Agli arresti domiciliari dunque Salvatore Campo, classe 1943, presidente di una delle principali associazioni siciliane contro racket ed usura nell’ambito dell’operazione denominata, non a caso “My racket”. Il motivo infatti è presto detto: Campo faceva alle vittime che si rivolgevano a lui per essere aiutate dopo episodi di estorsione, quanto avevano già fatto gli stessi aguzzini, e cioè chiedeva soldi, in percentuali alte dopo che le stesse avevano ottenuto dallo Stato fondi per ricostruire e ripartire. Le accuse sono quindi pesantissime: estorsione continuata, peculato e falso ideologico

Con lo stesso provvedimento, è stato richiesto il sequestro preventivo di circa 37.000 euro per l’appropriazione di fondi pubblici erogati all’Associazione antiracket A.SI.A dalla Regione siciliana, vincolati al perseguimento degli scopi dell’Ente stesso, utilizzati invece da Campo per finalità personali.

Le indagini che hanno monitorato un anno di attività, hanno delineato in modo preciso tre episodi, pur essendone stati accertati molti di più. L’attività investigativa delle Fiamme Gialle è partita dall’attività di monitoraggio delle associazioni e organizzazioni antiracket e antiusura (sette iscritte nel registro prefettizio di Catania) operanti nel territorio di competenza nonché dall’esame di esposti presentati in Procura da associazioni operanti nel medesimo contesto assistenziale.

Le investigazioni dei militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Catania, con intercettazioni telefoniche, ambientali, videoriprese, testimonianze e accertamenti bancari delegati dall’A.G. etnea, hanno consentito di delineare un quadro indiziario grave nei confronti di Campo, il quale costringeva vittime di fatti di criminalità organizzata, usura ed estorsione, a consegnargli somme in denaro non spettanti, in misura proporzionale ai riconoscimenti di legge (Legge n.44/1999, “disposizioni concernenti il fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura”).

L’Associazione Siciliana Antiracket era nata nel 2008 con lo scopo, in linea con il vigente quadro normativo, di “esercitare una costante azione di stimolo e nei confronti dell’opinione pubblica e nei confronti di tutte le Autorità costituite affinché il problema dei delitti di estorsione e di usura vengano considerati primari ed essenziali non solo per le categorie che li subiscono ma anche per l’intera comunità che direttamente da tali delitti viene gravemente danneggiata”.

L’associazione non ha carattere di lucro, recita ancora lo Statuto della stessa, e l’attività è finanziata da contributi associativi, oblazioni volontarie, sovvenzioni pubbliche e l’eventuale residuo dovrà essere devoluto a favore delle imprese vittime.

Nella realtà, l’Associazione A.SI.A. è stata utilizzata da Salvatore Campo per l’esclusivo perseguimento di un utile economico personale, a danno sia di coloro che vi si rivolgevano per ottenere assistenza e supporto sia nei confronti dello stesso ente che viene privato delle risorse necessarie per il perseguimento dei fini propri.

Campo anziché perseguire le finalità a carattere assistenziale e sociale in favore delle vittime tendeva ad assoggettarle, subordinando il sostegno dell’associazione – specificatamente nella predisposizione delle istanze di accesso ai benefici di legge – all’accoglimento delle proprie pretese economiche, oscillanti tra il 3% e il 5% del beneficio concesso dalla legge alla vittima del reato.

Le richieste ingiuste e ingiustificate, venivano avanzate sia per avviare l’iter procedurale per il riconoscimento del risarcimento che prima del riconoscimento delle somme erogate dallo Stato.

Qualora l’associato/vittima non avesse aderito alle richieste di denaro, Campo assumeva atteggiamenti intimidatori che portavano anche ad abbandonare il sostegno assistenziale.

Le somme ricevute illecitamente, sancite anche in scritture private non registrate, avvenivano in contanti o attraverso versamenti bancari qualificati apparentemente come contributi volontari.

I tre episodi contestati e delineati in modo particolareggiato, vedono:

  • nel primo, un soggetto (gestore di una libreria) vittima di estorsione e usura, che ha rifiutato di assecondare le pretese di denaro di Campo, che chiedeva la corresponsione del 3% della somma che lo stesso avrebbe percepito quale ristoro di legge, prospettando al soggetto estorto le inevitabili lungaggini burocratiche cui sarebbe incappato se non si fosse avvalso del suo intervento;
  • nel secondo, Campo otteneva dai familiari di una vittima della criminalità organizzata – che avevano assistito all’omicidio del loro familiare – una busta contenente 1.500 euro in contanti senza i quali avrebbe di fatto interrotto la sua assistenza a favore delle vittime per il riconoscimento degli ulteriori benefici di legge spettanti;
  • nel terzo caso, la vittima era un cittadino straniero (titolare di un Bar) costretto a versare a Campo, 3.000 euro in contanti per il timore, indotto da atteggiamenti intimidatori, di non essere adeguatamente seguito nel disbrigo delle pratiche necessarie per ottenere il saldo del risarcimento spettante.

In più, va segnalato che, in una circostanza, Salavatore Campo ha consigliato a un associato/vittima di farsi attestare da un medico compiacente una falsa patologia al fine ottenere illegittimamente un maggior ristoro dallo Stato.

L’esame accurato degli estratti bancari ad opera dei Finanzieri del Gruppo Tutela Economia del Nucleo PEF di Catania ha evidenziato un utilizzo personale dei fondi dell’associazione da parte di Campo, mediante l’emissione di assegni circolari poi cambiati per cassa dallo stesso indagato o fatti confluire in conti personali o per il pagamento di spese non attinenti agli scopi dell’associazione.

In altre parole, Salvatore Campo ha utilizzato a fini personali il conto corrente intestato all’associazione, nel quale affluiscono oltre ai contributi riconosciuti dalla Regione siciliana anche contributi volontari che dovrebbero essere vincolati al raggiungimento degli scopi statutari.

Dagli accertamenti bancari eseguiti, è emersa un’appropriazione complessiva dei fondi associativi di oltre 70.000 euro. Solo una parte degli stessi (circa 37.000,00 euro) è riferibile ai fondi pubblici, per i quali il G.I.P. ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto delittuoso.