Che la città di Catania sia da sempre stata il polo dominante del teatro siciliano è verità rivelata e conosciuta. Tra attori e attrici catanesi nati all’ombra dell’elefante e “adottivi” (che a Catania, cioè, si sono formati o hanno compiuto o tutt’ora continuano ad esercitare la carriera artistica) la percentuale decisamente maggioritaria rispetto alle altre città dell’isola (salvo errori od omissioni) è davvero impressionante

Basti pensare, tanto per citare i più noti, a fenomeni “divistici” come Giovanni Grasso, Angelo Musco, Rosina Anselmi, Umberto Spadaro (figlio di due attori catanesi, casualmente nato ad Ancona), Turi Ferro, Michele Abruzzo (adottivo), fino a giungere a Leo Gullotta e all’inossidabile Tuccio Musumeci, questi ultimi entrambi ancora in piena attività. Per non parlare poi dei cosiddetti “filodrammatici”, ossia di quegli attori non professionisti che sovente per mera passione del palcoscenico, riuniti in compagnie teatrali, continuano a presentare (spesso con enormi sacrifici) “cartelloni”, più o meno popolari, sempre seguiti da un pubblico di aficionados. E lo stesso dicasi per numero di teatri e di compagnie teatrali.

Sicché anche quest’anno la stagione catanese, apertasi in queste settimane (come sempre tra la fine di ottobre e la prima quindicina di novembre), porge al capoluogo etneo un’offerta che, quantomeno quantitativamente, nulla ha da invidiare a Roma o Milano o Torino.

Sulle scene non soltanto professionisti di provata capacità ma, altresì, giovani e meno giovani talenti che, pur tra mille difficoltà (soprattutto economiche), continuano a tenere accesa la fiamma di Thàlia, dallo storico Teatro Stabile (13 spettacoli) al Brancati (9 spettacoli), dal Piccolo (6 spettacoli, più uno in opzione) al Canovaccio (7 spettacoli), dall’Istrione (5 spettacoli) a Palco Off (8 spettacoli), dall’ABC al Metropolitan, ai piccoli teatri delle compagnie filodrammatiche di Catania e provincia.

Allo Stabile (che festeggia i 60 anni di attività), dopo i Sei personaggi di Pirandello (per la regia di Michele Placido, già recensito da “SudPress”), sono in corso le repliche (fino al 26 novembre) de Il giocatore, tratto dall’omonimo romanzo scritto “sotto ricatto” da Dostoevskij per pagare debiti di gioco in soli 28 giorni e ambientato in Germania.

Pregevole e originale riduzione di Vitaliano Trevisan per la dinamica regia di Gabriele Russo,  alle preziose soluzioni sceniche (con i numeri della roulette che, nella seconda parte, “diabolicamente” si susseguono accendendosi sui grandi pannelli della scena) l’avvincente rappresentazione aggiunge il continuo alternarsi dello scrittore e del protagonista Alesksej, interpretato dallo stesso attore (un poliedrico e mobilissimo Daniele Russo), affiancato con eleganza e supponenza da Camilla Semino Favro (anch’ella nel doppio ruolo di Polina e Anna Grigor’evna, quest’ultima l’amanuense a cui Dostoevskij dettò il romanzo, divenuta in seguito moglie dello scrittore) e da tutti gli altri ottimi interpreti, Marcello Romolo (l’anziano generale innamorato d’una cocotte), Paola Sambo (l’autoritaria e dispotica “Baboulinka”, colta e rovinata anch’ella dal demone del gioco), la seducente e scosciatissima Martina Galletta (m.lle Blanche), il compassato Alfredo Angelici (mr. Astley), Sebastiano Gevvaso (De Grieux) e Alessio Piazza (il croupier).

L’azzeccata riduzione teatrale rende con forza l’atemporalità del dramma, il contrasto di nazionalità, i malcelati conflitti di classe e per due ore tiene incollati gli spettatori affascinati e soggiogati dalla “discesa agli inferi” del povero Aleskey, che neppure la sorprendente rivelazione finale di Astley probabilmente riuscirà a salvare.

Giovani autori crescono. Alla “Sala Chaplin” per “Palco Off” in scena nei giorni scorsi La crepanza (ovvero come danzare sotto il diluvio) – lavoro dei “Maniaci d’amore”, con Francesco D’Amore e Luciana Maniaci, di dichiarata ascendenza beckettiana (“Aspettando Godot”) – apparecchia con gusto grottesco una disperata ricerca d’amore nel nulla d’un improvviso deserto, dove due giovani (un uomo e una donna) si trovano misteriosamente catapultati dopo uno stordente rave party.

Teatro dell’assurdo, pregnato di stravagante comicità, ricco di dialoghi fiondati a ritmi incalzanti, il lavoro dei “Maniaci” – considerati (si legge nel volantino che l’accompagna) “la rivelazione della nuova drammaturgia italiana” – svela tristemente il vuoto morale ed esistenziale d’una generazione priva di saldi riferimenti ideologici, eppure (almeno si spera) ancora non del tutto sconfitta e rassegnata.

Al “Brancati” va in scena Matrimoni liberamente tratto da “Salviamo le balene” di Ivan Campillo, regia di Manuel Giliberti, provvidenziale intervento “salvifico” d’un’anziana suocera (una frizzante Mita Medici), reduce d’un mitizzato ’68 e ancora impregnata di filosofia new age, che trova il modo di riattizzare un matrimonio avvizzito nella quotidianità d’una giovane coppia, Gregorio (Carlo Ferreri) innamoratissimo della moglie ma imbranato e sessualmente spento e Claudia (Annalisa Insardà) che tenta inutilmente di ridestarlo dal torpore.

Un falso riparatore di persiane (Emanuele Carlino), in realtà gigolò di professione e un’abbondante dose di viagra rimetteranno le cose  a posto e finalmente la nascita d’un bebè eviterà la catastrofe matrimoniale. Usurata comicità fondata sull’insoddisfazione sessuale, qua e la di grana grossa ma con qualche momento esilarante, la commedia (dall’esito prevedibile) continua tuttavia a divertire senza troppo eccedere, pur riproponendo situazioni tutt’altro che originali.

Al Piccolo in programma nel week-end Maruzza Musumeci dal romanzo di Camilleri e successivamente all’ABC La leggenda del pianista sull’oceano e I promessi Sposi (debutto di “Teatro Mobile” di Francesca Ferro). Nelle scorse settimane già presentati I fratelli Ficicchia (Brancati) di Capuana adattato da dramma a commedia, Ancora un Poe (Canovaccio) e Don Giovanni (L’Istrione), dei quali si è ampiamente trattato.