina di vocaboli – comprese le virgole e gli articoli.

Il percorso è impervio e per un semplice amateur catanese parecchio confuso. Figuriamoci cosa potrebbe essere per quei turisti italiani e stranieri di cui la Sicilia ha estremo bisogno per continuare a galleggiare.

Assessore Sgarbi Lei non vive qui, ma il Castello Ursino non è un luogo qualunque: né per Catania né per la Costa orientale e nemmeno per l’intera Sicilia.

Il terzo aeroporto d’Italia per traffico aereo sta a pochissima distanza dalla città. Ma al momento non intercetta un bel niente quanto a flussi turistici in entrata. Di quei flussi ne abbiamo tanto bisogno: non si distragga Assessore, non si distragga per carità.


Aldo Premoli è il direttore di SudStyle. Milanese di nascita, vive tra Catania, Milano, New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1980 e il 1982 collabora con le riviste “Belfagor” di Luigi Russo e “Alfabeta” di Nanni Balestrini. Nel 1984 cura l’edizione di “Moda e Musica nei costumi di Sylvano Bussotti”. Giornalista professionista, tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”, “Vogue Pelle” e “Vogue Tessuti”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione e trend forecasting ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post Italia” e Global “Risk Insight”, nel 2016 ha pubblicato – insieme all’economista Maurizio Caserta – “Mediterraneo Sicilia Europa. Un modello per l’unità europea” e ha fondato, con Maurizio Caserta ed Emma Averna, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.